mercoledì 29 dicembre 2010

2010: A Year In Movies

In ritardo come al solito, siamo arrivati alla fine del giro di classificoni, con quello (almeno per chi scrive) più importante: quello cinematografico. Che si propone di essere un pelo più autorevole degli altri, ma proprio poco, vista anche la quantità di film mancati a causa della scarsità di cinema nelle vicinanze e della pessima programmazione degli unici che ci sono. Ma bando alle ciance, let's start!

Fidanzate dell'anno:
Mary Elizabeth Winstead (Scott Pilgrim vs. The World)
Marion Cotillard (Inception)
Ellen Page (Inception)

Tormentone che l'avesse cacciato fuori un film italiano sarebbe stato una merda ma per fortuna l'ha cacciato la Disney:
Ken e Barbie (Toy Story 3)

Miglior cameo di Bill Murray nei panni di sè stesso:
Il cameo di Bill Murray (Zombieland)

Miglior film della DreamWorks dai tempi di Kung Fu Panda (che a sua volta era il migliore dai tempi di Shrek):

Sodalizio attore-regista da interrompere all'istante:
Johnny Depp & Tim Burton

Premio per aver innescato l'inutile, dannoso, rincoglionente e costoso fenomeno 3D:
Avatar (James Cameron)

Premio per aver evitato un apparentemente inevitabile pippone sulla morale e l'etica:
Splice (Vincenzo Natali)

Migliore combattimento coi dischi:
Il combattimento coi dischi contro Tron (Tron Legacy)

Miglior sfida mortale in sella a una moto:
La sfida mortale con le moto (Tron Legacy)

Premio "Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck":
The Town (Ben Affleck)

Peggior sequel:

Most Hated:
Benvenuti Al Sud (Luca Miniero)

Spot più riuscito delle Poste Italiane:
Benvenuti Al Sud (Luca Miniero)

Premio al vero film del cuore di quest'anno:

Nuovo Sly designato:
Jason Statham (The Expendables)

Miglior attore:
Jesse Eisenberg (The Social Network, Zombieland)
Leonardo DiCaprio (Inception, Shutter Island)

Miglior attrice:
vedi Fidanzate dell'anno

Miglior film che non ha senso mettere in una classifica perchè film troppo a sè:

Miglior film non ancora uscito in Italia:

Film che non ho visto ma che se avessi visto sono sicuro avrebbero trovato posto in classifica:
Animal Kingdom (David Michod)
The Ghost Writer (Roman Polanski)
Away We Go (Sam Mendes)
An Education (Lone Scherfig)

Migliori film italiani che non ho visto:
La Prima Cosa Bella (Paolo Virzì)
L'Uomo Che Verrà (Giorgio Diritti)
Shadow (Federico Zampaglione)

Migliori film stranieri (che qui vuol dire nè italiani, ne mmerigani, ne inglesi)
Il Profeta (Jacques Audiard)
Agora (Alejandro Amenabar)

Fuori concorso:
Porco Rosso (Hayao Miyazaki)

Top Ten:



10) Tron Legacy (Joseph Kosinski)




9) Up In The Air (Jason Reitman)

Terza riuscitissima prova di Reitman, con un cast d'eccezione e una sceneggiatura perfetta a supporto, in quella che potremmo definire una felice sintesi dei pregi di Thank You For Smoking (l'arguzia, la sensibilità "politica" in un clima di recessione economica) e Juno (la capacità di guardare dentro le persone e di vederne le ansie e le speranze). Accolto prima con molto favore dalla critica, poi ingiustamente bistrattato.


8) Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)

Il solito, irresistibile Wes Anderson, nell'ennesimo film non proprio per tutti, ma di respiro sicuramente più ampio di alcune sue opere precedenti.



7) Zombieland (Ruber Fleischer)
Altro instant cult con Jesse Einseberg, dopo il quasi omonimo Adventureland. Misto di survival movie e buddy comedy adolescenziale riuscito al 100%, che affianca Shaun of the Dead tra i massimi risultati del genere. E poi, ecco, Bill Murray.


6) Scott Pilgrim vs. The World (Edgar Wright)
Questa posizione non rende minimamente l'idea di quanto questo film mi sia piaciuto. Perchè ho adorato questo film dal primo all'ultimo minuto, sono stato contento di poter definitivamente rivalutare Michael Cera e continuo ad ascoltare la meravigliosa colonna sonora. L'apparato videoludico del film è quanto di più esaltante e, nel suo piccolo, rivoluzionario, si sia visto quest'anno.


5) Shutter Island (Martin Scorsese)
Inspiegabilmente accolto in maniera tiepida dalla critica, Shutter Island è invece una massiccia opera di uno dei più grandi registi viventi, che si cimenta in un genere che non è il suo e dà la paga a tutti. E se non date l'Oscar a Leo quest'anno, non glielo date più.


4) Avatar (James Cameron)



3) The Social Network (David Fincher)




2) Toy Story 3 (Lee Unkrich)
La chiusura perfetta di una trilogia perfetta, dove questo ultimo capitolo è meglio del secondo, che a sua volta era meglio del primo. E il primo era uno stramaledetto capolavoro. Uso le parole di qualcun altro che mi sono rimaste impresse, per descrivere questo capolavoro assoluto del cinema d'animazione: "Ti commuove fare parte dello stesso genere umano che può arrivare a realizzare un film come Toy Story 3". Certo però, che con la Pixar non c'è proprio gusto: un film del genere all'anno, è già tanto che non è sempre film dell'anno.


1) Inception (Christopher Nolan)


lunedì 27 dicembre 2010

2010: A Year In Indie


Eccoci al Classificone più ignorante e incompleto di tutti, dove il materiale era probabilmente troppo per chiunque e la mia competenza in materia rasenta lo zero. Nonostante questo, tanta musica che mi sono divertito un mondo ad ascoltare, che mi ha aperto alcuni orizzonti e me ne ha ricordati altri da cui mi ero un po' allontanato. Gruppi nuovissimi, gruppi vecchiotti che ritornano e gruppi di mezzo che ancora cercano la strada, e forse l'hanno trovata. Insomma, è arrivata la pitchforkata!

Miglior esordio



The Soft Pack - The Soft Pack

Un fulmine a ciel sereno, hanno sparigliato non di poco i miei piani di ascolto, indirizzati verso dischi seriosi che hanno dovuto attendere parecchio, visto il tempo che questi californiani (ex The Muslims) mi hanno portato via. La miglior descrizione di questo album che ho sentito è stata "un disco per quelli che ascoltavano i gruppi giusti negli anni giusti". Che sottintende un sacco di cose, fra cui il fatto che io ho sempre ascoltato gruppi sbagliati negli anni sbagliati.


Premio "Don't Call It a Comeback: Chi Non Muore Si Rivede"



Gorillaz - Plastic Beach

Damon Albarn non si ferma mai, e tra la reunion (seria o meno, non è ancora dato saperlo) dei Blur, un disco prodotto con il solo aiuto di un iPad e il tour per promuovere questo Plastic Beach, potremmo dire che è stato un 2010 come minimo fitto di impegni per quello che sarebbe anche la mente dietro il progetto The Good, The Bad & The Queen. Non saprei collocare questo disco all'interno della sua carriera, ne di quella dei Gorillaz, con un preciso significato. So solo che ne è venuto fuori un altro disco magnifico, grazie a delle grandi ospitate (vedi Snoop Dogg, due Clash, Mos Def, Lou Reed, i De La Soul e tanti altri), a una ricerca del suono sempre attiva e alle solite, potentissime hit (dal primo singolo Stylo alla perla On Melancholy Hill).


Superchunk - Majesty Shredding

Il solito ritorno col botto di uno di quei gruppi da cui te l'aspetti. In fondo, non si chiede tanto. L'attitudine, sempre quella. Le chitarre: pure. Le melodie: volete scherzare? E avanti così


Belle and Sebastian - Write About Love

L'ennesimo rientro con stile, ed una serie di mini documentari dove rispondono alle domande dei fans e suonano i pezzi del nuovo disco, non fanno che nascondere (male) il fatto che i Belle and Sebastian di una volta, mi sembra persino inutile dirlo, non torneranno più. Ciò non di meno, Write About Love è un disco piacevole, ben fatto e più digeribile dell'over-prodotto The Life Pursuit. L'esperienza porta ad alcuni inevitabili picchi, tra cui I Want The World To Stop, una delle migliori canzoni che B&S abbiano scritto da anni, ma la mancanza di varietà e colore porta anche alla routine, e senza poterci fare niente ci accorgiamo che tante canzoni sono riempitivi e non molto altro. Ma poco importa, perchè se anche è legittimo attendersi di più dopo quattro anni di silenzio (se non contiamo il progetto parallelo God Help The Girl), anche a ricevere "solo" questo, non è che ci si sputa sopra.


E ora...Top Ten!


10) Beach House - Teen Dream

Uno dei dischi più belli di quest'anno. "Eggrazzie, sta nella tua classifica". Ma è un pelo più complicato di così. Sta di fatto che mi sono innamorato follemente di queste dieci canzoni pop cesellate magnificamente tra atmosfere sognanti, sinuose e quasi oniriche. Non un pezzo fuori posto, dal singolo che ha dato il nome ad un precedente EP, Zebra, a Norway, passando per Walk In The Park e 10 Mile Stereo. Basta lasciarsi trasportare nel modo fatato creato dai suoni del duo di Baltimore, scoprendoli e riscoprendoli di volta in volta con la genuinità dello sguardo adolescenziale suggerito dal titolo.


9) Caribou - Swim

Trascinato dalle meravigliose Odessa e Sun, un disco destinato a rimanere per la sua infinità varietà, il suo tornado di generi che finisce per inglobare un po' tutto, producendo più che componendo, seguendo sempre la via della sperimentazione ma dando anche spazio a canzoni quasi canoniche. S'intende, per quanto possa essere canonico un pezzo di Caribou, che non è ancora forse arrivato al culmine della sua spinta innovativa, ma che con Swim ha posto un mattone importante.


8) Vampire Weekend - Contra

Dopo l'omonimo debutto che li ha lanciati da subito tra i nomi che contano nell'universo non molto ben definito che va sotto il nome di "indie", ecco che i giovanissimi newyorkesi tornano sulla piazza con un disco che ne è il perfetto successore. Nel senso che qui ritroviamo tutti gli elementi che avevano reso Vampire Weekend un successo: l'Africa e Graceland frullati dentro un contenitore marcatamente pop. Forse mancano dei pezzi che spicchino fino a diventare instant cult come era successo per A-Punk e Oxford Comma, ma il livello è più omogeneo e tutti i pezzi sono mediamente di ottima fattura, musicalmente ma anche per quanto riguarda i testi, aspetto sotto cui Koenig è migliorato sensibilmente. Non un capolavoro, certo, ma aspettando che i nostri siano effettivamente in grado di superarsi, ci metterei la firma per avere un disco del genere ogni paio d'anni.


7) No Age - Everything In Between

Divertentissimo, questo Everything In Between, ma non per questo da non prendere sul serio, vista la gamma di influenze che si possono registrare già soltanto ai primi ascolti. Da un tipo di duo ormai quasi classico, composto da batteria e chitarra, vediamo piombarci addosso ora il punk più infuriato di matrice Ramones, ora un incidere martellante degno dei Velvet Underground, o ancora lo shoegaze di Jesus And Mary Chain, vista la propensione a fondere melodie e rumori assordanti. Visto quanto mi è piaciuto, recupererò al più presto il precedente Nouns. E vi consiglio di fare altrettanto.


6) The National - High Violet

La mia scarsa conoscenza della carriera dei National non mi permette di fare confronti, tracciare percorsi o snocciolare tesi sulla loro musica, perciò mi limiterò a dire che sono contento di averli conosciuti con questo disco, che mi fa come minimo venir voglia di approfondire tutti gli album precedenti che, a quanto leggo, sono tutti più o meno dei fottuti capolavori. Di High Violet posso dire che non c'è nulla fuori posto, produzione imponente e perfetta, tante grandi canzoni, pezzi importanti, che continuerò ad ascoltare ben oltre la fine del 2010.



5) Sufjan Stevens - The Age of Adz

Che Sufjan Stevens fosse un pazzo, ormai l'avevamo capito. Certo però che tutti ci aspettavamo, prima o poi, che arrivasse a fare i dischi che era giusto pretendere dopo una pietra miliare come Illinois. E invece niente. Ma non perchè Sufjan ci giri intorno, rimandando il giorno in cui dovrà prendersi la responsabilità del suo talento facendo questo benedetto disco della vita bis. Lui è chiaramente intenzionato a non seguire la strada che gli è stata tracciata davanti. Lui farà il cazzo che vuole, e noi saremo lì a pendere dalle sue labbra, perchè finchè lo fa così bene, può fare realmente ciò che gli pare. Intendiamoci, The Age of Adz rimane un disco grandioso. Però forse si aspettava qualcosa di appena appena diverso, ecco. Ma è pazzo, lo sappiamo.



4) LCD Soundsystem - This Is Happening

A conti fatti, bastano le dita delle mani, forse addirittura di una sola, per elencare i gruppi che sono riusciti ad avere un impatto pari a quello degli LCD Soundsystem di James Murphy in un arco di tempo così ristretto. E se è vero che questo loro terzo album è destinato ad essere l'ultimo, credeteci, li rimpiangeremo presto.


3) Broken Social Scene - Forgiveness Rock Record

Dico la verità, la prima volta che ho ascoltato la nuova fatica dei Broken Social Scene, non ero rimasto granchè impressionato. I primi ascolti non mi dicevano poi molto, non so. Ce n'è voluto, di tempo, perchè mi convincessi che questo fosse un grande disco. Prima che ingranasse, sono passati mesi. Ma a un certo punto è come se fosse scattato qualcosa. Niente di preciso, solo...tutto mi è quadrato di più in testa, e da allora non ho ancora smesso di ascoltare questo Forgiveness Rock Record. Non è certo una questione istintiva, si capisce, però sono contento di aver dedicato del tempo a questo disco, perchè mi son sentito ripagato. Esprimi un desiderio? Poterli vedere live.



2) Deerhunter - Halcyon Digest

Un disco arrivato (almeno per me, che mi ero perso Microcastle) totalmente in sordina, e che ha sparigliato un sacco le carte in tavola. Essenziale, minimale, che comincia silenzioso con quella Earthquake, finisce per insidiarsi sotto pelle e puoi giurarci che non si stacca più. Bradford Cox è un songwriter straordinario, e lo dimostra in ogni singola canzone. Col talento di uno che i classici li ha studiati a menadito, ma guarda oltre, musicalmente e "liricalmente" (passatemi la traduzione letterale), incarnando il nuovo che avanza inesorabilmente.



1) Arcade Fire - The Suburbs

Già qualche settimana prima dell'uscita, l'hype intorno al terzo disco degli Arcade Fire era tale da designarlo ad Agosto come disco di questo 2010. Poco importa se poi la gente se l'è dimenticato, ha fatto finta di non averlo visto ed è passata oltre. Perchè gli Arcade Fire sono forse il più grande gruppo uscito da "quei cazzo di anni zero", ma non per questo rimarranno confinati lì. Ci seguiranno, e ce li porteremo dietro per un sacco di tempo. Non hanno ancora sbagliato un colpo. Certo, se questo The Suburbs avesse avuto qualche riempitivo (che poi, riempitivo si fa per dire) in meno, sarebbe stato perfetto. La formula è simile a quella di Neon Bible (l'album è meno concept tutt'uno rispetto a Funeral, ma pur sempre molto omogeneo, e contiene diverse potentissime hit), solo che in più i canadesi possono ora vantare una consapevolezza non comune, ben accetta soprattutto quando un gruppo passa dal nulla all'essere tra i più famosi e "spinti" del pianeta. Il disco della maturità. Che dite, basta?

martedì 21 dicembre 2010

2010: A Year in Black

Ho deciso di dividere il classificone dei dischi in due, tra la indiesfera e la negrosfera, un po' per comodità e un po' perchè le classifiche, già poco significative di per sè, avrebbero perso ogni pur piccola valenza dovendo mettere in ordine di gradimento dischi così distanti tra loro per caratteristiche. Ecco quindi che, nei giorni teoricamente più corti e freddi dell'anno, cerchiamo di riscaldarci con un po' della black music che ci ha tenuto compagnia in questi dodici mesi.



10) Drake - Thank Me Later

Il 2010 è stato tante cose, fra cui l'anno dell'esplosione di Drake, che si merita come minimo il titolo di freshman of the year per aver generato intorno a sè un hype così grande, che in molti hanno visto come totalmente ingiustificato e forse a ragione. Detto ciò, il talento del ragazzo è innegabile, e se già così tanti pezzi grossi (Jay-Z, Alicia Keys, Rihanna) vogliono la sua collaborazione significa che ci hanno visto qualcosa. E nonostante la patina e l'autotune siano gli stessi che hanno caratterizzato molti dei rapper tamarri dell'ultimo decennio, questo ragazzo canadese conserva il candore e la semplicità che, così contrarie agli stilemi hip-hop, ricordano il Kanye West dei primissimi tempi. Rapper di livello più che discreto, cantante ottimo e discreto belloccione, si sta prendendo tutto il successo che si è ampiamente meritato, grazie anche alla sua dote più evidente: la versatilità, che gli ha consentito di passare da pezzi con eLZhi, Phonte e Dwele a delle grezzate inaudite, scrivendo nel mezzo dei pezzi per Lil' Wayne. Camaleontico, ma con un'identità già ben definita dopo un solo disco ufficiale. La formula ormai la conosciamo: "...what am I doin'? What am I doin'? Oh yeah that's right, I'm doin' me, I'm doin' me..."


9) Raheem DeVaughn - The Love & War Masterpiece

Un'opera importante, forse un passo addirittura fondamenale nella carriera di Raheem DeVaughn, quest'album. Perchè il nostro, dopo aver già conquistato le classifiche R&B e non solo coi due dischi precedenti, è chiamato a ripetersi e a dare anche qualcosina di più. Obiettivo centrato, direi, e disco della maturità se ce n'è uno. Raheem si muove totalmente a suo agio nelle atmosfere abbastanza varie evocate dalle strumentali su cui di volta in volta si ritrova a cantare, e padroneggia la sua calda voce da soulsinger ad un livello che ricorda, non ho paura di esagerare, quello di Curtis Mayfield.



8) The Foreign Exchange - Authenticity

Alla loro terza prova, i Foreign Exchange si confermano una delle realtà più solide del panorama hip-hop/R&B americano, sfornando questo frullato di tradizione marcatamente black in un contenitore assolutamente moderno. Le macchine e i sintetizzatori di Nicolay vanno a comporre un suono organico nonostante la varietà, e Phonte ci sa stare su a meraviglia, dimostrando di essere uno dei songwriter più sensibili e ispirati d'America, nonchè una delle voci più soulful che si siano sentite da anni.


7) Erykah Badu - New Amerykah Part 2: Return of the Ankh

A distanza di quasi due anni dalla prima parte, Erykah Badu ci propone il secondo capitolo di questo New Amerykah, che non potrebbe essere più differente dal predecessore: il primo era più politicizzato, funk, psichedelico ed elettronico; il secondo, invece, ricalca in maniera più lineare alcune delle opere precedenti della Badu, ritornando ad un approccio intimistico e personale con sullo sfondo atmosfere marcatamente soul. Non il disco eccezionale che si dovrebbe ogni volta attendere da una personalità come quella di Erykah Badu, ma di sicuro quello che fa lo sa fare bene. Sempre.


6) Big Boi - Sir Lucious Left Foot: The Son Of Chico Dusty

Dopo anni di malcelati scazzi, è arrivato il tempo per gli Outkast di prendere le diverse strade che ormai da tempo erano delineati davanti ai due rapper di Atlanta: Big Boi, in particolare, torna a fare quello che sa fare meglio, il Dirty South (non nella sua accezione lilwayniana), richiamando a sè gli Organized Noise e altri produttori familiari per dare forma al suo primo, attesissimo disco solista. Che si rivela essere un prodotto enormemente fresco ma allo stesso tempo elaborato, tamarro il giusto ma senza sconfinare nel mainstream più facilotto, perchè Big Boi riesce a spaziare tra i beat più diversi dandoci la sensazione di sentirsi musicalmente libero come non gli accadeva da tempo. Nonostante l'accoppiata con Andre Benjamin abbia probabilmente fatto la sua fortuna, è probabile che Boi si sentisse un po' limitato da una personalità così eccentrica ed esuberante come quella del suo socio, e quindi non possiamo che applaudire la riuscita di questa prima prova con le proprie gambe, dopo una carriera credo quasi ventennale.



5) Gil Scott-Heron - I'm New Here

Il ritorno sulle scene di Gil Scott-Heron si concretizza in uno dei migliori comeback album degli ultimi dieci anni. Vitale come se non avesse smesso un secondo di scrivere e di "cantare", il poeta dell'Illinois regala una vera e propria gemma di musica nera, un album che affonda le sue radici nel jazz e nel funk più grezzi, ma lo dà quasi per scontato pur di concedersi il tempo di andare a sporcarsi le mani nell'elettronica, nell'ambient e nel dubstep: quello che ne viene fuori è sorprendente, e per quanto l'espressione "mai sentito prima" oggi è quantomeno azzardata, vista la quantità di sperimentazioni musicali tese in ogni direzione, non me ne viene in mente una migliore.



4) Flying Lotus - Cosmogramma

Un disco paradigma dell'hip-hop di questi anni. O almeno di quel tipo di hip-hop a metà tra lo strumentale, il sampling usato come componente protagonista e tanta, tanta sperimentazione. Un genere non genere che accomuna le opere più diverse. Mi piace pensare di poter individuare nel tempo una linea che va da DJ Shadow a FlyLo, da Endtroducing a Cosmogramma, in perfetta continuità. Perchè come l'esordio di DJ Shadow, anche questo è un disco destinato a restare, una svolta che l'hip-hop dovrà assumere come proprio crocevia se ancora vuole interrogarsi su quale direzione prendere, e arrivare a darsi una risposta. Segnatevi questo nome, perchè del nipote di John Coltrane, già accreditato come l'Aphex Twin nero, e del suo genio, ne sentiremo riparlare presto.


3) Black Milk - Album of the Year

Nonostante la giovane età anagrafica, Black Milk ha visto la sua carriera impennarsi in men che non si dica fino a designarlo nuovo re di Detroit, forse l'unico davvero in grado di raccogliere l'eredità di J Dilla. Ma la sua crescita esponenziale non è visibile solo nel modo di produrre, già eccellente nel precedente Tronic e arrivata, se possibile, a livelli ancora più alti, ma anche e soprattutto nel rap: credo di poter dire senza paura di sbagliarmi che non si è mai visto un beatmaker di razza fare dei progressi simili anche nell'mcing. Sul disco c'è poco da dire: Deadly Medley è chiaramente il pezzo rap dell'anno (le strofe di Royce e soprattutto di eLZhi sono roba da antologia), ma andando avanti con gli ascolti si rimane catturati soprattutto da alcuni pezzi particolarmente introspettivi e drammatici, che grazie alla loro non eccessiva cupezza non annoiano mai. Perciò mettiamola così: se alla fine del titolo dell'album, ci fosse stato un bel punto di domanda, la mia risposta, all'epoca del primo ascolto, sarebbe stata immediatamente .



2) The Roots - How I Got Over

Ho ascoltato questo disco, ininterrottamente, per tutta l'estate. E c'è stato un periodo preciso, in cui ho pensato "Questo sarà il mio disco rap dell'anno, e non potrà uscire niente che mi smuova da questa posizione". Sfortunatamente, è uscito qualcosa che c'è riuscito, ma tant'è. Rimane un'opera maestosa, ultimo mattone posto (almeno a quanto si era detto) a conclusione di una gloriosissima carriera tra le più longeve e al contempo dense di qualità della storia della musica hip-hop. In tutti questi anni, i Roots non hanno mai perso due cose: la dignità e la coerenza, che infatti caratterizzano anche questo "How I Got Over", dove le bizzarrie sono molto ridotte, c'è un prepotente ritorno al rap più essenziale (e Black Thought si dimostra uno dei più grandi MC di sempre, troppo sottovalutato per il suo effettivo valore) con giusto qualche spruzzata di funk e soul ad ammorbidire il tutto, in un disco dove le potenziali hit sono tantissime (fai prima a dire i pezzi che non lo sono), gli ospiti sono semplicemente il meglio (Blu, Phonte, John Legend) e il piccolo tributo al compianto J Dilla riesce nonostante tutto a spiccare e portarsi via qualche lacrima. Rimane un monumento alla musica nera tutta, all'integrità di un gruppo che ha saputo cambiare spesso forma ma mantenendo sempre la sua linea, vendendo tanto pur rimanendo con una mentalità che ancora ci ritroviamo a definire "underground"; un gruppo che ha saputo metabolizzare l'esperienza di live band al Late Show di Jimmy Fallon e riconvertirla in un piglio sicuramente nuovo, facendosi carico della voce della nazione nell'altro album dei Roots di quest'anno, quello in combo con John Legend (che si è rivelato un cantante estremamente duttile e dotato non solo vocalmente), intitolato "Wake Up!" e che raccoglie una serie di classici brani della tradizione soul/funk/R&B americana coverizzati per l'occasione dal sopracitato John Legend coi Roots. Insomma, forse non c'era un modo migliore per andarsene lasciando il segno, per ?uestlove e soci.


1) Kanye West - My Beatiful Dark Twisted Fantasy

Parlare di Kanye West non è difficile, è praticamente impossibile. Perchè di un personaggio così complesso, così odioso eppure dotato, con quella spocchia che però si può permettere, cosa vuoi dire? Alla sua quinta uscita ufficiale, l'ex protetto di Jay-Z se ne viene fuori con questo disco che non rivoluziona particolarmente la concezione di rap mainstream che lo stesso West aveva contribuito a creare ed elevare a canone estetico da seguire, ma di sicuro lo porta alle estreme conseguenze: ecco perchè mi trovo a dire che My Beatiful Dark Twisted Fantasy rappresenta il picco più alto che l'hip-hop da classifica abbia mai raggiunto, un conglomerato di canzoni perfette o poco meno, una montagna di hit che una dopo l'altra invaderanno le charts e mangeranno in testa a tutti i 50 Cent e i Lil Wayne di turno; 13 tracce in puro stile Kanye West, prodotte, overprodotte, con quella particolare tendenza ad andare oltre a cui siamo ormai abituati. L'unico motivo per cui questo non dovrebbe essere il disco dell'anno è la copertina, orribile. Ma per il resto non ci possiamo sbagliare: Kanye West ha fatto ancora centro.

giovedì 9 dicembre 2010

2010: A Year In Videos

Un altro anno è quasi passato, è tempo di bilanci e, cosa più importante, di classificoni. Per chi di noi è abituato al giochino, il tutto diventa poco più di una consuetudine, ma nell'intento di divertirsi sempre e con l'opportunità di scoprire ogni volta qualcosina che c'era sfuggito. Partiamo dalla classifica a cui attribuisco sicuramente meno importanza: quella dei migliori video musicali, più un pretesto per postare questi splendidi video che non una classifica vera e propria, con tutti cri(tici)smi.




Diversi video potevano aspirare a occupare la prima posizione, ma l'esperimento degli Arcade Fire, assieme alla potenza del brano in sè e dell'album, ha reso le cose molto più semplici. Negli ultimi dieci anni ci siamo trovati spesso a urlare al miracolo, vedendo in cose diverse i progetti "senza precedenti" che avrebbero portato alla svolta: bene, questo è uno di quei casi, in cui si cerca chiaramente di passare il limite tra il musicista e il fruitore, scostando il velo spesso ingannatore dell'interattività per arrivare alla vera e propria interazione, almeno emozionale quando non anche fisica. Questo non è un film interattivo, non è un video musicale, è molto di più.



2) Kanye West - Runaway

Secondo per un soffio, Kanye riesce, come ogni volta che mette il muso di fuori, a piazzare il colpo. Perchè tira fuori singoli da un album in cui c'è solo l'imbarazzo della scelta, e cià nonostante il progetto è quanto mai azzeccato, vibrante e imponente, oltre che faraonico come si confà ad un ego come quello di Mr. West (il video non è altro che un cortometraggio di quasi 35 minuti!). Il catchet e la produzione che ci stanno dietro fanno vedere che con i soldi le cose si possono fare, e alla grande. La perfezione stilistica sfiorata. Cos'altro volete che vi dica? Uno ci prova, a odiare Kanye West, ma quando ti combina di queste cose, tu cosa vuoi farci?



3) LCD Soundsystem - Drunk Girls

Alla loro terza (e, temo, ultima) uscita discografica, gli LCD Soundsystem di James Murphy non lasciano nessun dubbio sul merito del loro status di instant cult, e per farlo si servono anche della mano di uno dei videomaker più esperti e talentuosi degli ultimi trent'anni: Spike Jonze, che anche in questo 2010 piazza due piccoli (ma mica tanto) capolavori, tra cui proprio il video di questa "Drunk Girls", in cui c'è tutta l'ispirazione che Murphy si è sempre divertito come un matto a buttare nel calderone, mischiando Bowie e Velvet Underground con l'elettronica più impensabile. Un video, come dire, rappresentativo.



4) Lady Gaga feat. Beyoncé - Telephone

Si potrebbe stare qua per ore a disquisire su Lady Gaga come fenomeno culturale e musicale. Si potrebbe, ma di certo non è questo il luogo e il modo, essendoci gente molto più qualificata di me che riesce in risultati persino peggiori di quelli che potrei raggiungere io, per cui mi limito al mio prima di, per citare Diego Abatantuono, "pisciare fuori dal seminato".



5) Massive Attack - Splitting The Atom

Il ritorno dei Massive Attack non è stato certo dei migliori, nessuno lo nasconderà, tuttavia l'uscita di questo video aveva fatto presagire a tutti qualcosa di grosso. Perchè questa è roba sopraffina. Ipnotico, etereo e drogante come tutti i video e la musica dei Massive Attack. Un gioiello che entra di diritto in un'ipotetica Top 5 dei loro video.


6) M.I.A. - Born Free

La strage dei ginger kids e il discussissimo campione di Ghost Rider, accoppiata video-singolo con pochi pari in questa annata. E lei è sempre lei, un'altra di quelle che appena mettono la testa fuori fanno inevitabilmente parlare di sè.




7) Arcade Fire - The Suburbs

Ed ecco la seconda zampata. Sempre lui, Spike Jonze, in questa piccola perla adolescenziale che dona ad una canzone già importante e meravigliosa un ulteriore motivo di eternità. Per ora ci restano l'epico climax, una corsa in bicicletta col cuore in gola e la pesante certezza che gli Arcade Fire ce li porteremo dietro per tanto, tanto tempo.



8) Flying Lotus - Mmm Hmm

Questo video di FlyLo è già grande di suo, per la magnificenza del tutto e la sottigliezza con cui si sposta continuamente da un piano all'altro della nostra percezione visiva, ma il suo più grande merito è forse quello di rispecchiare appieno la musica del suo autore: una moderna psichedelia, potremmo chiamarla, in cui l'impianto hip-hop quasi "classico" viene stravolto nei modi più svariati non solo dalla congiunzione con l'elettronica, ma anche dalla presenza di elementi kraut che riescono miracolosamente a suonare così pop. E il video segue questo sentiero, inerpicandosi in strade già battute dai capostipiti del videoclip anni Novanta, che vengono però talmente distorte e reinterpretate da ricordare solo vagamente la loro matrice originaria.




9) Kanye West - Power

Un quadro in movimento di novanta secondi. E stiamo ancora qua a parlarne? Non ce n'è, per nessuno. È chiaro, la più grossa sboronata di tutti i tempi. Ma il punto è che lui può permettersele, cose del genere, soprattutto perchè le fa meglio di chiunque altro.



10) Caribou - Odessa

Per quanto mi riguarda, la canzone dell'anno, indipendentemente dal video. Che poi, insomma, si lascia guardare, diciamo così.


11) Broken Social Scene - Meet Me In The Basement

Potente, al passo coi tempi e perfino un pochetto avanti, una roba che non in tanti potevano permettersi, e qualcosa da cui c'è voluto un po' per riprendersi.


12) Janelle Monae feat. Big Boi - Tightrope

Un singolo mostruoso, in apparenza la solita accoppiata rapper maschile-vocalist femminile tira fuori dal cilindro questa autentica bomba, accompagnato da un video di gran classe nonostante l'apparente semplicità, perchè l'illusione di affidarsi unicamente alla coreografia che ci appare inizialmente è bloccata sul nascere, e non possiamo fare altro che lasciarci trasportare da Janelle, che ruba lo schermo a dir poco al pur ingombrante featuring della hit.



13) Vampire Weekend - Giving Up The Gun

RZA, Lil Jon, Jake Gyllenhaal, Joe Jonas. Basterebbe elencare gli ospiti, e avremmo già finito. E invece no, perchè come sempre i Vampire Weekend sorprendono, sfoderando quello che è a conti fatti uno dei loro singoli migliori (e non è poco, essendo loro poco meno che una hit-machine) e affiancandolo a un video a dir poco esilarante. Le facce di Gyllenhaal e Joe Jonas valgono da sole tutta la baracca. Solo al secondo album, eppure già una certezza.



14) Big Boi - Shutterbugg

Terronaggine d'altri tempi nel grandissimo comeback album di Big Boi, la metà più ghettusa e classicamente hip-hop degli Outkast, disciolti o separati in casa non ci è dato sapere. Sta di fatto che questo pezzone, finito pure sulla colonna sonora di NBA 2K11, ha tutto il sapore di alcuni video della band di Atlanta, e ne incarna alcuni pregi in maniera spaventosamente somigliante.


15) Wavves - Post Acid

L'indie-rocker preferito di tutti gli strafatti, ma impossibile per chiunque non amarlo. Quelli riguardanti lui sono probabilmente i migliori aneddoti del 2010, tra cui lo stare assieme con Best Coast, l'aver fatto entrambi un disco con dei gatti in copertina e l'aver preso tutti e due un inventatissimo 8.4 su Pitchfork; o, meglio ancora, l'esser stato beccato in tour in Germania

The Bloody Beetroots live @Limelight

Eccomi, sono sopravvissuto. Farò un breve resoconto, anche se le cose da dire sono moltissime. Concerto durato poco più di un'ora, breve ma intensissimo (sulla durata mi aspettavo molto di più, avevo messo in conto che sarebbe finito alle 3/4); purtroppo la DC77 è un tour programmato, quindi l'orario è quello e non ci sono extra. Dicevo, concerto breve ma estremamente curato sotto ogni dettaglio:luci, suoni, batteria sincronizzati perfettamente per un'esperienza da lasciare senza fiato. Purtroppo, però, ci sono state parecchie note negative che hanno rovinato in parte l'esperienza: inanzitutto l'impianto audio, scandaloso a dir poco. Non lasciava spazio ai synth (praticamente inaudibili), gracchiava continuamente lasciando spazio solo a batteria e chitarra (?): quando hanno messo We Are From Venice quasi non l'ho riconosciuta. Qui però bisogna fare anche un appunto sui Bloody: la DC77 è più improntata su un sonoro punk/rock, con forte presenza di batteria e chitarra (non solo per lo scorretto bilanciamento dei suoni del locale) e, a posteriori, posso dire di non aver gradito molto: avrei preferito di gran lunga il loro classico suono elettronico e sintetizzato. Altro punto negativo, il pubblico: purtroppo questo genere di concerti in Italia attira quegli esaltati che vengono solo per fare a botte, e rendono il pogo invivibile (i primi 10minuti sono stati assurdi, sono dovuti intervenire i bodyguard altrimenti ci scappava il morto). Meno male che poi gli esaltati hanno continuato le loro risse lontano dal palco, così ho potuto mettermi in prima fila. Il pogo ci sta sempre, basta che non sfoci in rissa, o in pretesto per fare rissa. Bloody Beetoots bravissimi, un concentrato unico di energia e abilità tecniche: il pregio della DC77 è proprio il fatto che Bob Rifo e Tommy Tea riescono a sfruttare al massimo ogni strumento. Ah, Tommy Lee non ha suonato tanto, giusto una decina di minuti, ma è stato fenomenale. Quando Bob Rifo l'ha acclamato ero l'unico deficiente a urlare come un forsennato (forse anche perchè nessuno ha capito che era un altro, avendo anche lui la maschera).
In definitiva, grande concerto, rovinato però in parte da elementi non insignificanti. Il concerto ideale dei BB a mio avviso è in un festival all'estero, con dj set di ore e ore, sound elettronico e impianto audio di buona fattura. Spero quindi ritornino presto ai dj set, anche perchè la DC77 è un live programmato, quindi rivederlo sarebbe alquanto ripetitivo.

venerdì 26 novembre 2010

Harry Potter and the Deathly Hallows I (David Yates, 2010)



Prima di cominciare a parlare del film in sè, è necessaria una doverosa premessa: arrivati alla prima parte del settimo film, se ancora non avete letto i libri siete semplicemente degli stronzi. Un po' perchè è incomprensibile come possano non interessarvi, se poi vedete i film; un po' perchè non vedo come si possa capire questo film senza conoscere il testo da cui è tratto. È chiaro ormai che la versione cinematografica è realizzata solo ad uso e consumo degli iniziati, di chi vuole semplicemente vedere trasposte sul grande schermo le pagine che gli hanno dato così tanto. Perciò via subito la maschera, non facciamo finta di niente, qui si è fan di Harry Potter dalla prima ora, i libri li si è letti tutti più e più volte, divorati e consumati, perciò è perfettamente inutile che stia a spiegarvi la meraviglia che questi libri non possono non lasciarvi. E se Harry Potter ha una marcia in più, se ha sempre lasciato e sempre lascerà qualcosa che nient'altro è in grado di darvi, lo deve a qualcosa di letteralmente magico, epidermico, che o lo capisci perchè l'hai letto anche tu, o altrimenti non so che farci. Non si può spiegare Harry Potter, bisogna crescerci assieme.
Ma veniamo al film in sè, cercando di analizzarlo con quanto più distacco possibile, come trasposizione ma soprattutto come prodotto cinematografico. Mi sembra davvero stupido negarlo: la prima parte dei Doni della Morte è un signor film, praticamente perfetto. Alla sua terza regia nella saga, Yates riesce finalmente ad uscire dall'anonimato che aveva caratterizzato le sue prove precedenti, focalizzandosi su ciò che davvero rende questo film uno dei migliori finora realizzati: le atmosfere. Fin da subito la scelta di dividere il film in due parti si rivela vincente, e non sto parlando dell'aspetto monetario, ma della riuscita di tutta l'opera, che potendo liberarsi dalla frenesia di dover raccontare un mare di avvenimenti e non poter lasciare niente in mezzo, ha molto più tempo per riflettere e far riflettere. Chiariamolo, in questo film non succede praticamente niente (le poche scene d'azione, fra l'altro, sono forse le peggio dirette di tutti e sette i film, unico neo di un film comunque impeccabile). Ma la lunga, lunghissima premessa a quello che sarà poi il gran finale della seconda parte, svela tutto il turbinio di angosce e turbamenti che forse i film precedenti non avevano avuto non dico l'intenzione, ma il tempo, di mostrare. Harry Potter è diventato grande, e noi con lui: questo non è più solo un film sulla paura, ma un film sulla paura di morire. Giunge infine il momento in cui anche l'ultima protezione viene a cadere, e bisogna prendersi sulle proprie spalle tutta la responsabilità, con la consapevolezza di poter fallire, e che il fallimento significherebbe la fine per tutti. I tre protagonisti vengono trascinati loro malgrado in un susseguirsi di sospetti e gelosie, ma alla fine, come sempre, le qualità Grifondoro vincono tutto, e il terzetto è restaurato: il livello del cast è semplicemente stellare, i nostri tre beniamini sono sempre più bravi (ed Emma Watson sempre più bella), Helena Bonham Carter meriterebbe applausi a scena aperta ogni volta che viene inquadrata, e via di seguito tutti gli altri, in una spinta corale al compimento del dovere ultimo, la distruzione degli Horcrux.
Piccolo discorso a parte merita il sorprendente film nel film, la storia dei Tre Fratelli Peverell e dei Doni della Morte, una piccola perla di animazione che risulta inevitabilmente essere il momento più alto della pellicola, senza però oscurarne il resto.
A livello di adattamento, alcune pecche si possono riscontrare nel mancato approfondimento del rapporto tra Silente e Grindelwald, che verrà per forza di cose inserito nella seconda parte, oltre ad un pesante retaggio del sesto film: non è stato ancora fatto nessun accenno ai restanti Horcrux, e risulterà quindi difficile spiegare come i protagonisti possano averli individuati, mancando una parte preliminare non più recuperabile. Sperando che gli sceneggiatori sapranno ovviare a questo buco in una maniera che renda giustizia all'opera di partenza, è con grande soddisfazione e un pizzico di paura che guardo a questo film nell'ottica del prossimo, l'ultimo. Difficilmente esso potrà essere all'altezza di questa prima parte, così formalmente perfetta perchè snellita di parti relegate di fatto all'episodio successivo. Ma la paura più grande è quella di arrivare ai titoli di coda, e capire che oltre non c'è più niente. Nessun altro libro da leggere, nessun altro film da guardare, la conclusione a lungo rimandata che finalmente andiamo a impattare. E fa male, sapere che la saga è finita, e con lei la nostra adolescenza, e i ricordi di noi che a Hogwarts, in fondo, è come se ci fossimo stati.

giovedì 18 novembre 2010

Don't Call Him a Bust

Viene da chiedersi perchè a volte, la sfortuna debba accanirsi su qualcuno fino al punto di rovinargli la vita. Perchè è questo che è successo allo sfortunatissimo centro dei Portland Trailblazers, Greg Oden, forse destinato ad entrare nell'Olimpo dei grandi del basket; probabilmente non lo sapremo mai, dal momento che la sua carriera sembra ormai non poter più decollare, visti i gravissimi infortuni alle ginocchia capitatigli proprio nei momenti in cui sembrava poter ripagare le aspettative di chi così a lungo lo aveva atteso.



La storia di Greg Oden, almeno quella cestistica, comincia nello stato dell'Indiana, dove con due high school diverse finisce per vincere tre titoli statali consecutivi, oltre a essere nominato giocatore dell'anno (solo LeBron James c'era riuscito, nel suo anno da Junior). Dopo un solo anno di NCAA negli Ohio State Buckeyes, chiuso peraltro con ottime medie, decide di rendersi eleggibile per il draft NBA, e i Portland Trailblazers lo chiamano per la prima scelta, preferendolo addirittura a Kevin Durant (cosa che verrà poi rinfacciata ai dirigenti dei Blazers negli anni successivi) e le aspettative sono alle stelle.



Gran parte della lega carica sulle sue spalle un peso forse troppo gravoso, ovvero la responsabilità di raccogliere l'eredità di Shaquille O'Neal come nuovo centro più dominante della lega (dato che a quanto pare, il pur quotatissimo Dwight Howard non riusciva e tuttora non riesce nell'impresa): forse proprio sotto questo peso eccessivo, il suo ginocchio destro cede, e Oden è quindi costretto a operarsi e saltare tutta quella che avrebbe dovuto essere la sua prima stagione nella National Basketball Association. Non avendo partecipato ad alcun match di regular season, viene considerato un rookie nella stagione 2008/2009, riuscendo a mettere insieme presenze e statistiche dignitose, pur dovendo fare sempre i conti con infortuni che non lo lasciano libero un secondo (prima il piede, poi ancora il ginocchio). La sua stagione da sophomore comincia ancor meglio di quella da rookie, Oden sembra progredire a vista d'occhio su entrambi i lati del campo, ma non ha ancora estinto i suoi conti con la dea bendata: il 5 Dicembre, durante una partita con gli Houston Rockets, atterra male dopo un salto e si rompe la rotula del ginocchio sinistro (quello sano, avremmo potuto dire). Diagnosi: stagione finita, e rientro previsto, sfortuna permettendo, entro la fine del 2010. Sfortuna permettendo, appunto.


Dopo mesi passati a lavorare, a ignorare tenacemente chi lo vuole etichettare come un fallimento totale, aspettando la sua rivincita, il ginocchio sinistro ricomincia a fargli male. A Portland sono ormai avezzi agli infortuni (l'anno scorso ogni giocatore del roster ha subito almeno un infortunio, e persino coach McMillan, giocando in un 5 vs 5 perchè mancavano gli uomini per fare una partita, si era rotto il tendine d'achille), e Oden viene quindi subito sottoposto ad una risonanza magnetica. Arriva l'ennesima tegola: la cartilagine è danneggiata nello stesso modo in cui lo era quella del ginocchio destro, al tempo dell'approdo di Oden in NBA. Altra operazione, altra stagione finita senza aver nemmeno messo piede sul parquet.
A questo punto, non sono solo i maligni a far notare che il treno di Greg Oden sembra essere definitivamente passato: anche ammettendo che il centro possa rimettersi completamente dai suoi guai fisici (il che è tutto da vedere), inizia ad avere un'età che pesa leggermente, per una prima scelta con appena 82 partite giocate in più di 3 anni. Ma il grosso dispiacere non è solo per l'angosciante sfortuna con cui la carriera di Greg è stata di volta in volta gambizzata (letteralmente), quanto soprattutto per il fatto che per una volta si aveva davvero tra le mani un potenziale fenomeno, e non un altro Michael Olowokandi: nei momenti in cui il suo fisico gliel'ha concesso, Oden è stato in grado di dimostrare grandissime doti tecniche, e un Q.I. cestistico molto elevato, oltre a un margine di miglioramento che poteva forse concretizzarsi nelle aspettative che ormai nessuno più si azzarda a ricordare, quelle di avere tra le mani lo Shaq della nuova generazione. Le aspettative non sono state stupidamente mal riposte in un colosso di sette piedi e passa, totale illetterato di pallacanestro, ma in un giovane centrone di belle speranze, proveniente da una terra che di talenti ne ha sfornati, e che sotto canestro combinava qualcosina, e pure di più. Certo è che i Blazers avrebbero forse potuto fare qualche controllo più approfondito alle ginocchia del ragazzo su cui speravano di fondare una dinastia. Fa ancora più male notare che, oltre alle speranze di Oden di veder la sua stella brillare tra quelle degli dei del basket, si stanno anche sgretolando le speranze degli stessi Blazers di arrivare al titolo e costruire la suddetta dinastia, visti anche tutti gli altri infortuni che stanno colpendo senza pietà gli altri giocatori del roster (ultimo e più importante, l'ennesimo guaio dell'uomo franchigia Brandon Roy, uno dei talenti più cristallini dell'NBA tra le guardie, anche lui sempre un po' tenuto a freno dagli infortuni). Dispiace per il giocatore, per chi gli è vicino, per la squadra è la dirigenza, per i tifosi e la città, perchè sognando Clyde Drexler forse si poteva aspirare a tornare tra i grandi. Ma se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, e per questo tocca soffrire in silenzio, facendo il tifo di nascosto per una squadra così bella e al contempo vittima della sfortuna più nera, che non avrà mai la ribalta che merita.

lunedì 15 novembre 2010

The Social Network (David Fincher, 2010)


Devo ammettere che, nell'apprendere la notizia che David Fincher avrebbe diretto un film sulla nascita di Facebook, sono rimasto un po' perplesso. Perchè anche se non ho mai nutrito alcun dubbio sulle qualità artistiche di Fincher, il progetto si presentava alquanto difficile soprattutto per la sua natura apparentemente poco "filmabile". E invece si rimane ancora una volta abbagliati davanti alla lezione di cinema del regista di "Se7en" e "Fight Club", che compie un'operazione che definire è complessa è riduttivo: raccontare una storia che, non fosse per l'eco che Facebook ha avuto dal momento della sua creazione ad oggi (e per le quantità di denaro che ha spostato), sarebbe rimasta profondamente impopolare, circondata da un'aura nerd che ha decisamente poco a che fare con la coolness che anche su Facebook ha poi preso il sopravvento. Ma la sottile operazione di Fincher cerca inoltre di smontare l'alone mefistofelico che aleggia attorno alla figura del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg (il classico nerd sfigato e invidioso, oltre che cafone e un po' opportunista), mostrandola come l'ennesimo prodotto corrotto dalla società americana, dalla sua avidità e dalla sua ossessione per la competizione. Zuckerberg è un ragazzo con evidenti problemi di socialità che ha inventato un sito dove 500 milioni di persone possano conoscersi e farsi i cazzi altrui, e Fincher vuole chiaramente usarlo come metafora vivente di un'intera generazione emozionalmente disagiata, che chiede amicizie a destra e a manca ma non sa relazionarsi con gli altri, presente online ma totalmente assente dai posti dove la vita si vive per davvero.
Il racconto parte dai due estremi narrativi: da una parte, l'ormai leggendaria rottura tra Zuckerberg e la sua ragazza, che darà inizio al tornado emotivo con conseguente creazione, in una sola notte, del sito noto come FaceMash; dall'altra, la testimonianza nei processi per le cause milionarie intentategli per furto intellettuale e per truffa. Da qui, la vicenda tutto sommato classica viene dipanata seguendo un percorso irregolare, non solo per la continua alternanza presente-passato, ma anche per la volontà di Fincher di raccontarci la rivoluzione ponendo in contrasto le vicende personali proprio con i mezzi della rivoluzione, pur dando sempre la precedenza alle prime nell'intento di farci percepire come il motore dell'azione umana rimanga sempre l'emozione, e nella fattispecie l'orgoglio mille volte ferito di Zuckerberg (interpretato da un eccezionale Jesse Eisenberg, che dopo le commoventi prove di Adventureland e Zombieland, qui si supera per entrare nell'Olimpo che di diritto gli spetta, tra gli attori più emergenti del cinema americano), da cui partirà incredibilmente la stessa creazione di Facebook. Fincher non ci lascia un secondo per riflettere, tenendo alto il ritmo e dando fluidità al susseguirsi degli avvenimenti: questa macchina del cinema, una volta innescata, non può più essere fermata se non dall'esaurirsi degli eventi stessi; e ormai Fincher non si nasconde più, sa di essere fra i grandi e di poter lottare ad armi pari, dopo aver azzeccato il secondo capolavoro hollywoodiano (dopo l'epopea de Il Curioso Caso di Benjamin Button) nella speranza che una statuetta arrivi a coronare la sua carriera. Per puntare così in alto, si è servito di una produzione assolutamente all'altezza, di un cast semplicemente perfetto, dell'amato Aaron Sorkin (quello di Studio 60 on the Sunset Strip) alla sceneggiatura e, infine, della collaborazione di Trent Reznor (aka Nine Inch Nails) per la colonna sonora. Di questo meraviglioso lavoro, quello che ci rimane è un film il cui valore non realizziamo ancora interamente, ma che fra qualche anno, ne sono certo, sarà visto come uno dei capisaldi assoluti del biopic, nuova linfa vitale per un genere comunque mai in crisi. Non che ci sia nulla di così estremamente rivoluzionario in The Social Network, ma il tutto è orchestrato troppo bene, dosato a dovere, con un rigore e una precisione stilistica d'altri tempi che regalano, già da sole, svariate scene memorabili: dalla già citata rottura alla creazione di FaceMash, dal convegno con ospite Bill Gates all'incontro col creatore di Napster, Sean Parker (un ammaliante e sorprendente Justin Timberlake), dalla Henley Royal Regatta al raggiungimento del milione di utenti (e alla contemporanea rottura con l'unico amico nonchè co-fondatore del social network, Eduardo Saverin, a cui presta il volto quell'Andrew Garfield presto sugli schermi con il reboot di Spiderman), fino alla struggente conclusione in cui un affranto Zuckerberg è solo col suo computer e i suoi biglietti da visita, davanti al profilo Facebook della sua ex fidanzata, sperando che il continuo refresh gli riveli che la sua richiesta d'amicizia è stata accettata.

mercoledì 10 novembre 2010

Call of Duty: Black Ops (Activision, 2010)

Per la prima volta dalla creazione di questo blog, abbiamo il piacere di pubblicare sulle nostre pagine un caro amico che ci fa spesso e volentieri da guida nel mondo dei videogiochi. Questo special guest ci presenta, a tempo di record, la recensione di Call of Duty: Black Ops, probabilmente il gioco più atteso dell'intera stagione videoludica (visto il successo di Modern Warfare 2), non senza rivelare qualche malumore dovuto ai passi indietro del gioco e alla piega presa dall'intero franchise. Ma lasciamo che a parlare, sia proprio questa recensione:



Da sempre sono un fan della saga Call of Duty, più volte da me reputata una degna alternativa alla serie Medal of Honor. All'annuncio del nuovo capitolo, Black Ops, i miei sensi sono andati letteralmente in estasi, già pregustavano un ottimo sequel di MW2. Man mano che il tempo passava e che le informazioni diventavano sempre più specifiche e invoglianti, l'attesa per il titolo era inevitabilmente aumentata a dismisura. Eccoci dunque arrivati alla giornata di oggi (9/11), dayone del titolo Treyarch. Ma qualcosa non va. Dopo aver provato per una buona ora la modalità di gioco in singolo e dopo aver dedicato un'altra ora al test della modalità multigiocatore scopro che tutte le mie attese sono state in gran parte deluse. Nonostante la volontà della softwarehouse statunitense di offrire un prodotto che sapesse rivaleggiare con il suo predecessore (o addirittura superarlo), a mio avviso non si può definire raggiunto l'obiettivo dei ragazzi di Treyarch.
La modalità giocatore singolo ripresenta sostanzialmente l'ottima formula di MW2 secondo cui il giocatore è impegnato nel compiere una serie di missioni per conto dell'esercito statunitense. L'innovazione "vera" arriva dall'ambientazione e dai protagonisti. Se MW2 ambientava le proprie vicende in conflitti moderni, BlackOps sceglie di introdurre il giocatore in un nuovo conflitto: la guerra fredda. I protagonisti delle vicissitudini di guerra ora parlano, recitano molto bene a mio avviso, riescono a coinvolgere emotivamente il giocatore nello spettacolo. Ma qual è il sostanziale difetto di fondo? Proprio la volontà della software house di mantenere inalterata la struttura di queste missioni: dopo un filmato introduttivo si giunge a una sparatoria caratterizzata da predefiniti. Concluso lo scontro si segue un compagno che ci conduce in un'altra "guerriglia" dove sarà presente un altro . E così via, fino al finale del gioco. La strada da seguire è, ovviamente, una sola e su questa i programmatori hanno collocato un numero di nemici infinito che potranno essere fermati solamente facendo avanzare il protagonista verso un secondo scontro. Il comparto grafico non è eccelso ma si lascia ammirare: buona la caratterizzazione grafica dei personaggi, stilisticamente ispirati, e anche il comparto ambientale, nonostante non sia esente da difetti, è particolarmente curato riproponendo paesaggi tropicali, metropolitani e cupi.
A fianco ad una soddisfacente modalità in singolo viene, però, affiancata una modalità multigiocatore non particolarmente entusiasmante.
Quello che da subito colpisce è il downgrade dal punto di vista grafico, operato dalla Treyarch, per rendere tutto l'azione su schermo più fluida, nonostante sia rimasto invariato il numero di giocatori massimi su mappa (18) rispetto al titolo precedente.
La novità è introdotta dal sistema di crediti (COD Points), accumulabili in vari modi, che serviranno ad acquistare tutti i nostri strumenti di offesa e difesa. Questi ultimi dovranno essere prima sbloccati tramite il consueto accumulo di punti esperienza, identico a MW2. Cosa non convince, ad eccezione della grafica, del comparto online quindi? A mio avviso la non volontà di rivoluzionare il concept di base: le modalità sono identiche al predecessore, il sistema di sbloccabili è preso di forza da MW2 (ad eccezione della valuta, i COD Points) ed è valorizzato il gioco "ad personam" piuttosto che la cooperazione tra team. La volontà di Activision di produrre un titolo per anno non giova positivamente alla saga. (EvilCrazySkull)