Visualizzazione post con etichetta Movies Of The Year. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Movies Of The Year. Mostra tutti i post

lunedì 15 novembre 2010

The Social Network (David Fincher, 2010)


Devo ammettere che, nell'apprendere la notizia che David Fincher avrebbe diretto un film sulla nascita di Facebook, sono rimasto un po' perplesso. Perchè anche se non ho mai nutrito alcun dubbio sulle qualità artistiche di Fincher, il progetto si presentava alquanto difficile soprattutto per la sua natura apparentemente poco "filmabile". E invece si rimane ancora una volta abbagliati davanti alla lezione di cinema del regista di "Se7en" e "Fight Club", che compie un'operazione che definire è complessa è riduttivo: raccontare una storia che, non fosse per l'eco che Facebook ha avuto dal momento della sua creazione ad oggi (e per le quantità di denaro che ha spostato), sarebbe rimasta profondamente impopolare, circondata da un'aura nerd che ha decisamente poco a che fare con la coolness che anche su Facebook ha poi preso il sopravvento. Ma la sottile operazione di Fincher cerca inoltre di smontare l'alone mefistofelico che aleggia attorno alla figura del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg (il classico nerd sfigato e invidioso, oltre che cafone e un po' opportunista), mostrandola come l'ennesimo prodotto corrotto dalla società americana, dalla sua avidità e dalla sua ossessione per la competizione. Zuckerberg è un ragazzo con evidenti problemi di socialità che ha inventato un sito dove 500 milioni di persone possano conoscersi e farsi i cazzi altrui, e Fincher vuole chiaramente usarlo come metafora vivente di un'intera generazione emozionalmente disagiata, che chiede amicizie a destra e a manca ma non sa relazionarsi con gli altri, presente online ma totalmente assente dai posti dove la vita si vive per davvero.
Il racconto parte dai due estremi narrativi: da una parte, l'ormai leggendaria rottura tra Zuckerberg e la sua ragazza, che darà inizio al tornado emotivo con conseguente creazione, in una sola notte, del sito noto come FaceMash; dall'altra, la testimonianza nei processi per le cause milionarie intentategli per furto intellettuale e per truffa. Da qui, la vicenda tutto sommato classica viene dipanata seguendo un percorso irregolare, non solo per la continua alternanza presente-passato, ma anche per la volontà di Fincher di raccontarci la rivoluzione ponendo in contrasto le vicende personali proprio con i mezzi della rivoluzione, pur dando sempre la precedenza alle prime nell'intento di farci percepire come il motore dell'azione umana rimanga sempre l'emozione, e nella fattispecie l'orgoglio mille volte ferito di Zuckerberg (interpretato da un eccezionale Jesse Eisenberg, che dopo le commoventi prove di Adventureland e Zombieland, qui si supera per entrare nell'Olimpo che di diritto gli spetta, tra gli attori più emergenti del cinema americano), da cui partirà incredibilmente la stessa creazione di Facebook. Fincher non ci lascia un secondo per riflettere, tenendo alto il ritmo e dando fluidità al susseguirsi degli avvenimenti: questa macchina del cinema, una volta innescata, non può più essere fermata se non dall'esaurirsi degli eventi stessi; e ormai Fincher non si nasconde più, sa di essere fra i grandi e di poter lottare ad armi pari, dopo aver azzeccato il secondo capolavoro hollywoodiano (dopo l'epopea de Il Curioso Caso di Benjamin Button) nella speranza che una statuetta arrivi a coronare la sua carriera. Per puntare così in alto, si è servito di una produzione assolutamente all'altezza, di un cast semplicemente perfetto, dell'amato Aaron Sorkin (quello di Studio 60 on the Sunset Strip) alla sceneggiatura e, infine, della collaborazione di Trent Reznor (aka Nine Inch Nails) per la colonna sonora. Di questo meraviglioso lavoro, quello che ci rimane è un film il cui valore non realizziamo ancora interamente, ma che fra qualche anno, ne sono certo, sarà visto come uno dei capisaldi assoluti del biopic, nuova linfa vitale per un genere comunque mai in crisi. Non che ci sia nulla di così estremamente rivoluzionario in The Social Network, ma il tutto è orchestrato troppo bene, dosato a dovere, con un rigore e una precisione stilistica d'altri tempi che regalano, già da sole, svariate scene memorabili: dalla già citata rottura alla creazione di FaceMash, dal convegno con ospite Bill Gates all'incontro col creatore di Napster, Sean Parker (un ammaliante e sorprendente Justin Timberlake), dalla Henley Royal Regatta al raggiungimento del milione di utenti (e alla contemporanea rottura con l'unico amico nonchè co-fondatore del social network, Eduardo Saverin, a cui presta il volto quell'Andrew Garfield presto sugli schermi con il reboot di Spiderman), fino alla struggente conclusione in cui un affranto Zuckerberg è solo col suo computer e i suoi biglietti da visita, davanti al profilo Facebook della sua ex fidanzata, sperando che il continuo refresh gli riveli che la sua richiesta d'amicizia è stata accettata.

domenica 26 settembre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010)


Ci sono pochi film, oppure proprio non ce ne sono, difficili da descrivere e raccontare come Inception, sia ovviamente per la complessità, che per l'impossibilità di non sminuirlo, rinchiudendo fra sbarre sillabiche tutta la maestà di questo capolavoro. Eh si, perchè se non ci si vorrebbe mai sbilanciare ad usare tali paroloni (o meglio, lo si vorrebbe sempre fare, ma poi a guardare ai grandi classici del passato non ci si sente all'altezza), capolavoro è la definizione meno inefficace per definire l'ultima fatica di Christopher Nolan. Nolan che qui compie il miracolo definitivo (in parte già riuscitogli con Il Cavaliere Oscuro): il conciliare in maniera perfetta il suo cinema "d'autore", cerebrale, che non sottovaluta il suo pubblico ma anzi lo valorizza e lo stimola, con il blockbuster monumentale, mantenendo una libertà pressochè illimitata nella gestione nonostante i sette zeri nell'ammontare del budget.
Da dove cominciare, quindi, a parlare di Inception? Forse dalla sua caratteristica più evidente: la stratificazione. Infatti, così come il plot si srotola su molteplici livelli narrativi, in un complicato gioco di scatole una dentro l'altra (il sogno dentro al sogno), anche la pellicola in sè è dotata di un tale numero di livelli di lettura, che risulta impossibile anche solo pensare di elencarli tutti: si passa dall'action thriller più puro al dramma familiare sullo straziante senso di colpa, dal cammino per la redenzione e la catarsi fino all'imponente esplorazione del territorio del sogno, e dello spingersi troppo lontani dal confine con la realtà. Tutto questo, in 148 minuti al fulmicotone, che non lasciano un secondo per respirare, specie nello strabiliante secondo tempo. La sceneggiatura è praticamente impeccabile, sì complessa ma anche coadiuvata da spiegoni degni de Gli Occhi Del Cuore. E poi, come non parlare del cast, che a mesi dall'uscita del film, solo a leggere i nomi uno in fila all'altro veniva la pelle d'oca: un Leonardo DiCaprio che ormai non sbaglia più un colpo (io sinceramente penso sia arrivata l'ora in cui l'Academy debba smettere di considerarlo il regazzino di Titanic, e dargli il benedetto Oscar che si merita, dopo non so quanti film grandiosi azzeccati e quanti progetti sposati con successo); Joseph Gordon-Levitt che, dismessi i panni della commedia indie e dei G.I. Joe si fa notare per una strabiliante rendition del suo ruolo da spalla; Cillian Murphy, con un ruolo chiaramente scritto su misura per lui, che appare sempre più in ascesa dopo titoli come Sunshine, Breakfast On Pluto e la saga di Batman; un Tom Hardy in grande spolvero, con quel pizzico di cazzonaggine che non guasta mai; un'insospettabile Ken Watanabe, perfettamente a suo agio nel ruolo del magnate orientale dell'energia; le incantevoli Ellen Page e Marion Cotillard, la prima nella sua più adorabile luce acqua e sapone, la seconda perfida e in grado di rubare la scena a tutti; e infine, il sempreverde Michael Caine, a cui Nolan ritaglia una particina così tanto per, ma che fa sempre la sua porca figura.
L'importanza dell'operato di Nolan risulterà percepibile solo a distanza di anni, quando la conciliazione di esigenze monetarie da blockbusteroni e la capacità di scrittura di registi affermati saranno più raggiungibili, grossa parte del merito dovrà andare a questo signore qua, che aggiunge un'altra perla alla sua filmografia che già di per sè lo proietta nell'Olimpo dei più grandi registi americani contemporanei. Mi piace pensare che Inception, per la materia di cui tratta quanto per la grandezza del film in sè, sia un po' l'Eternal Sunshine of the Spotless Mind di questo decennio, in grado di far ruotare attorno a sè dieci anni di cinema, ma senza permettere a nessuno di avvicinarsi, anche solo minimamente, a un tale livello di perfezione.

P.S. Film dell'anno, senza se e senza ma. Anche e soprattutto dopo i trailer a base di Creep, non riesco a credere che The Social Network possa essere un grande film, figuriamoci più grande di Inception.

P.P.S. Mi rendo conto che il cieco entusiasmo potrà sembrare esagerato, ma se vi risulta incomprensibile, o non avete ancora visto Inception, o siete degli indie-fighettini snob di quelli che andranno a cercare il pelo nell'uovo della continuity temporale e sticazzi, e in tal caso meritate solo di essere incollati ad una sedia a guardare all'infinito (sì, l'avete capito a cosa mi riferisco) Knocked Up e quegl'altri film che difendete solo voi.

giovedì 2 settembre 2010

The Expendables (Sylvester Stallone, 2010)


Non si può parlare razionalmente di The Expendables, perchè è troppa l'emozione nell'assistere a questa sfilata di totem dei film d'azione, quasi fosse un passaggio di testimone da una generazione di "veri duri" alla successiva. Vorremmo che per Sly questo fosse l'ultimo film della sua quarantennale carriera, poichè sarebbe semplicemente il modo perfetto per andarsene. Dopo aver regalato l'ultima perla, l'action movie per eccellenza, che sintetizza alla perfezione tutti i canoni del cinema di Stallone. Purtroppo non sarà così. Ed è un peccato.
Perchè The Expendables è meraviglioso. Nel suo essere una cagatona, si dimostra perfettamente realizzato da mani sapienti, che ormai conoscono il mestiere e orchestrano alla perfezione gli intermezzi comici (pochi, ma graditissimi) e romantico-emozionali (pochissimi, e ringraziamo) con le sequenze d'azione (davvero tante, ed una più bella dell'altra), che giungono al loro culmine nell'epico finale.
Un cast semplicemente eccezionale: a cominciare proprio da Sly, sempre pronto a stunt e prove ormai fuori dalla sua portata data la sua età; ma come non parlare del vero protagonista, quel Jason Statham, ormai consacrato nuovo eroe degli action movie, al suo meglio in questo film; senza trascurare le varie, graditissime spalle, da Jet Li a Mickey Rourke, da Terry Crews a Randy Couture, da Dolph Lundgren (l'indimenticabile Ivan Drago di Rocky IV) al brutalissimo "Stone Cold" Steve Austin, fino ai cameo (un po' deludenti, in realtà) di Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger. Coltelli, fucili e pistole. Pallottole a pioggia, botte da orbi e tante, tante esplosioni. The Expendables è questo, ma anche molto di più. Questo film lascia vedere come pochi altri il buonismo di fondo che pervade tutta la filmografia di Stallone, banale direte voi, ma che ci fa emozionare e commuovere, rannicchiati nelle nostre poltrone per l'agitazione, mentre tifiamo come non mai per i nostri eroi spaccatutto, duri a morire fuori, ma realmente buoni dentro. Credo di non esagerare nel definire The Expendables il film più cazzone, tamarro e fracassone di tutti i tempi. Ma dannazione, questi sanno far divertire. Alla loro maniera, s'intende. Certo è, che un'ora e quaranta non m'è mai sembrata così breve.