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giovedì 18 novembre 2010

Don't Call Him a Bust

Viene da chiedersi perchè a volte, la sfortuna debba accanirsi su qualcuno fino al punto di rovinargli la vita. Perchè è questo che è successo allo sfortunatissimo centro dei Portland Trailblazers, Greg Oden, forse destinato ad entrare nell'Olimpo dei grandi del basket; probabilmente non lo sapremo mai, dal momento che la sua carriera sembra ormai non poter più decollare, visti i gravissimi infortuni alle ginocchia capitatigli proprio nei momenti in cui sembrava poter ripagare le aspettative di chi così a lungo lo aveva atteso.



La storia di Greg Oden, almeno quella cestistica, comincia nello stato dell'Indiana, dove con due high school diverse finisce per vincere tre titoli statali consecutivi, oltre a essere nominato giocatore dell'anno (solo LeBron James c'era riuscito, nel suo anno da Junior). Dopo un solo anno di NCAA negli Ohio State Buckeyes, chiuso peraltro con ottime medie, decide di rendersi eleggibile per il draft NBA, e i Portland Trailblazers lo chiamano per la prima scelta, preferendolo addirittura a Kevin Durant (cosa che verrà poi rinfacciata ai dirigenti dei Blazers negli anni successivi) e le aspettative sono alle stelle.



Gran parte della lega carica sulle sue spalle un peso forse troppo gravoso, ovvero la responsabilità di raccogliere l'eredità di Shaquille O'Neal come nuovo centro più dominante della lega (dato che a quanto pare, il pur quotatissimo Dwight Howard non riusciva e tuttora non riesce nell'impresa): forse proprio sotto questo peso eccessivo, il suo ginocchio destro cede, e Oden è quindi costretto a operarsi e saltare tutta quella che avrebbe dovuto essere la sua prima stagione nella National Basketball Association. Non avendo partecipato ad alcun match di regular season, viene considerato un rookie nella stagione 2008/2009, riuscendo a mettere insieme presenze e statistiche dignitose, pur dovendo fare sempre i conti con infortuni che non lo lasciano libero un secondo (prima il piede, poi ancora il ginocchio). La sua stagione da sophomore comincia ancor meglio di quella da rookie, Oden sembra progredire a vista d'occhio su entrambi i lati del campo, ma non ha ancora estinto i suoi conti con la dea bendata: il 5 Dicembre, durante una partita con gli Houston Rockets, atterra male dopo un salto e si rompe la rotula del ginocchio sinistro (quello sano, avremmo potuto dire). Diagnosi: stagione finita, e rientro previsto, sfortuna permettendo, entro la fine del 2010. Sfortuna permettendo, appunto.


Dopo mesi passati a lavorare, a ignorare tenacemente chi lo vuole etichettare come un fallimento totale, aspettando la sua rivincita, il ginocchio sinistro ricomincia a fargli male. A Portland sono ormai avezzi agli infortuni (l'anno scorso ogni giocatore del roster ha subito almeno un infortunio, e persino coach McMillan, giocando in un 5 vs 5 perchè mancavano gli uomini per fare una partita, si era rotto il tendine d'achille), e Oden viene quindi subito sottoposto ad una risonanza magnetica. Arriva l'ennesima tegola: la cartilagine è danneggiata nello stesso modo in cui lo era quella del ginocchio destro, al tempo dell'approdo di Oden in NBA. Altra operazione, altra stagione finita senza aver nemmeno messo piede sul parquet.
A questo punto, non sono solo i maligni a far notare che il treno di Greg Oden sembra essere definitivamente passato: anche ammettendo che il centro possa rimettersi completamente dai suoi guai fisici (il che è tutto da vedere), inizia ad avere un'età che pesa leggermente, per una prima scelta con appena 82 partite giocate in più di 3 anni. Ma il grosso dispiacere non è solo per l'angosciante sfortuna con cui la carriera di Greg è stata di volta in volta gambizzata (letteralmente), quanto soprattutto per il fatto che per una volta si aveva davvero tra le mani un potenziale fenomeno, e non un altro Michael Olowokandi: nei momenti in cui il suo fisico gliel'ha concesso, Oden è stato in grado di dimostrare grandissime doti tecniche, e un Q.I. cestistico molto elevato, oltre a un margine di miglioramento che poteva forse concretizzarsi nelle aspettative che ormai nessuno più si azzarda a ricordare, quelle di avere tra le mani lo Shaq della nuova generazione. Le aspettative non sono state stupidamente mal riposte in un colosso di sette piedi e passa, totale illetterato di pallacanestro, ma in un giovane centrone di belle speranze, proveniente da una terra che di talenti ne ha sfornati, e che sotto canestro combinava qualcosina, e pure di più. Certo è che i Blazers avrebbero forse potuto fare qualche controllo più approfondito alle ginocchia del ragazzo su cui speravano di fondare una dinastia. Fa ancora più male notare che, oltre alle speranze di Oden di veder la sua stella brillare tra quelle degli dei del basket, si stanno anche sgretolando le speranze degli stessi Blazers di arrivare al titolo e costruire la suddetta dinastia, visti anche tutti gli altri infortuni che stanno colpendo senza pietà gli altri giocatori del roster (ultimo e più importante, l'ennesimo guaio dell'uomo franchigia Brandon Roy, uno dei talenti più cristallini dell'NBA tra le guardie, anche lui sempre un po' tenuto a freno dagli infortuni). Dispiace per il giocatore, per chi gli è vicino, per la squadra è la dirigenza, per i tifosi e la città, perchè sognando Clyde Drexler forse si poteva aspirare a tornare tra i grandi. Ma se la fortuna è cieca, la sfiga ci vede benissimo, e per questo tocca soffrire in silenzio, facendo il tifo di nascosto per una squadra così bella e al contempo vittima della sfortuna più nera, che non avrà mai la ribalta che merita.

mercoledì 10 novembre 2010

Call of Duty: Black Ops (Activision, 2010)

Per la prima volta dalla creazione di questo blog, abbiamo il piacere di pubblicare sulle nostre pagine un caro amico che ci fa spesso e volentieri da guida nel mondo dei videogiochi. Questo special guest ci presenta, a tempo di record, la recensione di Call of Duty: Black Ops, probabilmente il gioco più atteso dell'intera stagione videoludica (visto il successo di Modern Warfare 2), non senza rivelare qualche malumore dovuto ai passi indietro del gioco e alla piega presa dall'intero franchise. Ma lasciamo che a parlare, sia proprio questa recensione:



Da sempre sono un fan della saga Call of Duty, più volte da me reputata una degna alternativa alla serie Medal of Honor. All'annuncio del nuovo capitolo, Black Ops, i miei sensi sono andati letteralmente in estasi, già pregustavano un ottimo sequel di MW2. Man mano che il tempo passava e che le informazioni diventavano sempre più specifiche e invoglianti, l'attesa per il titolo era inevitabilmente aumentata a dismisura. Eccoci dunque arrivati alla giornata di oggi (9/11), dayone del titolo Treyarch. Ma qualcosa non va. Dopo aver provato per una buona ora la modalità di gioco in singolo e dopo aver dedicato un'altra ora al test della modalità multigiocatore scopro che tutte le mie attese sono state in gran parte deluse. Nonostante la volontà della softwarehouse statunitense di offrire un prodotto che sapesse rivaleggiare con il suo predecessore (o addirittura superarlo), a mio avviso non si può definire raggiunto l'obiettivo dei ragazzi di Treyarch.
La modalità giocatore singolo ripresenta sostanzialmente l'ottima formula di MW2 secondo cui il giocatore è impegnato nel compiere una serie di missioni per conto dell'esercito statunitense. L'innovazione "vera" arriva dall'ambientazione e dai protagonisti. Se MW2 ambientava le proprie vicende in conflitti moderni, BlackOps sceglie di introdurre il giocatore in un nuovo conflitto: la guerra fredda. I protagonisti delle vicissitudini di guerra ora parlano, recitano molto bene a mio avviso, riescono a coinvolgere emotivamente il giocatore nello spettacolo. Ma qual è il sostanziale difetto di fondo? Proprio la volontà della software house di mantenere inalterata la struttura di queste missioni: dopo un filmato introduttivo si giunge a una sparatoria caratterizzata da predefiniti. Concluso lo scontro si segue un compagno che ci conduce in un'altra "guerriglia" dove sarà presente un altro . E così via, fino al finale del gioco. La strada da seguire è, ovviamente, una sola e su questa i programmatori hanno collocato un numero di nemici infinito che potranno essere fermati solamente facendo avanzare il protagonista verso un secondo scontro. Il comparto grafico non è eccelso ma si lascia ammirare: buona la caratterizzazione grafica dei personaggi, stilisticamente ispirati, e anche il comparto ambientale, nonostante non sia esente da difetti, è particolarmente curato riproponendo paesaggi tropicali, metropolitani e cupi.
A fianco ad una soddisfacente modalità in singolo viene, però, affiancata una modalità multigiocatore non particolarmente entusiasmante.
Quello che da subito colpisce è il downgrade dal punto di vista grafico, operato dalla Treyarch, per rendere tutto l'azione su schermo più fluida, nonostante sia rimasto invariato il numero di giocatori massimi su mappa (18) rispetto al titolo precedente.
La novità è introdotta dal sistema di crediti (COD Points), accumulabili in vari modi, che serviranno ad acquistare tutti i nostri strumenti di offesa e difesa. Questi ultimi dovranno essere prima sbloccati tramite il consueto accumulo di punti esperienza, identico a MW2. Cosa non convince, ad eccezione della grafica, del comparto online quindi? A mio avviso la non volontà di rivoluzionare il concept di base: le modalità sono identiche al predecessore, il sistema di sbloccabili è preso di forza da MW2 (ad eccezione della valuta, i COD Points) ed è valorizzato il gioco "ad personam" piuttosto che la cooperazione tra team. La volontà di Activision di produrre un titolo per anno non giova positivamente alla saga. (EvilCrazySkull)