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venerdì 16 marzo 2012

The Artist (Michel Hazanavicius, 2011)



Da ben prima della Notte degli Oscar, che come da cattiva abitudine tende negli ultimi anni a premiare il "caso cinematografico" (Il discorso del re, Slumdog Millionaire) più che l'opera di per sè, si è fatto un gran parlare di The Artist. Operazione veramente curiosa, quella di girare un film muto e in bianco e nero (in realtà è stato girato a colori e successivamente riconvertito; inoltre la frequenza dei fotogrammi è più bassa, per rievocare maggiormente l'effetto delle vecchie macchine da ripresa) in anno Domini 2012. Un rischio bello grosso, data quella che teoricamente doveva essere una difficile digeribilità da parte del grande pubblico. E invece gli spettatori di mezzo mondo, va detto, forse portati dall'eco mediatico che il caso di questo film ha generato, ne hanno decretato un successo anche monetario. Viene da chiedersi se, al di là delle statuette portate a casa (ingiustamente per chi scrive, dal momento che Malick avrebbe dovuto comunque vincere tutto col suo grandioso "The Tree of Life") o degli incassi registrati, The Artist sia un film così valido, e penso che la risposta non possa che essere affermativa.

Il film mette subito in chiaro la volontà di non volersi nascondere dietro al pretesto del muto-senza-colori, ed infatti Hazanavicius costruisce con grande misura una struttura in grado di reggersi sulle proprie gambe, quasi a prescindere dall'artificio retrò. Il racconto metacinematografico non è solo una strizzata d'occhio agli appassionati, ma un geniale modo di accogliere un qualsiasi spettatore all'interno del mondo del muto, che non appare più enormemente distante. Impossibile non citare, proprio perchè esule dal contesto a cui ormai siamo abituati ad una buona metà del film, è la scena onirica in cui il sogno di Valentin viene invaso dal sonoro, esattamente come la sua vita, costretta a piegarsi all'avvento di un cinema che è riuscito a dotarsi di voci, di suoni e rumori.

Ma prima ancora che trovate ed artifici, come si è già detto, The Artist è un film sul cinema: un omaggio non cerebrale ma che viene direttamente dal cuore, e forse proprio per questo vince tutto. Non c'è bisogno di giochi intellettuali e citazionismi a tutti i costi (anche se l'ammiccamento a Vertigo c'ha fatto sorridere...), perchè siamo davanti ad un'opera fatta degli ingredienti più sani e consueti che il cinema possa adottare: la risata (sincera, semplice e proprio per questo liberissima) e la commozione (non cercata con insistenza, ma spontanea perchè...non potrebbe essere altrimenti). Eppure a fare la differenza tra un film pretestuoso ed uno riuscito, in questo caso, è la mano di Hazanavicius, capaci di trovare gli equilibri giusti senza ricadere in una mera operazione nostalgica.
Un'altra delle grandi sfide del regista era quella di indirizzare un'interpretazione mastodontica come quella offerta da
Jean Dujardin, lui sì meritatamente premiato dall'Academy. L'attore catalizza gran parte dell'attenzione, ma non è ingombrante al punto da oscurare il resto degli attori e la pellicola stessa (esito visto purtroppo in tanti film degli ultimi anni con ambizioni da Oscar): incarna semplicemente l'anima di The Artist, senza soffocarlo ma anzi dandogli vita attraverso di sè, con la genuinità e la capacità di stupire che ci fanno innamorare ancora oggi del cinema, come fosse la prima volta che assistiamo ad una proiezione.
In definitiva ci si può dire irritati, per l'eccessiva celebrazione, dopo la pioggia di Oscar, che questo film ha ricevuto. Ma non possiamo parlare di The Artist come un film brutto, perchè intrattiene dal primo all'ultimo minuto, regala un omaggio sentitissimo e, cosa più importante, emozioni vere. Non possiamo parlare di The Artist come un film poco riuscito, perchè ci mette l'anima, conquista una propria dignità artistica assoluta, e ci racconta una storia; la storia, quella che ci ha permesso ci venissero raccontate tutte le altre: la storia di come il cinema muto divenne sonoro, e dell'amore, dell'orgoglio e dell'ossessione degli uomini che si trovarono nel bel mezzo del cambiamento.

giovedì 7 aprile 2011

Boris - Il Film (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, 2011)




Inutile dirlo: quando le voci su un film di Boris hanno cominciato a venir fuori, tutti ce la siamo fatta sotto per l'esaltazione. L'attesa è cresciuta a dismisura un po' semplicemente per il culto che questa serie ha saputo generare attorno a sè, un po' per l'amaro in bocca lasciato dalla terza stagione (realizzata senza dubbio in maniera migliore delle due precedenti, forse solo un po' carente in quanto a mere risate, oltre al davvero ingiustificabile finale).


Ed è proprio da ciò che di buono Boris 3 aveva fatto che questo film riparte. Innanzitutto dalla satira che, fattasi sempre più nera e disillusa, per deridere il cinema italiano si prende gioco dell'Italia e viceversa, a volte in maniera sottile, a volte meno. Ma la grande continuità con la serie è percebile soprattutto nel proseguo della storyline di Renè Ferretti, sempre più al centro della serie come protagonista, e meno come personaggio principale di un racconto (che rimane comunque) corale. Il solo Renè rimane a fare da baluardo di una consapevolezza che, pur dovendo sottostare a tanti compromessi (perchè d'arte, nel nostro paese, non ci puoi campare), continua a resistere e a lottare sotto traccia, tesa verso un'opera finalmente apprezzabile che non arriverà mai. Volendo estendere questo spirito di continuità all'opera tutta, per individuare il maggior pregio di Boris si potrebbe arrivare a dire che non c'è alcuna differenza tra il film e la serie. Nel senso che entrambi compiono il loro dovere egregiamente, pur parlando linguaggi in realtà così distanti (per questo lo sbarco della serie al cinema poteva destare qualche preoccupazione, puntualmente fugata), completandosi egregiamente a vicenda, restituendo tutto l'apparato della serie nel film in una specie di "stagione condensata", dove ritroviamo quasi tutti i personaggi ma senza cameo forzati o apparizioni insensate; tutto è calibrato alla perfezione grazie ad un cast sempre più affiatato e coeso ma soprattutto ad una regia che, affidata alle stesse mani che curano la sceneggiatura, finisce per diventare strumento della scrittura stessa, formando un connubbio imprevedibile. Connubbio frutto soprattutto del talento smisurato delle persone coinvolte, unito alla loro capacità di capire le responsabilità che questo film si portava sulle spalle (per via del culto di cui sopra), ma anche di sfruttare la più grande opportunità che un'operazione del genere poteva portare: quella di spiegare che il cinema italiano vive ancora, seppur di momenti sporadici, e che non è con l'ostinata seriosità e l'impegno civile/sociale a tutti i costi che si contrasta l'imperante burinaggine del cinema italiano; si tratta, come sempre, di individuare la giusta via di mezzo, tra la commedia caciarona e la satira velenosa. E Boris c'è riuscito, ancora una volta, alla grande.

Genio!

giovedì 17 marzo 2011

Rango (Gore Verbinski, 2011)



A guardarlo da lontano, leggendone e vedendone le prime immagini, Rango appariva come un'incontestabile schifezza. Ma zitto zitto quatto quatto, il film che ha rappresentato l'esordio nel cinema d'animazione da parte di Gore Verbinski, ha ricevuto fin da subito critiche positive, esaltanti, entusiaste. Certo, se si è partiti dall'estremo per cui questo film doveva fare per forza cagare, non si può poi di punto in bianco decidere di urlare al capolavoro. Un po' per una questione di coerenza, e un po' perchè Rango non è un capolavoro. Ma dico io: fare film d'animazione, al giorno d'oggi, dev'essere uno dei mestieri più difficili del mondo. Da quando la Pixar si è imposta come casa regina del settore, non ha più mollato il trono (e i pochi Oscar non dati a film Pixar sono comunque state scelte combattute, Shrek per esempio ha dovuto battere la concorrenza di una pietra miliare come Monster Inc.), ed è quindi ovvio come il paragone riesca ingeneroso per chiunque. Certo, non aiuta il fatto che la maggior parte delle altre case di produzione (Dreamworks in testa, se si esclude il già citato Shrek e le recenti sorprese di Kung Fu Panda e How To Train Your Dragon) abbia investito in un franchise sbagliato dopo l'altro, annacquando il mercato di prodotti brutti non solo al confronto coi cugini pixariani, ma orrendi già di per sè.
Ecco quindi che, in questa contrapposizione tra Disney Pixar e resto del mondo, si insinua per una volta una realtà leggermente esterna, che sa di boccata d'aria in un senso preciso: come per il cinema normale, ogni tanto c'è bisogno di qualcosa di medio tendente al buono, ben fatto ma che non faccia gridare al miracolo (anche per avere la possibilità di poterlo poi riconoscere, il miracolo, quando arriva). Rango è così, e anche un bel po' di più. Eggià, perchè parlarne in questi termini appare comunque riduttivo: Rango è un film ambizioso, che tranne forse per il finale un po' scricchiolante, mantiene candidamente le non banali aspettative create.
La storia di un camaleonte d'acquario, ritrovatosi d'improvviso in mezzo al deserto, che finisce per diventare l'eroe straniero senza nome (in un perfetto atto di mimetismo camaleontico, appunto) di una cittadina west che ne ha disperatamente bisogno, si snoda tra due idee in apparenza inconciliabili di western: quella a schema più classico, fatta di mezzogiorni di fuoco, saloon e sceriffi, con quella più jimjarmuschana (qualcuno ricorda Dead Man?) dove il deserto è un luogo mortale dove trovare se stessi, alla fine di un'esperienza quasi mistica. Le citazioni illustri si sprecano, e se il riferimento più imponente è sempre quello di Sergio Leone (anche nella concezione di western fatto non di spazi ma di volti, ben rappresentata dalla corposa introduzione di personaggi secondari, adorabili caratteri che nel loro piccolo sarebbero già dei mini-cult, se non ripercorressero anch'essi i topoi del western), da nerd non ho potuto fare a meno di notare gli occhiolini a Ritorno al Futuro 3 e Paura e Delirio a Las Vegas. Nonostante i rimandi, oltre alla spiccata tendenza metacinematografica, Rango è però un film che sa stare sulle sue gambe, è capace di intrattenere distribuendo abilmente azione e risate; e la mano di Verbinski si vede soprattutto in questo, nella maestria con cui vengono dosati gli elementi che avevano reso un caso il suo primo Pirati dei Caraibi. A pochi mesi dall'uscita del primo episodio della saga Disney dopo la trilogia di Verbinski, credo che possiamo tutti renderci conto di quanto fosse esigua la sua colpa, e quanto fosse invece macroscopica quella dell'odiato produttore Jerry Bruckheimer, nello sputtanamento di un fenomeno che negli anni è già diventato simbolo del franchise super sfruttato a suon di sequel. Con questa piccola perla del cinema d'animazione non-pixariano Verbinski si prende quindi la sua rivincita, dimostrando ancora una volta il suo talento in un'impresa ormai non più così atipica, ma che ha comunque del curioso: negli anni il fenomeno di quelli che da noi vengono ancora volgarmente definiti cartoni animati, è stato sdoganato dagli studios appositi, tanto che molti registi non interni all'ambiente hanno voluto cimentarsi (l'ultimo caso è stato quello di Wes Anderson). Ad affacciarsi a questa realtà è stato stavolta un colosso degli effetti speciale, la Industrial Light & Magic di George Lucas, incredibilmente al suo primo film d'animazione. L'esperimento può dirsi riuscito in pieno, quindi perchè non proseguire?

domenica 2 gennaio 2011

Tron Legacy (Joseph Kosinski, 2010)


Non è semplice trovare un modo per cominciare a parlare di Tron Legacy, perciò proviamo a partire da dove tutto è cominciato: il primo Tron esce nel 1982, ed è la rivoluzione sotto diversi punti di vista, con i suoi effetti speciali (assolutamente all'avanguardia per l'epoca, essendo anche il primo film Disney girato in computer grafica) e il suo stile cyberpunk, ma soprattutto per il suo proposito di sviscerare le possibilità offerte, nell'ambito visivo ma anche in quello della sceneggiatura, dalla realtà virtuale. Di fatto, all'epoca di Tron ci si poteva solo immaginare quale sarebbe stata l'influenza dell'informatica nella vita degli esseri umani nei successivi venti-trent'anni; proprio per questo, il film tende ancora a dividere marcatamente la realtà virtuale da quella umana, sensibile, con dei continui dentro-fuori che mettono in contrapposizione i due mondi, quasi a sottolineare la confindenza che ancora si aveva, inevitabilmente, verso le macchine che cominciavano appena a prendere piede. Tron Legacy riparte anche e soprattutto da qui: decenni dopo gli avvenimenti del primo Tron, i computer sono entrati a far parte della vita di tutti (certo che è difficile raccontare Tron senza spoilerare niente), e questo favorisce il mantenimento di una sorta di dittatura, solo molto più sottile e meglio mascherata. Qui sta la grande importanza politica di tutta l'operazione, una critica non certo nuova ma comunque pesante al mondo dell'informatica (passato e attuale) e un'osservazione meno ovvia ai sostenitori del libero file sharing senza frontiere, attraverso un'ipotesi su cosa potrebbe succedere nel caso la condivisione di informazioni fosse possibile in ogni modo, in ogni momento. Ma tornando a un possibile parallelo tra il vecchio e il nuovo Tron, troviamo che la "diffidenza" manifestata nell'82 è, per forza di cose, scomparsa, per lasciare invece posto a una compenetrazione notevole con il nostro mondo umano, a indicarci che le macchine non sono il male, ma dentro di loro possono nascondere una minaccia tanto quanto una soluzione.
Come opera cinematografica indipendente, Tron Legacy non rivoluziona il cinema di genere come forse era legittimo aspettarsi, ma si colloca senza timore tra i migliori film di fantascienza degli ultimi dieci anni, secondo forse solo a Matrix. I suoi maggiori punti di forza sono la capacità di essere il film giusto nel momento giusto, in grado di ravvivare lo stagnante mondo Sci-Fi, e l'unicità come esperimento audio-visivo: infatti, l'esperienza di Tron Legacy non è paragonabile a nessun'altra vista in precedenza, tale è l'immersione nel mondo cibernetico grazie al comparto degli effetti speciale e alla chiacchieratissima colonna sonora dei Daft Punk, che hanno chiaramente preso parte anche a tutta la lavorazione sonora al fine di rendere l'audio un tutt'uno avvolgente, uno strumento in grado quanto il video di favorire l'immersione tridimensionale. Nel prendersi il posto che si merita, il film è quasi consapevole della propria importanza assunta fin da subito come ultimo baluardo di un genere morente, e infatti gli omaggi ai vecchi capolavori (da 2001: Odissea Nello Spazio fino a Matrix, passando per Blade Runner) che hanno tenuto alto lo stendardo nei decenni precedenti. Non si può quindi che rimanere sorpresi davanti a questo gioiello confezionato dall'esordiente Joseph Kosinski, ex pupillo di David Fincher che aveva all'attivo solo spot pubblicitari, e da un cast di tutto rispetto, a partire dall'orientaleggiante Jeff Bridges che rappresenta il più grosso ponte con il primo Tron, e viene per l'occasione ringiovanito (diciamolo, senza molto successo), ma senza trascurare l'apporto del giovane Garrett Hedlund e della meravigliosa Olivia Wilde (non soltanto per merito della tutina attillata che ha fatto sbavare i nerd di mezzo mondo). E alla fine non si poteva davvero chiedere di più a questo Tron Legacy, che in fin dei conti fà quello che i film di fantascienza sono ideati per fare: creare un mondo impossibile e convincerci che possa esistere rendendocelo credibile, catturando la nostra immaginazione e cristallizzandola su pellicola.

venerdì 26 novembre 2010

Harry Potter and the Deathly Hallows I (David Yates, 2010)



Prima di cominciare a parlare del film in sè, è necessaria una doverosa premessa: arrivati alla prima parte del settimo film, se ancora non avete letto i libri siete semplicemente degli stronzi. Un po' perchè è incomprensibile come possano non interessarvi, se poi vedete i film; un po' perchè non vedo come si possa capire questo film senza conoscere il testo da cui è tratto. È chiaro ormai che la versione cinematografica è realizzata solo ad uso e consumo degli iniziati, di chi vuole semplicemente vedere trasposte sul grande schermo le pagine che gli hanno dato così tanto. Perciò via subito la maschera, non facciamo finta di niente, qui si è fan di Harry Potter dalla prima ora, i libri li si è letti tutti più e più volte, divorati e consumati, perciò è perfettamente inutile che stia a spiegarvi la meraviglia che questi libri non possono non lasciarvi. E se Harry Potter ha una marcia in più, se ha sempre lasciato e sempre lascerà qualcosa che nient'altro è in grado di darvi, lo deve a qualcosa di letteralmente magico, epidermico, che o lo capisci perchè l'hai letto anche tu, o altrimenti non so che farci. Non si può spiegare Harry Potter, bisogna crescerci assieme.
Ma veniamo al film in sè, cercando di analizzarlo con quanto più distacco possibile, come trasposizione ma soprattutto come prodotto cinematografico. Mi sembra davvero stupido negarlo: la prima parte dei Doni della Morte è un signor film, praticamente perfetto. Alla sua terza regia nella saga, Yates riesce finalmente ad uscire dall'anonimato che aveva caratterizzato le sue prove precedenti, focalizzandosi su ciò che davvero rende questo film uno dei migliori finora realizzati: le atmosfere. Fin da subito la scelta di dividere il film in due parti si rivela vincente, e non sto parlando dell'aspetto monetario, ma della riuscita di tutta l'opera, che potendo liberarsi dalla frenesia di dover raccontare un mare di avvenimenti e non poter lasciare niente in mezzo, ha molto più tempo per riflettere e far riflettere. Chiariamolo, in questo film non succede praticamente niente (le poche scene d'azione, fra l'altro, sono forse le peggio dirette di tutti e sette i film, unico neo di un film comunque impeccabile). Ma la lunga, lunghissima premessa a quello che sarà poi il gran finale della seconda parte, svela tutto il turbinio di angosce e turbamenti che forse i film precedenti non avevano avuto non dico l'intenzione, ma il tempo, di mostrare. Harry Potter è diventato grande, e noi con lui: questo non è più solo un film sulla paura, ma un film sulla paura di morire. Giunge infine il momento in cui anche l'ultima protezione viene a cadere, e bisogna prendersi sulle proprie spalle tutta la responsabilità, con la consapevolezza di poter fallire, e che il fallimento significherebbe la fine per tutti. I tre protagonisti vengono trascinati loro malgrado in un susseguirsi di sospetti e gelosie, ma alla fine, come sempre, le qualità Grifondoro vincono tutto, e il terzetto è restaurato: il livello del cast è semplicemente stellare, i nostri tre beniamini sono sempre più bravi (ed Emma Watson sempre più bella), Helena Bonham Carter meriterebbe applausi a scena aperta ogni volta che viene inquadrata, e via di seguito tutti gli altri, in una spinta corale al compimento del dovere ultimo, la distruzione degli Horcrux.
Piccolo discorso a parte merita il sorprendente film nel film, la storia dei Tre Fratelli Peverell e dei Doni della Morte, una piccola perla di animazione che risulta inevitabilmente essere il momento più alto della pellicola, senza però oscurarne il resto.
A livello di adattamento, alcune pecche si possono riscontrare nel mancato approfondimento del rapporto tra Silente e Grindelwald, che verrà per forza di cose inserito nella seconda parte, oltre ad un pesante retaggio del sesto film: non è stato ancora fatto nessun accenno ai restanti Horcrux, e risulterà quindi difficile spiegare come i protagonisti possano averli individuati, mancando una parte preliminare non più recuperabile. Sperando che gli sceneggiatori sapranno ovviare a questo buco in una maniera che renda giustizia all'opera di partenza, è con grande soddisfazione e un pizzico di paura che guardo a questo film nell'ottica del prossimo, l'ultimo. Difficilmente esso potrà essere all'altezza di questa prima parte, così formalmente perfetta perchè snellita di parti relegate di fatto all'episodio successivo. Ma la paura più grande è quella di arrivare ai titoli di coda, e capire che oltre non c'è più niente. Nessun altro libro da leggere, nessun altro film da guardare, la conclusione a lungo rimandata che finalmente andiamo a impattare. E fa male, sapere che la saga è finita, e con lei la nostra adolescenza, e i ricordi di noi che a Hogwarts, in fondo, è come se ci fossimo stati.

lunedì 15 novembre 2010

The Social Network (David Fincher, 2010)


Devo ammettere che, nell'apprendere la notizia che David Fincher avrebbe diretto un film sulla nascita di Facebook, sono rimasto un po' perplesso. Perchè anche se non ho mai nutrito alcun dubbio sulle qualità artistiche di Fincher, il progetto si presentava alquanto difficile soprattutto per la sua natura apparentemente poco "filmabile". E invece si rimane ancora una volta abbagliati davanti alla lezione di cinema del regista di "Se7en" e "Fight Club", che compie un'operazione che definire è complessa è riduttivo: raccontare una storia che, non fosse per l'eco che Facebook ha avuto dal momento della sua creazione ad oggi (e per le quantità di denaro che ha spostato), sarebbe rimasta profondamente impopolare, circondata da un'aura nerd che ha decisamente poco a che fare con la coolness che anche su Facebook ha poi preso il sopravvento. Ma la sottile operazione di Fincher cerca inoltre di smontare l'alone mefistofelico che aleggia attorno alla figura del fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg (il classico nerd sfigato e invidioso, oltre che cafone e un po' opportunista), mostrandola come l'ennesimo prodotto corrotto dalla società americana, dalla sua avidità e dalla sua ossessione per la competizione. Zuckerberg è un ragazzo con evidenti problemi di socialità che ha inventato un sito dove 500 milioni di persone possano conoscersi e farsi i cazzi altrui, e Fincher vuole chiaramente usarlo come metafora vivente di un'intera generazione emozionalmente disagiata, che chiede amicizie a destra e a manca ma non sa relazionarsi con gli altri, presente online ma totalmente assente dai posti dove la vita si vive per davvero.
Il racconto parte dai due estremi narrativi: da una parte, l'ormai leggendaria rottura tra Zuckerberg e la sua ragazza, che darà inizio al tornado emotivo con conseguente creazione, in una sola notte, del sito noto come FaceMash; dall'altra, la testimonianza nei processi per le cause milionarie intentategli per furto intellettuale e per truffa. Da qui, la vicenda tutto sommato classica viene dipanata seguendo un percorso irregolare, non solo per la continua alternanza presente-passato, ma anche per la volontà di Fincher di raccontarci la rivoluzione ponendo in contrasto le vicende personali proprio con i mezzi della rivoluzione, pur dando sempre la precedenza alle prime nell'intento di farci percepire come il motore dell'azione umana rimanga sempre l'emozione, e nella fattispecie l'orgoglio mille volte ferito di Zuckerberg (interpretato da un eccezionale Jesse Eisenberg, che dopo le commoventi prove di Adventureland e Zombieland, qui si supera per entrare nell'Olimpo che di diritto gli spetta, tra gli attori più emergenti del cinema americano), da cui partirà incredibilmente la stessa creazione di Facebook. Fincher non ci lascia un secondo per riflettere, tenendo alto il ritmo e dando fluidità al susseguirsi degli avvenimenti: questa macchina del cinema, una volta innescata, non può più essere fermata se non dall'esaurirsi degli eventi stessi; e ormai Fincher non si nasconde più, sa di essere fra i grandi e di poter lottare ad armi pari, dopo aver azzeccato il secondo capolavoro hollywoodiano (dopo l'epopea de Il Curioso Caso di Benjamin Button) nella speranza che una statuetta arrivi a coronare la sua carriera. Per puntare così in alto, si è servito di una produzione assolutamente all'altezza, di un cast semplicemente perfetto, dell'amato Aaron Sorkin (quello di Studio 60 on the Sunset Strip) alla sceneggiatura e, infine, della collaborazione di Trent Reznor (aka Nine Inch Nails) per la colonna sonora. Di questo meraviglioso lavoro, quello che ci rimane è un film il cui valore non realizziamo ancora interamente, ma che fra qualche anno, ne sono certo, sarà visto come uno dei capisaldi assoluti del biopic, nuova linfa vitale per un genere comunque mai in crisi. Non che ci sia nulla di così estremamente rivoluzionario in The Social Network, ma il tutto è orchestrato troppo bene, dosato a dovere, con un rigore e una precisione stilistica d'altri tempi che regalano, già da sole, svariate scene memorabili: dalla già citata rottura alla creazione di FaceMash, dal convegno con ospite Bill Gates all'incontro col creatore di Napster, Sean Parker (un ammaliante e sorprendente Justin Timberlake), dalla Henley Royal Regatta al raggiungimento del milione di utenti (e alla contemporanea rottura con l'unico amico nonchè co-fondatore del social network, Eduardo Saverin, a cui presta il volto quell'Andrew Garfield presto sugli schermi con il reboot di Spiderman), fino alla struggente conclusione in cui un affranto Zuckerberg è solo col suo computer e i suoi biglietti da visita, davanti al profilo Facebook della sua ex fidanzata, sperando che il continuo refresh gli riveli che la sua richiesta d'amicizia è stata accettata.

domenica 7 novembre 2010

Wall Street: Money Never Sleeps (Oliver Stone, 2010)



Una delle tendenze cinematografiche più prepotenti degli ultimi anni è l'insistenza sui sequel. L'idea di base è quella di cercare di spremere tutto il denaro possibile da franchise ormai vecchi, ma che hanno sempre riscosso più o meno successo. E neanche Oliver Stone fa eccezione: soltanto quattro film (compreso questo) diretti negli ultimi dieci anni, e nessuno di questi può dirsi realmente all'altezza della fama del regista (non ho mai visto Alexander, ma la critica è sempre stata quanto meno divisa; W. è stato accolto abbastanza tiepidamente, e Josh Brolin o meno, non è certo un capolavoro); ecco quindi che anche il newyorchese Stone si ritrova a raschiare il fondo del barile, ripescando uno dei suoi personaggi più riusciti. Ma che dico, uno dei personaggi più riusciti della storia del cinema: Gordon Gekko, lo spietato e cinico finanziere di Wall Street, ruolo che valse a Michael Douglas l'Oscar come Miglior Attore Protagonista nel 1988.
Certo, era legittimo non attendersi molto da questo sequel (vista anche la presenza di Shia LeBeouf, autentico distruttore di franchise, vedi Transformers e Indiana Jones), ma sembrava ovvio aspettarsi che il tutto sarebbe ruotato ancora una volta attorno al magnetico personaggio di Douglas, probabilmente ancora in grado di reggere sulle sue spalle il peso di tutta una produzione. E invece no, sorpresa, Gordon Gekko è solo uno dei tanti che vagano a vuoto, a questo giro. Già qui è individuabile il più grosso difetto del film: la mancanza di coraggio nel fare scelte. La scelta più ovvia era, come già detto, quella di riutilizzare a pieno regime Gekko come perno delle vicende, togliendolo dal clima di yuppismo anni Ottanta per trasportarlo nei Duemila, nel pieno della crisi finanziaria. Oppure, si poteva relegarlo a un posto leggermente in secondo piano, a muovere i fili lasciando però che a scannarsi fossero gli altri due protagonisti, interpretati da Shia LeBeouf e Josh Brolin. Invece no. La poltrona di vero antagonista è lasciata clamorosamente vacante, data la comunque scarsa rilevanza data alla figura del sempre bravissimo Brolin e, a costo di ripetermi, la sospensione riguardo al ruolo di Gekko. Un Gordon Gekko che ha sicuramente risentito del peso degli anni, ma che poteva sicuramente uscire da questa pellicola con un nuovo smalto, una nuova aura di mito della finanza tutta cinismo e Sun Tzu. E invece rimane lì, e non capisci mai se è un vecchio destinato a non contare più granchè o una vecchia volpe che al momento propizio piazzerà la zampata per sistemarsi, il grande stratega del mercato pronto a riprendere il suo trono oppure semplicemente un padre in cerca di una conciliazione. Perchè il continuo rimandare il momento di dare risposte non rende credibile nessuna di queste alternative, dando al film un forte senso di incompiutezza, come fosse solo una gigantesca introduzione a una storia che si svolgerà in seguito (per carità, sperando che non puntino davvero a un terzo episodio!). Anche l'ambiente che fa da sfondo, che altro non può essere se non quello dell'alta finanza, non è più ripreso con gli stessi colori vividi e pregnanti del primo episodio, ormai risalente a più di vent'anni fa: il problema delle bolle, il crollo delle banche e l'accartocciarsi su se stesso dell'intero capitalismo americano sono trattati ancora una volta in maniera indecifrabile, non con freddo distacco ma nemmeno con coinvolgimento emotivo, preferendo non schierarsi mai, se non in alcuni momenti in favore di un banale intento moralizzante secondo cui "tutto è corrotto, o corruttibile": non che non ci siano principi anche nella finanza, solo che vengono accantonati così facilmente da dar l'impressione di non esistere. Di fatto, un'opera che delude sia come sequel (avevate dubbi?), che come film a sè stante, fallendo anche nell'intento di intrattenere che sarebbe stato un buon compromesso per due ore di film, non potendo certo rievocare in pieno la magia di quello che è stato il primo Wall Street. Nota a margine, la ormai non più sorprendente Carey Mulligan, sempre più bella e brava, e l'esilarante cameo di Charlie Sheen, ancora nei panni del Bud Fox protagonista del primo film: probabilmente il momento più gratificante del film, e questo dovrebbe dirla lunga.

martedì 28 settembre 2010

La prise du pouvoir par Louis XIV (Roberto Rossellini, 1966)

Quando ci si avvicina ad un film storico, bisognerebbe intendersi su cosa si sta cercando. Un conto è cercare l'attendibilità storica, cosa quasi mai praticabile, e un altro è aspettarsi un buon operato cinematografico basato sulla storia, venendo ad alcuni compromessi necessari per la buona riuscita dell'opera. Se chi scrive generalmente spera che si vada nella seconda direzione (con le dovute eccezioni), Rossellini sembra essere di un altro avviso, sacrificando totalmente l'aspetto "estetico", chiamiamolo così, per puntare ad un ritratto storico, accurato e irto di un'affilata ironia nei confronti di un sovrano fin troppo mitizzato, nonchè frainteso nell'intento di semplificare la sua politica di "Re Sole" (quello delle pasticche, sì). E se l'intenzione sembra compiersi, ci si accorge che non è però una strada consigliabile lo scindere l'aspetto filologico da quello cinematografico, dal momento che la quasi assenza di avvenimenti (se non addirittura di trama) provoca un profondo di moto di stupore, quando alla fine del film non si può fare a meno di urlare "Ma come, finisce così?". L'impostazione è molto teatrale, sia nella messa in campo dell'ambientazione che nella recitazione stessa, dato che molto spesso la telecamera inchioda su dialoghi a due persone, al massimo circondate da altri personaggi tutt'altro che rilevanti. Forse lo scarso budget a disposizione di Rossellini (ricordiamoci che è un film prodotto per la televisione francese, proiettato solo occasionalmente in qualche cinema) lo ha portato alla ricerca di un'alternativa per dare un senso al progetto nell'ottica di una ricerca, quasi una "rivisitazione", storica. Ma, per quanto possa sembrare banale, il problema di questo film è un altro: nel cercare di far trasparire la pomposità, la cerimoniosità e l'ostentazione del regno di Luigi XIV, incappa infatti in diversi momenti di ilarità non dovuti all'intenzione di mettere in ridicolo il re, ma a delle scene ridicole in sè per quanto mal congeniate e mal pensate, che vanno ad accostare musiche epiche a momenti assolutamente ordinari, quasi sconfinando nel grottesco durante la scena della caccia al cerbiatto, e in quella delle numerose portate servite al re, con tutta la corte costretta a guardare il proprio sovrano che mangia. In mezzo a questi momenti, dove trattenere il riso è assolutamente impossibile, alcune trovate assolutamente apprezzabili, come quella del vestito del re, finiscono per sprofondare in un film che troppe volte finisce per azzopparsi da solo.

lunedì 27 settembre 2010

63° Festival Del Film di Locarno: 4-14/8/2010


È passato più di un mese dalla conclusione del Pardo, il Festival del film che ogni anno ha sede a Locarno, e la rassegna è stata ricca di proposte interessanti. Sfortunatamente, noi lombardi squattrinati e privi di mezzi di trasporto autonomi, abbiamo potuto concederci solamente una serata di cortometraggi, per la rassegna Pardi di domani. Causa traffico, nostro scarso senso della puntualità e pessima organizzazione all'interno della location del festival, giungiamo con un considerevole ritardo alla proiezione, perdendoci un corto (fra l'altro, probabilmente il più interessante) e mezzo.
Entriamo in sala verso la fine di Todos iguair a dormir (titolo inglese, abbastanza letterale: All Equals While Asleep), produzione portoghese diretta da tale Jeanne Waltz, e quello che ci troviamo davanti uno spettacolo non so quanto volontariamente comico: una decina di persone, in un bosco, che fanno una piramide umana, e poi si fanno fare una foto. Non sembra niente di malvagio, ma rimanendo totalmente slegata dal contesto precedente (avendo noi perso gran parte del film), risultava solo come qualcosa di molto grottesco e sinceramente esilarante.
Il primo film che vediamo iniziare è l'israeliano Laharog Dvora (titolo inglese: To Kill a Bumblebee), diretto dai bravi Dvir Benedeck e Rami Heuberger, che utilizzano al meglio i soli 7 minuti del corto per costruire una riuscitissima commedia degli equivoci. Davvero spassoso, e senza ombra di dubbio il corto più onesto della serata, che senza strafare avrebbe fatto volare il tempo anche se fosse durato il doppio, o il triplo.
Arriviamo così a quello che è, probabilmente, il corto più riuscito della serata, o se non altro il più bello anche semplicemente secondo il canone estetico. Stiamo parlando di Katai, opera di Claire Doyon girata in Francia che, sospettiamo anche grazie a un budget considerevole, riesce a raggiungere i trenta minuti di durata senza cadute di tono né banali riempitivi. Una casa con parecchi scheletri nell'armadio, un dramma familiare a tinte quasi psichiche, che ci consuma sotto gli occhi di una ragazzina che, finita per lavoro dentro alla casa, finirà per esserne rapita e risucchiata.
Quinto film della serata, quarto per noi è il muto Tales; ancora una produzione francese, stavolta però dietro alla macchina da presa si alternano tre registi, che orchestrano questo onirico viaggio compiuto da una ragazza che, in seguito alla morte del suo fidanzato, si abbandona alla scia dei mormorii dei fantasmi nella speranza di ritrovarlo. Suggestivo, evocativo, ma resta il fatto che l'interpretazione non è delle più agevoli. (Liuk)


Nel girare un cortrometraggio, la difficoltà principale sta nel condensare un significato in pochi minuti di riprese. Il messaggio, a volte, è però così complesso da risultare eccessivo perfino se accostato ad una pellicola di più ore. E' questo il caso di Nem marcha nem chuta, corto di 8min realizzato dal regista brasiliano Helvécio Marins Jr: il film mostra un bambino, proprietario di una bancarella al mercato, in preda ad una noia straziante. Sotto di lui, una carcassa di vacca in decomposizione assediata dalle mosche. Sostanzialmente, questo è il resoconto di 8 minuti di riprese: gli unici movimenti apprezzabili, infatti, riguardano il bambino (che ad un certo punto decide di abbassarsi) e la telecamera (che ogni tanto si sposta per mostrare il resto della scena, lasciando sempre qualche elemento a metà dell'inquadratura). Ciò che ne esce è un noiosissimo ritratto di una scena di vita estremamente comune, privo di sentimenti e di significato. La visione lascia inoltre un senso di incompiutezza e di inutilità nello spettatore, che probabilmente si riterrà quantomeno indispettito per una visione così piatta. In verità, il corto contiene un forte messaggio: il problema è che esso è talmente metaforico da risultare distaccato, collocabile allo stesso livello di una qualsiasi altra interpretazione. Il corto vorrebbe infatti far riflettere sulla condizione di alcuni bambini brasiliani, costretti per povertà a passare l'infanzia lavorando. Il bambino del film pare infatti aver perso ogni interesse per la scoperta, ogni curiosità verso il mondo. Giace sulla sua bancarella, in una condizione simile a quella del teschio di vacca. Il film si chiude proprio con questa immagine, che rappresenta la morte dell'infanzia, di un periodo che dovrebbe essere felice e spensierato per ogni bambino.

Vi sono però così pochi elementi per comprendere questo messaggio, che l'apprensione del corto diventa quasi impossibile. Nel valutare complessivamente l'opera, quindi, il significato ha poca valenza: ciò che conta maggiormente è il noioso e ripetitivo filmato che lo spettatore si trova davanti. Un filmato che, senza essersi informati, perde qualsiasi significato. (Ae)

domenica 26 settembre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010)


Ci sono pochi film, oppure proprio non ce ne sono, difficili da descrivere e raccontare come Inception, sia ovviamente per la complessità, che per l'impossibilità di non sminuirlo, rinchiudendo fra sbarre sillabiche tutta la maestà di questo capolavoro. Eh si, perchè se non ci si vorrebbe mai sbilanciare ad usare tali paroloni (o meglio, lo si vorrebbe sempre fare, ma poi a guardare ai grandi classici del passato non ci si sente all'altezza), capolavoro è la definizione meno inefficace per definire l'ultima fatica di Christopher Nolan. Nolan che qui compie il miracolo definitivo (in parte già riuscitogli con Il Cavaliere Oscuro): il conciliare in maniera perfetta il suo cinema "d'autore", cerebrale, che non sottovaluta il suo pubblico ma anzi lo valorizza e lo stimola, con il blockbuster monumentale, mantenendo una libertà pressochè illimitata nella gestione nonostante i sette zeri nell'ammontare del budget.
Da dove cominciare, quindi, a parlare di Inception? Forse dalla sua caratteristica più evidente: la stratificazione. Infatti, così come il plot si srotola su molteplici livelli narrativi, in un complicato gioco di scatole una dentro l'altra (il sogno dentro al sogno), anche la pellicola in sè è dotata di un tale numero di livelli di lettura, che risulta impossibile anche solo pensare di elencarli tutti: si passa dall'action thriller più puro al dramma familiare sullo straziante senso di colpa, dal cammino per la redenzione e la catarsi fino all'imponente esplorazione del territorio del sogno, e dello spingersi troppo lontani dal confine con la realtà. Tutto questo, in 148 minuti al fulmicotone, che non lasciano un secondo per respirare, specie nello strabiliante secondo tempo. La sceneggiatura è praticamente impeccabile, sì complessa ma anche coadiuvata da spiegoni degni de Gli Occhi Del Cuore. E poi, come non parlare del cast, che a mesi dall'uscita del film, solo a leggere i nomi uno in fila all'altro veniva la pelle d'oca: un Leonardo DiCaprio che ormai non sbaglia più un colpo (io sinceramente penso sia arrivata l'ora in cui l'Academy debba smettere di considerarlo il regazzino di Titanic, e dargli il benedetto Oscar che si merita, dopo non so quanti film grandiosi azzeccati e quanti progetti sposati con successo); Joseph Gordon-Levitt che, dismessi i panni della commedia indie e dei G.I. Joe si fa notare per una strabiliante rendition del suo ruolo da spalla; Cillian Murphy, con un ruolo chiaramente scritto su misura per lui, che appare sempre più in ascesa dopo titoli come Sunshine, Breakfast On Pluto e la saga di Batman; un Tom Hardy in grande spolvero, con quel pizzico di cazzonaggine che non guasta mai; un'insospettabile Ken Watanabe, perfettamente a suo agio nel ruolo del magnate orientale dell'energia; le incantevoli Ellen Page e Marion Cotillard, la prima nella sua più adorabile luce acqua e sapone, la seconda perfida e in grado di rubare la scena a tutti; e infine, il sempreverde Michael Caine, a cui Nolan ritaglia una particina così tanto per, ma che fa sempre la sua porca figura.
L'importanza dell'operato di Nolan risulterà percepibile solo a distanza di anni, quando la conciliazione di esigenze monetarie da blockbusteroni e la capacità di scrittura di registi affermati saranno più raggiungibili, grossa parte del merito dovrà andare a questo signore qua, che aggiunge un'altra perla alla sua filmografia che già di per sè lo proietta nell'Olimpo dei più grandi registi americani contemporanei. Mi piace pensare che Inception, per la materia di cui tratta quanto per la grandezza del film in sè, sia un po' l'Eternal Sunshine of the Spotless Mind di questo decennio, in grado di far ruotare attorno a sè dieci anni di cinema, ma senza permettere a nessuno di avvicinarsi, anche solo minimamente, a un tale livello di perfezione.

P.S. Film dell'anno, senza se e senza ma. Anche e soprattutto dopo i trailer a base di Creep, non riesco a credere che The Social Network possa essere un grande film, figuriamoci più grande di Inception.

P.P.S. Mi rendo conto che il cieco entusiasmo potrà sembrare esagerato, ma se vi risulta incomprensibile, o non avete ancora visto Inception, o siete degli indie-fighettini snob di quelli che andranno a cercare il pelo nell'uovo della continuity temporale e sticazzi, e in tal caso meritate solo di essere incollati ad una sedia a guardare all'infinito (sì, l'avete capito a cosa mi riferisco) Knocked Up e quegl'altri film che difendete solo voi.

giovedì 2 settembre 2010

The Expendables (Sylvester Stallone, 2010)


Non si può parlare razionalmente di The Expendables, perchè è troppa l'emozione nell'assistere a questa sfilata di totem dei film d'azione, quasi fosse un passaggio di testimone da una generazione di "veri duri" alla successiva. Vorremmo che per Sly questo fosse l'ultimo film della sua quarantennale carriera, poichè sarebbe semplicemente il modo perfetto per andarsene. Dopo aver regalato l'ultima perla, l'action movie per eccellenza, che sintetizza alla perfezione tutti i canoni del cinema di Stallone. Purtroppo non sarà così. Ed è un peccato.
Perchè The Expendables è meraviglioso. Nel suo essere una cagatona, si dimostra perfettamente realizzato da mani sapienti, che ormai conoscono il mestiere e orchestrano alla perfezione gli intermezzi comici (pochi, ma graditissimi) e romantico-emozionali (pochissimi, e ringraziamo) con le sequenze d'azione (davvero tante, ed una più bella dell'altra), che giungono al loro culmine nell'epico finale.
Un cast semplicemente eccezionale: a cominciare proprio da Sly, sempre pronto a stunt e prove ormai fuori dalla sua portata data la sua età; ma come non parlare del vero protagonista, quel Jason Statham, ormai consacrato nuovo eroe degli action movie, al suo meglio in questo film; senza trascurare le varie, graditissime spalle, da Jet Li a Mickey Rourke, da Terry Crews a Randy Couture, da Dolph Lundgren (l'indimenticabile Ivan Drago di Rocky IV) al brutalissimo "Stone Cold" Steve Austin, fino ai cameo (un po' deludenti, in realtà) di Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger. Coltelli, fucili e pistole. Pallottole a pioggia, botte da orbi e tante, tante esplosioni. The Expendables è questo, ma anche molto di più. Questo film lascia vedere come pochi altri il buonismo di fondo che pervade tutta la filmografia di Stallone, banale direte voi, ma che ci fa emozionare e commuovere, rannicchiati nelle nostre poltrone per l'agitazione, mentre tifiamo come non mai per i nostri eroi spaccatutto, duri a morire fuori, ma realmente buoni dentro. Credo di non esagerare nel definire The Expendables il film più cazzone, tamarro e fracassone di tutti i tempi. Ma dannazione, questi sanno far divertire. Alla loro maniera, s'intende. Certo è, che un'ora e quaranta non m'è mai sembrata così breve.

domenica 22 agosto 2010

Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010)


Ormai coi film sui supereroi ci abbiamo fatto il callo, no? Ci muoviamo più o meno agilmente negli intricati universi immaginari creati dai cari Stan Lee & Co, dico bene? E ciò nonostante, Kick-Ass risulta difficile da approcciare proprio per essere un film di supereroi che non è come gli altri film sui supereroi. Perchè nonostante alcuni passaggi ricalchino in maniera abbastanza fedele (ma comunque con un'impronta ben riconoscibile) gli stilemi dei superhero movie, Kick-Ass affonda le sue radici in territori assolutamente sconosciuti a blockbusteroni come Spiderman e X-Men: la pellicola fonde infatti una storia cupa, violenta e rabbiosa ad un impianto da film "adolescenziale" (di quelli cazzoni, alla "Superbad", per non andare sempre a citare "American Pie"); due elementi in apparenza inaccostabili, che invece contribuiscono in maniera decisiva all'unicità di questo film.
Ogni dettaglio appare riuscito in ogni sua più piccola sfaccettatura, in Kick-Ass, al punto che viene da chiedersi se i risultati sarebbero sempre questi, nel cercare di sdoganare i film cazzoni americani, dotandoli oltre tutto di un budget di tutto rispetto. Le scene d'azione sono spettacolari, girate e montate a rotta di collo con estrema libertà, cosa strana per un film che si propone comunque l'intento di essere un blockbuster. La sceneggiatura non è certo da meno, dimostrandosi matura e capace di dare un ritratto psicologico molto vivido dei personaggi, dei loro timori e dei loro bisogni, esplorando anche gli angoli più bui senza dare nulla per scontato. Il tutto è infine condito da una colonna sonora esplosiva (Prodigy, Primal Scream, Dickies, oltre al felicissimo cameo di Morricone con "Per qualche dollaro in più") e da un cast su cui è perfino difficile esprimersi a parole: dal protagonista Aaron Johnson (qui alla sua prima prova con una produzione importante) al sempre ben voluto Christopher Mintz-Plasse (il McLovin del già sopracitato "Superbad"), dal redento Nicolas "Parrucchino" Cage fino alla vera stella del film, la sorprendente Chloe Moretz, classe 1997, che nei panni di Hit-Girl cattura tutte le luci della ribalta, lasciando agli altri solo le briciole.
Nonostante il film sia uscito ormai quattro mesi fa, ancora non c'è traccia di una distribuzione italiana, anche e soprattutto a causa della censura, che rischierebbe di far passare il film solo con un divieto per i minori di 18 anni. Fatto sta che ad oggi, l'Italia è uno dei pochissimi paesi a non aver distribuito il film. Speriamo che ciò possa accadere in tempi brevi, e speriamo anche che i titolisti e i traduttori possano non snaturare troppo la vera essenza di questo film.
Per concludere, mi sbilancio in un pronostico, e dico che, ad eccezione di Inception (che non ho ancora visto, ma l'hype è talmente alto!), non ci sarà film che a fine anno potrà piazzarsi davanti a Kick-Ass in un'ipotetica classifica. Avete capito bene: film dell'anno, e tutti a casa.