domenica 30 gennaio 2011

Blasteroids - Blasteroids (2010)


Quelli che, al sentire di una collaborazione tra i L.A.S.E.R., Mistaman e Cali, speravano di ritrovarsi tra le mani qualcosa di rivoluzionario, almeno per l'hip-hop di casa nostra, rimarranno irrimediabilmente delusi. E nonostante la fusione di rap ed electro potesse destare dubbi, i problemi di questo album non sembrano provenire da lì, almeno in apparenza. Mi spiego meglio: i beat dei L.A.S.E.R. sono di per sè fantastici, e non sembrano inadatti come tappeto sonoro per rapparci sopra; tuttavia, le sonorità club sembrano aver spinto più del dovuto i due rapper di famiglia Unlimited Struggle ad adattare il loro rap all'atmosfera in questione, con l'unico risultato di una continua alternanza tra esibizione della propria coolness e dissing dello scrauso (in versione 2010), certo due temi cari al rap ma pur sempre monotoni, specie se trattati senza alcun particolare spunto (come avviene, spiace dirlo, proprio in Blasteroids). Ma qui va fatta una doverosa precisazione: in realtà Mista, anche su temi triti e ritriti riesce (quasi) sempre a tirar fuori strofe interessanti (e questo è forse uno dei suoi pregi più evidenti come MC in senso stretto); purtroppo, lo stesso non si può dire del suo compagno di crew, Cali, un vero disastro tanto nelle parti da spaccone quanto in quelle introspettive, inascoltabile sia come MC che come (wannabe) vocalist e, alla fin fine, specchio fedele di tutta una generazione di rapper che ormai infestano la scena italiana compensando la loro totale incapacità semplicemente tentando di "fare brutto".
Detto questo, in realtà in Blasteroids gli episodi degni di nota non mancano: gli esperimenti più puramente sonori (Back Into Time e Back Into The Future), infatti, risultano assolutamente perfetti, ed è interessante notare la riuscita dell'unione tra l'elettronica con un altro elemento fondante dell'hip-hop, non il rap ma bensì lo scratch, con due grandi rappresentanti del turntablism italiano come Tsura e Rockdrive; la concept track This Is A Journey Into Sound, in cui Mista ipotizza di venire convertito in impulsi sonori, cogliendo l'occasione di condensare la sua tecnica mostruosa in un esperimento che gli è cucito addosso (qualcuno ricorda Te-Le-Co-Man-Do?), senza risparmiare frecciatine a Jay-Z e T-Pain; infine, la straordinaria Rohypnol (a conti fatti la miglior traccia dell'album), dove un funambolico Ghemon si esibisce in acrobazie liriche che non ci saremmo mai aspettati da lui, il che dimostra ancora una volta come la sua conoscenza da grande ascoltatore e il suo approccio gli permettano, in qualsiasi contesto, di far emergere il suo sconsiderato talento.
Capitolo featuring: oltre ai già citati Ghemon, Tsura e Rockdrive, il disco vede le ospitate di DJ Shocca (scratch former in Our Mission, pezzo di cui è stato girato un video che, assieme a quello di Rohypnol, è andato ad anticipare l'uscita del progetto passando diverse volte in rotazione su Deejay TV), Nex Cassel (lo stesso discorso fatto per Cali, forse persino peggio), Frank Siciliano (ormai lo sappiamo, la voce è una meraviglia, ma scrivere testi, o anche solo ritornelli, non è proprio il suo mestiere) e Giuann Shadai (neanche il suo caleidoscopico flow può far passare inosservata questa brutta prova, ma tutti sappiamo di cosa è capace).
Insomma, un progetto non certo riuscito, con alcuni alti ma troppi bassi, sicuramente un divertissement più per i membri coinvolti che non per gli ascoltatori. I tanti pezzi che vorrebbero essere catchy ma non riescono a far presa fanno sembrare lunghissimo un album che, per la sua stessa natura, avrebbe dovuto proporsi di passare via in un attimo. L'auspicio è che Mista, dopo questi esperimenti (oltre a Blasteroids, non dimentichiamo il singolo Bomba! con gli Useless Wooden Toys) con cui sembra aver presto gusto, torni a collaborazioni importanti e soprattutto alla stesura del suo terzo album ufficiale, per renderlo degno di seguire una pietra angolare come Anni Senza Fine; che i L.A.S.E.R. continuino su questa strada raccogliendo il successo che meritano, magari sfruttando la scia di gruppi come i connazionali Crookers; che Cali, semplicemente, si renda conto che il rap non fà per lui.

mercoledì 26 gennaio 2011

The Walking Dead: Season 1 (AMC, 2010)


Quando si è saputo che dietro al progetto di una serie su The Walking Dead avremmo visto Frank Darabont, alcune volte anche in veste di regista e scrittore, sembrava non esserci nessun dubbio sul successo dell'esperimento. Un po' per la sicurezza trasmessa da Darabont, dietro alla macchina da presa in indimenticati capolavori ma, soprattutto (visto il tema), uno dei pochi ad essere riuscito ad adattare in maniera efficace un libro di Stephen King (nello specifico, The Mist); un po' perchè a spalleggiare Darabont trovavamo AMC, network che negli ultimi tempi sembra sfornare solo grandi titoli (oltre al pluripremiato Mad Men, il cult Breaking Bad e il più recente Rubicon).
Ci ritroviamo quindi con un progetto, sulla carta, potenzialmente rivoluzionario, perchè si presenta finalmente la possibilità di creare un mondo apocalittico popolato di zombie senza dover richiudere lo sguardo su di esso dopo un paio d'ore, come accaduto in decine di film. Volendo aprire poi una parentesi più nerd, uno dei punti di forza del serial sono proprio gli walker, tra i migliori mai visto sullo schermo, visivamente realistici nella resa, equilibrati nella caratterizzazione: non sono lenti, impacciati o stupidi come quelli di Romero, e le loro specifiche contestuali (l'origine dell'infezione e la sua trasmissione, la loro capacità di percepire gli umani e le modalità con cui è possibile ucciderli) sono state costruite in maniera abbastanza sensata.


A differenza di tutte le calamità attorno a cui è possibile costruire un film o una serie, l'invasione degli zombie ha il fascino di essere un fenomeno irreversibile, dove va già male può solo andare peggio, e la speranza di sopravvivere lascia presto posto alla rassegnazione. La volontà di Darabont di mostrare questa lenta propagazione del disincanto è forte, persino troppo, al punto che dopo i primi due episodi gli zombie scompaiono, ce li dimentichiamo come fossero spariti e nemmeno la visione di un'Atlanta devastata riuscisse a ricordarceli. Oltretutto, questo focus sulla psicologia dei personaggi sembra andare almeno parzialmente a vuoto a causa dell'insistenza non richiesta, soprattutto quando questa s'incunea nei soli sei episodi della prima stagione che, per quanto lunghi, appaiono tremendamente insufficienti per addentrarsi nella storia, e spingono la sceneggiatura a continue toccate e fughe. Non potendo ottenere più episodi, la scelta migliore sarebbe forse stata quella di costruire un solido preludio che guardasse a solide fonti di ispirazione come poteva essere il vecchio Io Sono Leggenda, quello del '71, senza ancorare subito il dinamismo della serie alla pesantezza di un gruppo forzatamente eterogeneo. Pur ammettendo la mia ignoranza riguardo la graphic novel di Walking Dead, penso di non dire eresie nell'ammettere che, a sentirne parlare, questo prodotto sembrava promettere ben altre potenzialità, al di là dell'adattamento riuscito o meno. La speranza per le prossime stagioni è ch su un numero più alto di episodi possa essere stesa una sceneggiatura degna di tale nome, in grado di tirar fuori le possibili attrattive di un prodotto così atipico, mascherando i difetti dove possibile e trovando il giusto equilibrio tra zombie e personaggi, tra azione e riflessione.


lunedì 17 gennaio 2011

Bassi Maestro & DJ Shocca - Musica Che Non Si Tocca (2010)


Sembra essere un'usanza ormai consolidata, almeno nell'hip-hop americano, quella per cui due pilastri del genere uniscono i loro sforzi per dare vita a un progetto che, sulla carta, dovrebbe risultare riuscitissimo. I precedenti dimostrano il rap non è semplice matematica che sommare semplicemente due artisti, per quanto grandi, non porta a risultati neanche minimamente soddisfacenti: sto parlando di KRS-One e Buckshot, di Masta Ace ed Edo G, di O.C. e A.G. Ma ovviamente stiamo parlando di un altro continente, di personalità molto più vecchie e variegate, e soprattutto di coppie di MC, qui invece assistiamo a un ritorno, nel suo piccolo, alla canonica forma del duo hip-hop formato da un beatmaker e un rapper. E la cosa che sorprende, è che i due sembrano valere ancora di più che presi singolarmente, fatto affascinante se consideriamo che Bassi Maestro e DJ Shocca, nonostante i gusti in comune, vengano da due fasi completamente diverse del movimento hip-hop italico. Bassi, da sempre rappresentante numero uno della scena milanese, esordisce nel 1992 con il demo Furia Solista, e nel 1996 con il primo disco ufficiale Contro Gli Estimatori; produttore a suo modo classico, ha sempre fatto dell'elasticità un suo grande pregio, spaziando dal boom bap più ruvido al club più tamarro, evidenziando allo stesso tempo le sue non comuni ma forse un poco sopravvalutate doti di MC; Shocca, trevigiano d'origine come tutta la sua Unlimited Struggle, viene fuori nel '98 con l'embrionale Uno, DJ Shocca, ma arriva a imporsi solamente nel 2004, quando la compilation 60 Hz si propone come Novecinquanta del nuovo millennio, riunendo l'intero stivale hip-hop sopra i suoi beat e meritandosi l'appellativo di DJ Premier italiano, nonchè il titolo di miglior produttore italiano del decennio scorso (alla pari forse solo con Don Joe).
Sta di fatto che quello che ne esce fuori è un EP curatissimo in ogni dettaglio (a partire dalla grafica del solito Mecna), la cui unica pecca, secondo molti, sarebbe quella di durare troppo poco. Ci può stare, insomma, 23 minuti e 40 secondi sono oggettivamente pochi, soprattutto per quello che poi va a costare. Eppure, la sensazione è quella che, allungando il disco e magari tramutandolo in LP, se ne sarebbe persa la sua migliore qualità: la compattezza. Perchè, di queste sei tracce (otto, se contiamo anche Intro e Outro), non ce n'è davvero una da buttare. Musica Che Non Si Tocca (la canzone, non il disco) è un'incisiva dichiarazione d'intenti; Per La Vita una speciale dedica a Milano (in cui per verità la strofa di Bassi risulta un po' scadente, ma viene riscattata da tale Mic Geronimo); Wake Up! l'ottimo singolo che ha aperto la strada all'uscita, condito da scratch terrificanti; L'Amore Dov'è? (miglior beat del disco, nonchè una delle migliori produzioni di Shocca di tutti i tempi) è la perla che ci mostra un lato di Bassi che non avevamo mai conosciuto (se non in Foto Di Gruppo), oltre a farci notare come Ghemon sia troppo spesso sottovalutato come rapper nel senso letterale del termine; Il Suono Originale è un duetto degno della Golden Age del rap italiano, in cui Bassi si scambia il microfono con il torinese Maury B, ex Next Diffusion e Gate Keepaz che sfoggia ancora una tecnica invidiabile visti gli anni d'assenza dalle scene (ma ricordiamoci che negli anni Novanta, lui è stato probabilmente uno dei più grandi innovatori dell'MCing in italiano); infine, Così Vero non è altro che l'ennesima manifestazione di autenticità, di vero amore per chi supporta e per la doppia acca, che è un po' il marchio di fabbrica di Bassi. Ecco quindi che l'omogeneo livello di qualità avrebbe potuto essere compromesso nel caso si fosse allungato troppo il disco, e anche se qualche canzone in più non penso avrebbe guastato, preferisco accontentarmi. Bisogna cercare di avvicinarsi a questo album con l'ottica giusta, non si può pretendere (già solo per il formato scelto, l'EP) il capolavoro che riporterà il rap dello stivale sulla mappa, ma "solo" godersi quello che di fatto Bassi e Shocca vogliono darci: del rap solido, fatto come si deve, con criteri e scelte dal sapore old school, ma senza per questo suonare datate. Un esempio di rap che si prende sul serio ed è consapevole dell'eterno ruolo di veicolo che questa musica può svolgere, attraverso le parole come per mezzo della musica che ci sta sotto (i sample sono da sempre un ottimo modo per scoprire nuove canzoni). È questo che è legittimo pretendere da rapper navigati come Bassi: che a intervalli di tempo accettabili facciano uscire dischi di qualità medio-alta di questo tipo, che mantengano il genere e l'ambiente in salute nonostante tutte le pessime uscite che ne intaccano la credibilità, rap alla vecchia maniera che non sappia di stantio. Perchè se l'Italia ha bisogno di rivoluzioni, è giusto che non partano dai vecchi.


domenica 2 gennaio 2011

Tron Legacy (Joseph Kosinski, 2010)


Non è semplice trovare un modo per cominciare a parlare di Tron Legacy, perciò proviamo a partire da dove tutto è cominciato: il primo Tron esce nel 1982, ed è la rivoluzione sotto diversi punti di vista, con i suoi effetti speciali (assolutamente all'avanguardia per l'epoca, essendo anche il primo film Disney girato in computer grafica) e il suo stile cyberpunk, ma soprattutto per il suo proposito di sviscerare le possibilità offerte, nell'ambito visivo ma anche in quello della sceneggiatura, dalla realtà virtuale. Di fatto, all'epoca di Tron ci si poteva solo immaginare quale sarebbe stata l'influenza dell'informatica nella vita degli esseri umani nei successivi venti-trent'anni; proprio per questo, il film tende ancora a dividere marcatamente la realtà virtuale da quella umana, sensibile, con dei continui dentro-fuori che mettono in contrapposizione i due mondi, quasi a sottolineare la confindenza che ancora si aveva, inevitabilmente, verso le macchine che cominciavano appena a prendere piede. Tron Legacy riparte anche e soprattutto da qui: decenni dopo gli avvenimenti del primo Tron, i computer sono entrati a far parte della vita di tutti (certo che è difficile raccontare Tron senza spoilerare niente), e questo favorisce il mantenimento di una sorta di dittatura, solo molto più sottile e meglio mascherata. Qui sta la grande importanza politica di tutta l'operazione, una critica non certo nuova ma comunque pesante al mondo dell'informatica (passato e attuale) e un'osservazione meno ovvia ai sostenitori del libero file sharing senza frontiere, attraverso un'ipotesi su cosa potrebbe succedere nel caso la condivisione di informazioni fosse possibile in ogni modo, in ogni momento. Ma tornando a un possibile parallelo tra il vecchio e il nuovo Tron, troviamo che la "diffidenza" manifestata nell'82 è, per forza di cose, scomparsa, per lasciare invece posto a una compenetrazione notevole con il nostro mondo umano, a indicarci che le macchine non sono il male, ma dentro di loro possono nascondere una minaccia tanto quanto una soluzione.
Come opera cinematografica indipendente, Tron Legacy non rivoluziona il cinema di genere come forse era legittimo aspettarsi, ma si colloca senza timore tra i migliori film di fantascienza degli ultimi dieci anni, secondo forse solo a Matrix. I suoi maggiori punti di forza sono la capacità di essere il film giusto nel momento giusto, in grado di ravvivare lo stagnante mondo Sci-Fi, e l'unicità come esperimento audio-visivo: infatti, l'esperienza di Tron Legacy non è paragonabile a nessun'altra vista in precedenza, tale è l'immersione nel mondo cibernetico grazie al comparto degli effetti speciale e alla chiacchieratissima colonna sonora dei Daft Punk, che hanno chiaramente preso parte anche a tutta la lavorazione sonora al fine di rendere l'audio un tutt'uno avvolgente, uno strumento in grado quanto il video di favorire l'immersione tridimensionale. Nel prendersi il posto che si merita, il film è quasi consapevole della propria importanza assunta fin da subito come ultimo baluardo di un genere morente, e infatti gli omaggi ai vecchi capolavori (da 2001: Odissea Nello Spazio fino a Matrix, passando per Blade Runner) che hanno tenuto alto lo stendardo nei decenni precedenti. Non si può quindi che rimanere sorpresi davanti a questo gioiello confezionato dall'esordiente Joseph Kosinski, ex pupillo di David Fincher che aveva all'attivo solo spot pubblicitari, e da un cast di tutto rispetto, a partire dall'orientaleggiante Jeff Bridges che rappresenta il più grosso ponte con il primo Tron, e viene per l'occasione ringiovanito (diciamolo, senza molto successo), ma senza trascurare l'apporto del giovane Garrett Hedlund e della meravigliosa Olivia Wilde (non soltanto per merito della tutina attillata che ha fatto sbavare i nerd di mezzo mondo). E alla fine non si poteva davvero chiedere di più a questo Tron Legacy, che in fin dei conti fà quello che i film di fantascienza sono ideati per fare: creare un mondo impossibile e convincerci che possa esistere rendendocelo credibile, catturando la nostra immaginazione e cristallizzandola su pellicola.

mercoledì 29 dicembre 2010

2010: A Year In Movies

In ritardo come al solito, siamo arrivati alla fine del giro di classificoni, con quello (almeno per chi scrive) più importante: quello cinematografico. Che si propone di essere un pelo più autorevole degli altri, ma proprio poco, vista anche la quantità di film mancati a causa della scarsità di cinema nelle vicinanze e della pessima programmazione degli unici che ci sono. Ma bando alle ciance, let's start!

Fidanzate dell'anno:
Mary Elizabeth Winstead (Scott Pilgrim vs. The World)
Marion Cotillard (Inception)
Ellen Page (Inception)

Tormentone che l'avesse cacciato fuori un film italiano sarebbe stato una merda ma per fortuna l'ha cacciato la Disney:
Ken e Barbie (Toy Story 3)

Miglior cameo di Bill Murray nei panni di sè stesso:
Il cameo di Bill Murray (Zombieland)

Miglior film della DreamWorks dai tempi di Kung Fu Panda (che a sua volta era il migliore dai tempi di Shrek):

Sodalizio attore-regista da interrompere all'istante:
Johnny Depp & Tim Burton

Premio per aver innescato l'inutile, dannoso, rincoglionente e costoso fenomeno 3D:
Avatar (James Cameron)

Premio per aver evitato un apparentemente inevitabile pippone sulla morale e l'etica:
Splice (Vincenzo Natali)

Migliore combattimento coi dischi:
Il combattimento coi dischi contro Tron (Tron Legacy)

Miglior sfida mortale in sella a una moto:
La sfida mortale con le moto (Tron Legacy)

Premio "Per mettermi i piedi in testa ci vuole Ben Affleck":
The Town (Ben Affleck)

Peggior sequel:

Most Hated:
Benvenuti Al Sud (Luca Miniero)

Spot più riuscito delle Poste Italiane:
Benvenuti Al Sud (Luca Miniero)

Premio al vero film del cuore di quest'anno:

Nuovo Sly designato:
Jason Statham (The Expendables)

Miglior attore:
Jesse Eisenberg (The Social Network, Zombieland)
Leonardo DiCaprio (Inception, Shutter Island)

Miglior attrice:
vedi Fidanzate dell'anno

Miglior film che non ha senso mettere in una classifica perchè film troppo a sè:

Miglior film non ancora uscito in Italia:

Film che non ho visto ma che se avessi visto sono sicuro avrebbero trovato posto in classifica:
Animal Kingdom (David Michod)
The Ghost Writer (Roman Polanski)
Away We Go (Sam Mendes)
An Education (Lone Scherfig)

Migliori film italiani che non ho visto:
La Prima Cosa Bella (Paolo Virzì)
L'Uomo Che Verrà (Giorgio Diritti)
Shadow (Federico Zampaglione)

Migliori film stranieri (che qui vuol dire nè italiani, ne mmerigani, ne inglesi)
Il Profeta (Jacques Audiard)
Agora (Alejandro Amenabar)

Fuori concorso:
Porco Rosso (Hayao Miyazaki)

Top Ten:



10) Tron Legacy (Joseph Kosinski)




9) Up In The Air (Jason Reitman)

Terza riuscitissima prova di Reitman, con un cast d'eccezione e una sceneggiatura perfetta a supporto, in quella che potremmo definire una felice sintesi dei pregi di Thank You For Smoking (l'arguzia, la sensibilità "politica" in un clima di recessione economica) e Juno (la capacità di guardare dentro le persone e di vederne le ansie e le speranze). Accolto prima con molto favore dalla critica, poi ingiustamente bistrattato.


8) Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)

Il solito, irresistibile Wes Anderson, nell'ennesimo film non proprio per tutti, ma di respiro sicuramente più ampio di alcune sue opere precedenti.



7) Zombieland (Ruber Fleischer)
Altro instant cult con Jesse Einseberg, dopo il quasi omonimo Adventureland. Misto di survival movie e buddy comedy adolescenziale riuscito al 100%, che affianca Shaun of the Dead tra i massimi risultati del genere. E poi, ecco, Bill Murray.


6) Scott Pilgrim vs. The World (Edgar Wright)
Questa posizione non rende minimamente l'idea di quanto questo film mi sia piaciuto. Perchè ho adorato questo film dal primo all'ultimo minuto, sono stato contento di poter definitivamente rivalutare Michael Cera e continuo ad ascoltare la meravigliosa colonna sonora. L'apparato videoludico del film è quanto di più esaltante e, nel suo piccolo, rivoluzionario, si sia visto quest'anno.


5) Shutter Island (Martin Scorsese)
Inspiegabilmente accolto in maniera tiepida dalla critica, Shutter Island è invece una massiccia opera di uno dei più grandi registi viventi, che si cimenta in un genere che non è il suo e dà la paga a tutti. E se non date l'Oscar a Leo quest'anno, non glielo date più.


4) Avatar (James Cameron)



3) The Social Network (David Fincher)




2) Toy Story 3 (Lee Unkrich)
La chiusura perfetta di una trilogia perfetta, dove questo ultimo capitolo è meglio del secondo, che a sua volta era meglio del primo. E il primo era uno stramaledetto capolavoro. Uso le parole di qualcun altro che mi sono rimaste impresse, per descrivere questo capolavoro assoluto del cinema d'animazione: "Ti commuove fare parte dello stesso genere umano che può arrivare a realizzare un film come Toy Story 3". Certo però, che con la Pixar non c'è proprio gusto: un film del genere all'anno, è già tanto che non è sempre film dell'anno.


1) Inception (Christopher Nolan)


lunedì 27 dicembre 2010

2010: A Year In Indie


Eccoci al Classificone più ignorante e incompleto di tutti, dove il materiale era probabilmente troppo per chiunque e la mia competenza in materia rasenta lo zero. Nonostante questo, tanta musica che mi sono divertito un mondo ad ascoltare, che mi ha aperto alcuni orizzonti e me ne ha ricordati altri da cui mi ero un po' allontanato. Gruppi nuovissimi, gruppi vecchiotti che ritornano e gruppi di mezzo che ancora cercano la strada, e forse l'hanno trovata. Insomma, è arrivata la pitchforkata!

Miglior esordio



The Soft Pack - The Soft Pack

Un fulmine a ciel sereno, hanno sparigliato non di poco i miei piani di ascolto, indirizzati verso dischi seriosi che hanno dovuto attendere parecchio, visto il tempo che questi californiani (ex The Muslims) mi hanno portato via. La miglior descrizione di questo album che ho sentito è stata "un disco per quelli che ascoltavano i gruppi giusti negli anni giusti". Che sottintende un sacco di cose, fra cui il fatto che io ho sempre ascoltato gruppi sbagliati negli anni sbagliati.


Premio "Don't Call It a Comeback: Chi Non Muore Si Rivede"



Gorillaz - Plastic Beach

Damon Albarn non si ferma mai, e tra la reunion (seria o meno, non è ancora dato saperlo) dei Blur, un disco prodotto con il solo aiuto di un iPad e il tour per promuovere questo Plastic Beach, potremmo dire che è stato un 2010 come minimo fitto di impegni per quello che sarebbe anche la mente dietro il progetto The Good, The Bad & The Queen. Non saprei collocare questo disco all'interno della sua carriera, ne di quella dei Gorillaz, con un preciso significato. So solo che ne è venuto fuori un altro disco magnifico, grazie a delle grandi ospitate (vedi Snoop Dogg, due Clash, Mos Def, Lou Reed, i De La Soul e tanti altri), a una ricerca del suono sempre attiva e alle solite, potentissime hit (dal primo singolo Stylo alla perla On Melancholy Hill).


Superchunk - Majesty Shredding

Il solito ritorno col botto di uno di quei gruppi da cui te l'aspetti. In fondo, non si chiede tanto. L'attitudine, sempre quella. Le chitarre: pure. Le melodie: volete scherzare? E avanti così


Belle and Sebastian - Write About Love

L'ennesimo rientro con stile, ed una serie di mini documentari dove rispondono alle domande dei fans e suonano i pezzi del nuovo disco, non fanno che nascondere (male) il fatto che i Belle and Sebastian di una volta, mi sembra persino inutile dirlo, non torneranno più. Ciò non di meno, Write About Love è un disco piacevole, ben fatto e più digeribile dell'over-prodotto The Life Pursuit. L'esperienza porta ad alcuni inevitabili picchi, tra cui I Want The World To Stop, una delle migliori canzoni che B&S abbiano scritto da anni, ma la mancanza di varietà e colore porta anche alla routine, e senza poterci fare niente ci accorgiamo che tante canzoni sono riempitivi e non molto altro. Ma poco importa, perchè se anche è legittimo attendersi di più dopo quattro anni di silenzio (se non contiamo il progetto parallelo God Help The Girl), anche a ricevere "solo" questo, non è che ci si sputa sopra.


E ora...Top Ten!


10) Beach House - Teen Dream

Uno dei dischi più belli di quest'anno. "Eggrazzie, sta nella tua classifica". Ma è un pelo più complicato di così. Sta di fatto che mi sono innamorato follemente di queste dieci canzoni pop cesellate magnificamente tra atmosfere sognanti, sinuose e quasi oniriche. Non un pezzo fuori posto, dal singolo che ha dato il nome ad un precedente EP, Zebra, a Norway, passando per Walk In The Park e 10 Mile Stereo. Basta lasciarsi trasportare nel modo fatato creato dai suoni del duo di Baltimore, scoprendoli e riscoprendoli di volta in volta con la genuinità dello sguardo adolescenziale suggerito dal titolo.


9) Caribou - Swim

Trascinato dalle meravigliose Odessa e Sun, un disco destinato a rimanere per la sua infinità varietà, il suo tornado di generi che finisce per inglobare un po' tutto, producendo più che componendo, seguendo sempre la via della sperimentazione ma dando anche spazio a canzoni quasi canoniche. S'intende, per quanto possa essere canonico un pezzo di Caribou, che non è ancora forse arrivato al culmine della sua spinta innovativa, ma che con Swim ha posto un mattone importante.


8) Vampire Weekend - Contra

Dopo l'omonimo debutto che li ha lanciati da subito tra i nomi che contano nell'universo non molto ben definito che va sotto il nome di "indie", ecco che i giovanissimi newyorkesi tornano sulla piazza con un disco che ne è il perfetto successore. Nel senso che qui ritroviamo tutti gli elementi che avevano reso Vampire Weekend un successo: l'Africa e Graceland frullati dentro un contenitore marcatamente pop. Forse mancano dei pezzi che spicchino fino a diventare instant cult come era successo per A-Punk e Oxford Comma, ma il livello è più omogeneo e tutti i pezzi sono mediamente di ottima fattura, musicalmente ma anche per quanto riguarda i testi, aspetto sotto cui Koenig è migliorato sensibilmente. Non un capolavoro, certo, ma aspettando che i nostri siano effettivamente in grado di superarsi, ci metterei la firma per avere un disco del genere ogni paio d'anni.


7) No Age - Everything In Between

Divertentissimo, questo Everything In Between, ma non per questo da non prendere sul serio, vista la gamma di influenze che si possono registrare già soltanto ai primi ascolti. Da un tipo di duo ormai quasi classico, composto da batteria e chitarra, vediamo piombarci addosso ora il punk più infuriato di matrice Ramones, ora un incidere martellante degno dei Velvet Underground, o ancora lo shoegaze di Jesus And Mary Chain, vista la propensione a fondere melodie e rumori assordanti. Visto quanto mi è piaciuto, recupererò al più presto il precedente Nouns. E vi consiglio di fare altrettanto.


6) The National - High Violet

La mia scarsa conoscenza della carriera dei National non mi permette di fare confronti, tracciare percorsi o snocciolare tesi sulla loro musica, perciò mi limiterò a dire che sono contento di averli conosciuti con questo disco, che mi fa come minimo venir voglia di approfondire tutti gli album precedenti che, a quanto leggo, sono tutti più o meno dei fottuti capolavori. Di High Violet posso dire che non c'è nulla fuori posto, produzione imponente e perfetta, tante grandi canzoni, pezzi importanti, che continuerò ad ascoltare ben oltre la fine del 2010.



5) Sufjan Stevens - The Age of Adz

Che Sufjan Stevens fosse un pazzo, ormai l'avevamo capito. Certo però che tutti ci aspettavamo, prima o poi, che arrivasse a fare i dischi che era giusto pretendere dopo una pietra miliare come Illinois. E invece niente. Ma non perchè Sufjan ci giri intorno, rimandando il giorno in cui dovrà prendersi la responsabilità del suo talento facendo questo benedetto disco della vita bis. Lui è chiaramente intenzionato a non seguire la strada che gli è stata tracciata davanti. Lui farà il cazzo che vuole, e noi saremo lì a pendere dalle sue labbra, perchè finchè lo fa così bene, può fare realmente ciò che gli pare. Intendiamoci, The Age of Adz rimane un disco grandioso. Però forse si aspettava qualcosa di appena appena diverso, ecco. Ma è pazzo, lo sappiamo.



4) LCD Soundsystem - This Is Happening

A conti fatti, bastano le dita delle mani, forse addirittura di una sola, per elencare i gruppi che sono riusciti ad avere un impatto pari a quello degli LCD Soundsystem di James Murphy in un arco di tempo così ristretto. E se è vero che questo loro terzo album è destinato ad essere l'ultimo, credeteci, li rimpiangeremo presto.


3) Broken Social Scene - Forgiveness Rock Record

Dico la verità, la prima volta che ho ascoltato la nuova fatica dei Broken Social Scene, non ero rimasto granchè impressionato. I primi ascolti non mi dicevano poi molto, non so. Ce n'è voluto, di tempo, perchè mi convincessi che questo fosse un grande disco. Prima che ingranasse, sono passati mesi. Ma a un certo punto è come se fosse scattato qualcosa. Niente di preciso, solo...tutto mi è quadrato di più in testa, e da allora non ho ancora smesso di ascoltare questo Forgiveness Rock Record. Non è certo una questione istintiva, si capisce, però sono contento di aver dedicato del tempo a questo disco, perchè mi son sentito ripagato. Esprimi un desiderio? Poterli vedere live.



2) Deerhunter - Halcyon Digest

Un disco arrivato (almeno per me, che mi ero perso Microcastle) totalmente in sordina, e che ha sparigliato un sacco le carte in tavola. Essenziale, minimale, che comincia silenzioso con quella Earthquake, finisce per insidiarsi sotto pelle e puoi giurarci che non si stacca più. Bradford Cox è un songwriter straordinario, e lo dimostra in ogni singola canzone. Col talento di uno che i classici li ha studiati a menadito, ma guarda oltre, musicalmente e "liricalmente" (passatemi la traduzione letterale), incarnando il nuovo che avanza inesorabilmente.



1) Arcade Fire - The Suburbs

Già qualche settimana prima dell'uscita, l'hype intorno al terzo disco degli Arcade Fire era tale da designarlo ad Agosto come disco di questo 2010. Poco importa se poi la gente se l'è dimenticato, ha fatto finta di non averlo visto ed è passata oltre. Perchè gli Arcade Fire sono forse il più grande gruppo uscito da "quei cazzo di anni zero", ma non per questo rimarranno confinati lì. Ci seguiranno, e ce li porteremo dietro per un sacco di tempo. Non hanno ancora sbagliato un colpo. Certo, se questo The Suburbs avesse avuto qualche riempitivo (che poi, riempitivo si fa per dire) in meno, sarebbe stato perfetto. La formula è simile a quella di Neon Bible (l'album è meno concept tutt'uno rispetto a Funeral, ma pur sempre molto omogeneo, e contiene diverse potentissime hit), solo che in più i canadesi possono ora vantare una consapevolezza non comune, ben accetta soprattutto quando un gruppo passa dal nulla all'essere tra i più famosi e "spinti" del pianeta. Il disco della maturità. Che dite, basta?

martedì 21 dicembre 2010

2010: A Year in Black

Ho deciso di dividere il classificone dei dischi in due, tra la indiesfera e la negrosfera, un po' per comodità e un po' perchè le classifiche, già poco significative di per sè, avrebbero perso ogni pur piccola valenza dovendo mettere in ordine di gradimento dischi così distanti tra loro per caratteristiche. Ecco quindi che, nei giorni teoricamente più corti e freddi dell'anno, cerchiamo di riscaldarci con un po' della black music che ci ha tenuto compagnia in questi dodici mesi.



10) Drake - Thank Me Later

Il 2010 è stato tante cose, fra cui l'anno dell'esplosione di Drake, che si merita come minimo il titolo di freshman of the year per aver generato intorno a sè un hype così grande, che in molti hanno visto come totalmente ingiustificato e forse a ragione. Detto ciò, il talento del ragazzo è innegabile, e se già così tanti pezzi grossi (Jay-Z, Alicia Keys, Rihanna) vogliono la sua collaborazione significa che ci hanno visto qualcosa. E nonostante la patina e l'autotune siano gli stessi che hanno caratterizzato molti dei rapper tamarri dell'ultimo decennio, questo ragazzo canadese conserva il candore e la semplicità che, così contrarie agli stilemi hip-hop, ricordano il Kanye West dei primissimi tempi. Rapper di livello più che discreto, cantante ottimo e discreto belloccione, si sta prendendo tutto il successo che si è ampiamente meritato, grazie anche alla sua dote più evidente: la versatilità, che gli ha consentito di passare da pezzi con eLZhi, Phonte e Dwele a delle grezzate inaudite, scrivendo nel mezzo dei pezzi per Lil' Wayne. Camaleontico, ma con un'identità già ben definita dopo un solo disco ufficiale. La formula ormai la conosciamo: "...what am I doin'? What am I doin'? Oh yeah that's right, I'm doin' me, I'm doin' me..."


9) Raheem DeVaughn - The Love & War Masterpiece

Un'opera importante, forse un passo addirittura fondamenale nella carriera di Raheem DeVaughn, quest'album. Perchè il nostro, dopo aver già conquistato le classifiche R&B e non solo coi due dischi precedenti, è chiamato a ripetersi e a dare anche qualcosina di più. Obiettivo centrato, direi, e disco della maturità se ce n'è uno. Raheem si muove totalmente a suo agio nelle atmosfere abbastanza varie evocate dalle strumentali su cui di volta in volta si ritrova a cantare, e padroneggia la sua calda voce da soulsinger ad un livello che ricorda, non ho paura di esagerare, quello di Curtis Mayfield.



8) The Foreign Exchange - Authenticity

Alla loro terza prova, i Foreign Exchange si confermano una delle realtà più solide del panorama hip-hop/R&B americano, sfornando questo frullato di tradizione marcatamente black in un contenitore assolutamente moderno. Le macchine e i sintetizzatori di Nicolay vanno a comporre un suono organico nonostante la varietà, e Phonte ci sa stare su a meraviglia, dimostrando di essere uno dei songwriter più sensibili e ispirati d'America, nonchè una delle voci più soulful che si siano sentite da anni.


7) Erykah Badu - New Amerykah Part 2: Return of the Ankh

A distanza di quasi due anni dalla prima parte, Erykah Badu ci propone il secondo capitolo di questo New Amerykah, che non potrebbe essere più differente dal predecessore: il primo era più politicizzato, funk, psichedelico ed elettronico; il secondo, invece, ricalca in maniera più lineare alcune delle opere precedenti della Badu, ritornando ad un approccio intimistico e personale con sullo sfondo atmosfere marcatamente soul. Non il disco eccezionale che si dovrebbe ogni volta attendere da una personalità come quella di Erykah Badu, ma di sicuro quello che fa lo sa fare bene. Sempre.


6) Big Boi - Sir Lucious Left Foot: The Son Of Chico Dusty

Dopo anni di malcelati scazzi, è arrivato il tempo per gli Outkast di prendere le diverse strade che ormai da tempo erano delineati davanti ai due rapper di Atlanta: Big Boi, in particolare, torna a fare quello che sa fare meglio, il Dirty South (non nella sua accezione lilwayniana), richiamando a sè gli Organized Noise e altri produttori familiari per dare forma al suo primo, attesissimo disco solista. Che si rivela essere un prodotto enormemente fresco ma allo stesso tempo elaborato, tamarro il giusto ma senza sconfinare nel mainstream più facilotto, perchè Big Boi riesce a spaziare tra i beat più diversi dandoci la sensazione di sentirsi musicalmente libero come non gli accadeva da tempo. Nonostante l'accoppiata con Andre Benjamin abbia probabilmente fatto la sua fortuna, è probabile che Boi si sentisse un po' limitato da una personalità così eccentrica ed esuberante come quella del suo socio, e quindi non possiamo che applaudire la riuscita di questa prima prova con le proprie gambe, dopo una carriera credo quasi ventennale.



5) Gil Scott-Heron - I'm New Here

Il ritorno sulle scene di Gil Scott-Heron si concretizza in uno dei migliori comeback album degli ultimi dieci anni. Vitale come se non avesse smesso un secondo di scrivere e di "cantare", il poeta dell'Illinois regala una vera e propria gemma di musica nera, un album che affonda le sue radici nel jazz e nel funk più grezzi, ma lo dà quasi per scontato pur di concedersi il tempo di andare a sporcarsi le mani nell'elettronica, nell'ambient e nel dubstep: quello che ne viene fuori è sorprendente, e per quanto l'espressione "mai sentito prima" oggi è quantomeno azzardata, vista la quantità di sperimentazioni musicali tese in ogni direzione, non me ne viene in mente una migliore.



4) Flying Lotus - Cosmogramma

Un disco paradigma dell'hip-hop di questi anni. O almeno di quel tipo di hip-hop a metà tra lo strumentale, il sampling usato come componente protagonista e tanta, tanta sperimentazione. Un genere non genere che accomuna le opere più diverse. Mi piace pensare di poter individuare nel tempo una linea che va da DJ Shadow a FlyLo, da Endtroducing a Cosmogramma, in perfetta continuità. Perchè come l'esordio di DJ Shadow, anche questo è un disco destinato a restare, una svolta che l'hip-hop dovrà assumere come proprio crocevia se ancora vuole interrogarsi su quale direzione prendere, e arrivare a darsi una risposta. Segnatevi questo nome, perchè del nipote di John Coltrane, già accreditato come l'Aphex Twin nero, e del suo genio, ne sentiremo riparlare presto.


3) Black Milk - Album of the Year

Nonostante la giovane età anagrafica, Black Milk ha visto la sua carriera impennarsi in men che non si dica fino a designarlo nuovo re di Detroit, forse l'unico davvero in grado di raccogliere l'eredità di J Dilla. Ma la sua crescita esponenziale non è visibile solo nel modo di produrre, già eccellente nel precedente Tronic e arrivata, se possibile, a livelli ancora più alti, ma anche e soprattutto nel rap: credo di poter dire senza paura di sbagliarmi che non si è mai visto un beatmaker di razza fare dei progressi simili anche nell'mcing. Sul disco c'è poco da dire: Deadly Medley è chiaramente il pezzo rap dell'anno (le strofe di Royce e soprattutto di eLZhi sono roba da antologia), ma andando avanti con gli ascolti si rimane catturati soprattutto da alcuni pezzi particolarmente introspettivi e drammatici, che grazie alla loro non eccessiva cupezza non annoiano mai. Perciò mettiamola così: se alla fine del titolo dell'album, ci fosse stato un bel punto di domanda, la mia risposta, all'epoca del primo ascolto, sarebbe stata immediatamente .



2) The Roots - How I Got Over

Ho ascoltato questo disco, ininterrottamente, per tutta l'estate. E c'è stato un periodo preciso, in cui ho pensato "Questo sarà il mio disco rap dell'anno, e non potrà uscire niente che mi smuova da questa posizione". Sfortunatamente, è uscito qualcosa che c'è riuscito, ma tant'è. Rimane un'opera maestosa, ultimo mattone posto (almeno a quanto si era detto) a conclusione di una gloriosissima carriera tra le più longeve e al contempo dense di qualità della storia della musica hip-hop. In tutti questi anni, i Roots non hanno mai perso due cose: la dignità e la coerenza, che infatti caratterizzano anche questo "How I Got Over", dove le bizzarrie sono molto ridotte, c'è un prepotente ritorno al rap più essenziale (e Black Thought si dimostra uno dei più grandi MC di sempre, troppo sottovalutato per il suo effettivo valore) con giusto qualche spruzzata di funk e soul ad ammorbidire il tutto, in un disco dove le potenziali hit sono tantissime (fai prima a dire i pezzi che non lo sono), gli ospiti sono semplicemente il meglio (Blu, Phonte, John Legend) e il piccolo tributo al compianto J Dilla riesce nonostante tutto a spiccare e portarsi via qualche lacrima. Rimane un monumento alla musica nera tutta, all'integrità di un gruppo che ha saputo cambiare spesso forma ma mantenendo sempre la sua linea, vendendo tanto pur rimanendo con una mentalità che ancora ci ritroviamo a definire "underground"; un gruppo che ha saputo metabolizzare l'esperienza di live band al Late Show di Jimmy Fallon e riconvertirla in un piglio sicuramente nuovo, facendosi carico della voce della nazione nell'altro album dei Roots di quest'anno, quello in combo con John Legend (che si è rivelato un cantante estremamente duttile e dotato non solo vocalmente), intitolato "Wake Up!" e che raccoglie una serie di classici brani della tradizione soul/funk/R&B americana coverizzati per l'occasione dal sopracitato John Legend coi Roots. Insomma, forse non c'era un modo migliore per andarsene lasciando il segno, per ?uestlove e soci.


1) Kanye West - My Beatiful Dark Twisted Fantasy

Parlare di Kanye West non è difficile, è praticamente impossibile. Perchè di un personaggio così complesso, così odioso eppure dotato, con quella spocchia che però si può permettere, cosa vuoi dire? Alla sua quinta uscita ufficiale, l'ex protetto di Jay-Z se ne viene fuori con questo disco che non rivoluziona particolarmente la concezione di rap mainstream che lo stesso West aveva contribuito a creare ed elevare a canone estetico da seguire, ma di sicuro lo porta alle estreme conseguenze: ecco perchè mi trovo a dire che My Beatiful Dark Twisted Fantasy rappresenta il picco più alto che l'hip-hop da classifica abbia mai raggiunto, un conglomerato di canzoni perfette o poco meno, una montagna di hit che una dopo l'altra invaderanno le charts e mangeranno in testa a tutti i 50 Cent e i Lil Wayne di turno; 13 tracce in puro stile Kanye West, prodotte, overprodotte, con quella particolare tendenza ad andare oltre a cui siamo ormai abituati. L'unico motivo per cui questo non dovrebbe essere il disco dell'anno è la copertina, orribile. Ma per il resto non ci possiamo sbagliare: Kanye West ha fatto ancora centro.