Libro totale che andrebbe letto sia da appassionati dell'hip-hop italiano, per rispolverare vecchi ricordi e comprendere meglio vicende e dischi del passato, che da completi novizi, che avrebbero così modo di entrare in contatto con le origini di un genere così in voga anche da noi, attualmente. Damir Ivic, storica penna di Aelle, del primo Groove e del Mucchio Selvaggio, si lancia in un'operazione ciclopica quanto fondamentale: tracciare una storiografia, forse non completa ma almeno esauriente, dell'hip-hop italiano, dalle origini ad oggi. L'approccio è assolutamente aperto, questo libro può essere letto davvero da chiunque, grazie anche all'ampia premessa in cui vengono forniti concetti e termini base, e le origini del genere (quelle slegate dal nostro paese) vengono narrate con quanta fedeltà è possibile fare. Il documento che ci troviamo tra le mani è di inestimabile valore per i motivi più svariati, ma penso che il merito più grande sia quello di raccontare per intero i momenti cruciali della storia del rap in Italia (vale a dire il periodo delle posse, la successiva esplosione del purismo, e la decadenza dei primi anni Duemila), riconoscendo i meriti ma anche le colpe di un po' tutti i membri della scena, rintracciando nell'eccessivo attaccamento al purismo il cancro forse più grande che ha pian piano finito per logorare dalle fondamenta il genere in Italia. Altro grande pregio di questo libro è quello di mettere in risalto le più grandi e variegate sfaccettature che l'hip-hop può assumere, nel bene e nel male, dimostrandosi il genere-contraddizione per eccellenza, dando nello stesso tempo tante vie di uscita e modi di espressione quanti sono i limiti e le restrizioni (auto)imposte. Con l'esperienza e la conoscenza di uno che la scena l'ha vista nascere, crescere, disintegrarsi da sè per poi raccoglierne i cocci, Damir Ivic pone quindi un autentico, importante mattone nella ricostruzione di un genere (e di una cultura, perchè l'hip-hop anche questo è, ed è bene non dimenticarselo) che, vuoi per la saturazione del mercato discografico, vuoi per la pochezza dei modelli, avrebbe solo bisogno di imparare dagli errori del proprio passato per assumere l'approccio giusto.
Sembra essere un'usanza ormai consolidata, almeno nell'hip-hop americano, quella per cui due pilastri del genere uniscono i loro sforzi per dare vita a un progetto che, sulla carta, dovrebbe risultare riuscitissimo. I precedenti dimostrano il rap non è semplice matematica che sommare semplicemente due artisti, per quanto grandi, non porta a risultati neanche minimamente soddisfacenti: sto parlando di KRS-One e Buckshot, di Masta Ace ed Edo G, di O.C. e A.G. Ma ovviamente stiamo parlando di un altro continente, di personalità molto più vecchie e variegate, e soprattutto di coppie di MC, qui invece assistiamo a un ritorno, nel suo piccolo, alla canonica forma del duo hip-hop formato da un beatmaker e un rapper. E la cosa che sorprende, è che i due sembrano valere ancora di più che presi singolarmente, fatto affascinante se consideriamo che Bassi Maestro e DJ Shocca, nonostante i gusti in comune, vengano da due fasi completamente diverse del movimento hip-hop italico. Bassi, da sempre rappresentante numero uno della scena milanese, esordisce nel 1992 con il demo Furia Solista, e nel 1996 con il primo disco ufficiale Contro Gli Estimatori; produttore a suo modo classico, ha sempre fatto dell'elasticità un suo grande pregio, spaziando dal boom bap più ruvido al club più tamarro, evidenziando allo stesso tempo le sue non comuni ma forse un poco sopravvalutate doti di MC; Shocca, trevigiano d'origine come tutta la sua Unlimited Struggle, viene fuori nel '98 con l'embrionale Uno, DJ Shocca, ma arriva a imporsi solamente nel 2004, quando la compilation 60 Hz si propone come Novecinquanta del nuovo millennio, riunendo l'intero stivale hip-hop sopra i suoi beat e meritandosi l'appellativo di DJ Premier italiano, nonchè il titolo di miglior produttore italiano del decennio scorso (alla pari forse solo con Don Joe).
Sta di fatto che quello che ne esce fuori è un EP curatissimo in ogni dettaglio (a partire dalla grafica del solito Mecna), la cui unica pecca, secondo molti, sarebbe quella di durare troppo poco. Ci può stare, insomma, 23 minuti e 40 secondi sono oggettivamente pochi, soprattutto per quello che poi va a costare. Eppure, la sensazione è quella che, allungando il disco e magari tramutandolo in LP, se ne sarebbe persa la sua migliore qualità: la compattezza. Perchè, di queste sei tracce (otto, se contiamo anche Intro e Outro), non ce n'è davvero una da buttare. Musica Che Non Si Tocca (la canzone, non il disco) è un'incisiva dichiarazione d'intenti; Per La Vita una speciale dedica a Milano (in cui per verità la strofa di Bassi risulta un po' scadente, ma viene riscattata da tale Mic Geronimo); Wake Up! l'ottimo singolo che ha aperto la strada all'uscita, condito da scratch terrificanti; L'Amore Dov'è? (miglior beat del disco, nonchè una delle migliori produzioni di Shocca di tutti i tempi) è la perla che ci mostra un lato di Bassi che non avevamo mai conosciuto (se non in Foto Di Gruppo), oltre a farci notare come Ghemon sia troppo spesso sottovalutato come rapper nel senso letterale del termine; Il Suono Originale è un duetto degno della Golden Age del rap italiano, in cui Bassi si scambia il microfono con il torinese Maury B, ex Next Diffusion e Gate Keepaz che sfoggia ancora una tecnica invidiabile visti gli anni d'assenza dalle scene (ma ricordiamoci che negli anni Novanta, lui è stato probabilmente uno dei più grandi innovatori dell'MCing in italiano); infine, Così Vero non è altro che l'ennesima manifestazione di autenticità, di vero amore per chi supporta e per la doppia acca, che è un po' il marchio di fabbrica di Bassi. Ecco quindi che l'omogeneo livello di qualità avrebbe potuto essere compromesso nel caso si fosse allungato troppo il disco, e anche se qualche canzone in più non penso avrebbe guastato, preferisco accontentarmi. Bisogna cercare di avvicinarsi a questo album con l'ottica giusta, non si può pretendere (già solo per il formato scelto, l'EP) il capolavoro che riporterà il rap dello stivale sulla mappa, ma "solo" godersi quello che di fatto Bassi e Shocca vogliono darci: del rap solido, fatto come si deve, con criteri e scelte dal sapore old school, ma senza per questo suonare datate. Un esempio di rap che si prende sul serio ed è consapevole dell'eterno ruolo di veicolo che questa musica può svolgere, attraverso le parole come per mezzo della musica che ci sta sotto (i sample sono da sempre un ottimo modo per scoprire nuove canzoni). È questo che è legittimo pretendere da rapper navigati come Bassi: che a intervalli di tempo accettabili facciano uscire dischi di qualità medio-alta di questo tipo, che mantengano il genere e l'ambiente in salute nonostante tutte le pessime uscite che ne intaccano la credibilità, rap alla vecchia maniera che non sappia di stantio. Perchè se l'Italia ha bisogno di rivoluzioni, è giusto che non partano dai vecchi.