giovedì 7 aprile 2011

Boris - Il Film (Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, 2011)




Inutile dirlo: quando le voci su un film di Boris hanno cominciato a venir fuori, tutti ce la siamo fatta sotto per l'esaltazione. L'attesa è cresciuta a dismisura un po' semplicemente per il culto che questa serie ha saputo generare attorno a sè, un po' per l'amaro in bocca lasciato dalla terza stagione (realizzata senza dubbio in maniera migliore delle due precedenti, forse solo un po' carente in quanto a mere risate, oltre al davvero ingiustificabile finale).


Ed è proprio da ciò che di buono Boris 3 aveva fatto che questo film riparte. Innanzitutto dalla satira che, fattasi sempre più nera e disillusa, per deridere il cinema italiano si prende gioco dell'Italia e viceversa, a volte in maniera sottile, a volte meno. Ma la grande continuità con la serie è percebile soprattutto nel proseguo della storyline di Renè Ferretti, sempre più al centro della serie come protagonista, e meno come personaggio principale di un racconto (che rimane comunque) corale. Il solo Renè rimane a fare da baluardo di una consapevolezza che, pur dovendo sottostare a tanti compromessi (perchè d'arte, nel nostro paese, non ci puoi campare), continua a resistere e a lottare sotto traccia, tesa verso un'opera finalmente apprezzabile che non arriverà mai. Volendo estendere questo spirito di continuità all'opera tutta, per individuare il maggior pregio di Boris si potrebbe arrivare a dire che non c'è alcuna differenza tra il film e la serie. Nel senso che entrambi compiono il loro dovere egregiamente, pur parlando linguaggi in realtà così distanti (per questo lo sbarco della serie al cinema poteva destare qualche preoccupazione, puntualmente fugata), completandosi egregiamente a vicenda, restituendo tutto l'apparato della serie nel film in una specie di "stagione condensata", dove ritroviamo quasi tutti i personaggi ma senza cameo forzati o apparizioni insensate; tutto è calibrato alla perfezione grazie ad un cast sempre più affiatato e coeso ma soprattutto ad una regia che, affidata alle stesse mani che curano la sceneggiatura, finisce per diventare strumento della scrittura stessa, formando un connubbio imprevedibile. Connubbio frutto soprattutto del talento smisurato delle persone coinvolte, unito alla loro capacità di capire le responsabilità che questo film si portava sulle spalle (per via del culto di cui sopra), ma anche di sfruttare la più grande opportunità che un'operazione del genere poteva portare: quella di spiegare che il cinema italiano vive ancora, seppur di momenti sporadici, e che non è con l'ostinata seriosità e l'impegno civile/sociale a tutti i costi che si contrasta l'imperante burinaggine del cinema italiano; si tratta, come sempre, di individuare la giusta via di mezzo, tra la commedia caciarona e la satira velenosa. E Boris c'è riuscito, ancora una volta, alla grande.

Genio!

mercoledì 23 marzo 2011

Damir Ivic - Storia Ragionata Dell'Hip-Hop Italiano (2010)



Libro totale che andrebbe letto sia da appassionati dell'hip-hop italiano, per rispolverare vecchi ricordi e comprendere meglio vicende e dischi del passato, che da completi novizi, che avrebbero così modo di entrare in contatto con le origini di un genere così in voga anche da noi, attualmente. Damir Ivic, storica penna di Aelle, del primo Groove e del Mucchio Selvaggio, si lancia in un'operazione ciclopica quanto fondamentale: tracciare una storiografia, forse non completa ma almeno esauriente, dell'hip-hop italiano, dalle origini ad oggi. L'approccio è assolutamente aperto, questo libro può essere letto davvero da chiunque, grazie anche all'ampia premessa in cui vengono forniti concetti e termini base, e le origini del genere (quelle slegate dal nostro paese) vengono narrate con quanta fedeltà è possibile fare. Il documento che ci troviamo tra le mani è di inestimabile valore per i motivi più svariati, ma penso che il merito più grande sia quello di raccontare per intero i momenti cruciali della storia del rap in Italia (vale a dire il periodo delle posse, la successiva esplosione del purismo, e la decadenza dei primi anni Duemila), riconoscendo i meriti ma anche le colpe di un po' tutti i membri della scena, rintracciando nell'eccessivo attaccamento al purismo il cancro forse più grande che ha pian piano finito per logorare dalle fondamenta il genere in Italia. Altro grande pregio di questo libro è quello di mettere in risalto le più grandi e variegate sfaccettature che l'hip-hop può assumere, nel bene e nel male, dimostrandosi il genere-contraddizione per eccellenza, dando nello stesso tempo tante vie di uscita e modi di espressione quanti sono i limiti e le restrizioni (auto)imposte. Con l'esperienza e la conoscenza di uno che la scena l'ha vista nascere, crescere, disintegrarsi da sè per poi raccoglierne i cocci, Damir Ivic pone quindi un autentico, importante mattone nella ricostruzione di un genere (e di una cultura, perchè l'hip-hop anche questo è, ed è bene non dimenticarselo) che, vuoi per la saturazione del mercato discografico, vuoi per la pochezza dei modelli, avrebbe solo bisogno di imparare dagli errori del proprio passato per assumere l'approccio giusto.

giovedì 17 marzo 2011

Rango (Gore Verbinski, 2011)



A guardarlo da lontano, leggendone e vedendone le prime immagini, Rango appariva come un'incontestabile schifezza. Ma zitto zitto quatto quatto, il film che ha rappresentato l'esordio nel cinema d'animazione da parte di Gore Verbinski, ha ricevuto fin da subito critiche positive, esaltanti, entusiaste. Certo, se si è partiti dall'estremo per cui questo film doveva fare per forza cagare, non si può poi di punto in bianco decidere di urlare al capolavoro. Un po' per una questione di coerenza, e un po' perchè Rango non è un capolavoro. Ma dico io: fare film d'animazione, al giorno d'oggi, dev'essere uno dei mestieri più difficili del mondo. Da quando la Pixar si è imposta come casa regina del settore, non ha più mollato il trono (e i pochi Oscar non dati a film Pixar sono comunque state scelte combattute, Shrek per esempio ha dovuto battere la concorrenza di una pietra miliare come Monster Inc.), ed è quindi ovvio come il paragone riesca ingeneroso per chiunque. Certo, non aiuta il fatto che la maggior parte delle altre case di produzione (Dreamworks in testa, se si esclude il già citato Shrek e le recenti sorprese di Kung Fu Panda e How To Train Your Dragon) abbia investito in un franchise sbagliato dopo l'altro, annacquando il mercato di prodotti brutti non solo al confronto coi cugini pixariani, ma orrendi già di per sè.
Ecco quindi che, in questa contrapposizione tra Disney Pixar e resto del mondo, si insinua per una volta una realtà leggermente esterna, che sa di boccata d'aria in un senso preciso: come per il cinema normale, ogni tanto c'è bisogno di qualcosa di medio tendente al buono, ben fatto ma che non faccia gridare al miracolo (anche per avere la possibilità di poterlo poi riconoscere, il miracolo, quando arriva). Rango è così, e anche un bel po' di più. Eggià, perchè parlarne in questi termini appare comunque riduttivo: Rango è un film ambizioso, che tranne forse per il finale un po' scricchiolante, mantiene candidamente le non banali aspettative create.
La storia di un camaleonte d'acquario, ritrovatosi d'improvviso in mezzo al deserto, che finisce per diventare l'eroe straniero senza nome (in un perfetto atto di mimetismo camaleontico, appunto) di una cittadina west che ne ha disperatamente bisogno, si snoda tra due idee in apparenza inconciliabili di western: quella a schema più classico, fatta di mezzogiorni di fuoco, saloon e sceriffi, con quella più jimjarmuschana (qualcuno ricorda Dead Man?) dove il deserto è un luogo mortale dove trovare se stessi, alla fine di un'esperienza quasi mistica. Le citazioni illustri si sprecano, e se il riferimento più imponente è sempre quello di Sergio Leone (anche nella concezione di western fatto non di spazi ma di volti, ben rappresentata dalla corposa introduzione di personaggi secondari, adorabili caratteri che nel loro piccolo sarebbero già dei mini-cult, se non ripercorressero anch'essi i topoi del western), da nerd non ho potuto fare a meno di notare gli occhiolini a Ritorno al Futuro 3 e Paura e Delirio a Las Vegas. Nonostante i rimandi, oltre alla spiccata tendenza metacinematografica, Rango è però un film che sa stare sulle sue gambe, è capace di intrattenere distribuendo abilmente azione e risate; e la mano di Verbinski si vede soprattutto in questo, nella maestria con cui vengono dosati gli elementi che avevano reso un caso il suo primo Pirati dei Caraibi. A pochi mesi dall'uscita del primo episodio della saga Disney dopo la trilogia di Verbinski, credo che possiamo tutti renderci conto di quanto fosse esigua la sua colpa, e quanto fosse invece macroscopica quella dell'odiato produttore Jerry Bruckheimer, nello sputtanamento di un fenomeno che negli anni è già diventato simbolo del franchise super sfruttato a suon di sequel. Con questa piccola perla del cinema d'animazione non-pixariano Verbinski si prende quindi la sua rivincita, dimostrando ancora una volta il suo talento in un'impresa ormai non più così atipica, ma che ha comunque del curioso: negli anni il fenomeno di quelli che da noi vengono ancora volgarmente definiti cartoni animati, è stato sdoganato dagli studios appositi, tanto che molti registi non interni all'ambiente hanno voluto cimentarsi (l'ultimo caso è stato quello di Wes Anderson). Ad affacciarsi a questa realtà è stato stavolta un colosso degli effetti speciale, la Industrial Light & Magic di George Lucas, incredibilmente al suo primo film d'animazione. L'esperimento può dirsi riuscito in pieno, quindi perchè non proseguire?

domenica 20 febbraio 2011

Milkshake: The Legend of Blake Griffin


Tra i tanti motivi per cui mi piace il basket, soprattutto quello americano, c'è la particolare capacità di questo sport di riscrivere la propria storia ogni notte. Le statistiche, fattore così importante, sono i numeri più volatili che esistano, nuovi record possono essere stabiliti in ogni momento. E così come a meritarsi ogni sera la gloria di stampa e pubblico ci sono le stelle più brillanti del firmamento cestistico, capita che per una sera anche l'ultimo dei panchinari possa imbroccare la serata giusta e attirare su di sè, le luci della ribalta, cancellando almeno per una notte l'immagine di perdente che magari si porta dietro. Tutto può cambiare in un secondo. E ieri sera (ieri notte, per noi italiani), durante il sabato dell'All Star Game, qualcosa è cambiato, ed è nata una nuova stella: Blake Griffin. Intendiamoci, in realtà il nome del rookie in forza ai Clippers è sulla bocca di tutti da mesi, anche da un paio d'anni. Arrivato a furor di popolo da Oklahoma, viene scelto come prima pick assoluta al primo giro dalla franchigia sfigata di Los Angeles, designato come uomo che dovrà risollevarne le sorti. Ma i Clippers sono i Clippers mica per niente, e dopo essere stato nominato MVP della Summer League, Griffin si procura una frattura da stress alla rotula atterrando da una schiacciata, infortunio per il quale non vorrebbe farsi operare; a Gennaio 2010 è però costretto ad andare sotto i ferri, perdendo di fatto tutta la stagione 2009-2010 e rinviando alla successiva il suo debutto in NBA. Ma nel tempo trascorso nella riabilitazione, il ragazzo non resta certo con le mani in mano, e lavora strenuamente per migliorarsi dal punto di vista tecnico, lui già atleta straordinario ma anche giocatore consolidato. Finalmente, arriva il momento di giocare tra i grandi, e le cifre sembrano subito dare ragione a tutti quelli che tanto a lungo l'hanno atteso. Ma il primo, vero botto, arriva il 20 Novembre: in una partita comunque persa dai suoi Clippers (ebbè, che vi credevate?), il nostro mette insieme 44 punti, 15 rimbalzi e 7 assist, ma soprattutto illuminando per la prima volta lo Staples Center con i suoi highlights: una poster dunk su Mozgov (già entrata nella leggenda) prima, ed un fastbreak in palleggio con perno e schiacciata in testa al nostro inerme Danilo Gallinari.


Da qui in poi, è tutto un susseguirsi di schiacciate incredibili, alley oop ai confini della realtà (spesso i suoi compagni gli passano delle pessime palle, ma lui riesce a inchiodarle ugualmente) e highlights pregevolissimi quali un 360 layup che, finchè lo fa J.R. Smith va bene, ma con uno della stazza di Blake come la mettiamo? Il 17 Gennaio arriva un'altra grande prova di forza, quando l'ormai più chiacchierato schiacciatore della lega, già certo partecipante dello Slam Dunk Contest, dimostra di non essere solo uno schiacciatore di prima grandezza, ma anche un giocatore completissimo: durante un match con gli Indiana Pacers, oltre a catturare 14 rimbalzi per la solita doppia doppia (testa a testa con Kevin Love per il titolo di leader della lega in questa statistica), mette a segno di 47 punti, dei quali solo due arrivati da una schiacciata; è una prova maiuscola che mette finalmente in luce il giocatore nella sua completezza, eccelso giocatore di post con a disposizione power moves spalle a canestro sorprendenti per un secondo anno, ma anche un tiro più che affidabile dalla media e, perchè no, anche dalla lunga distanza. L'hype intorno al prodotto di Oklahoma è tale che i coach della Western Conference lo votano inserendolo tra le riserve dell'Ovest per il match dell'All Star Game: non accadeva dai tempi di Duncan, che un rookie partecipasse alla partita della domenica.
Ed eccoci quindi arrivati al weekend dell'All Star Game, in cui la stella dei Clippers è l'unico giocatore ad essere impegnato in tutti e tre i giorni. Si comincia il venerdì, con il consueto Rookie Game tra i migliori giocatori del primo contro i migliori del secondo, e nonostante a Blake venga concesso un minutaggio limitato (nell'ottica di risparmiarlo per gli impegni che lo attendono per tutto il fine-settimana), è proprio a lui (e all'assistman John Wall, poi nominato MVP della gara) che si deve l'highlight migliore della serata, un bounce alley oop della point guard degli Wizards che Blake Griffin, come ci ha naturalmente abituati, schiaccia inesorabilmente a canestro in reverse.


Ma è ovviamente il sabato il momento della verità, perchè nonostante la completezza che abbiamo potuto ammirare in questa prima parte di regular season, ciò che più risalta agli occhi di tutti sono ovviamente le schiacciate, ed era quindi ovvio aspettarsi una grande performance da parte di Milkshake, come i blogger di Got'EmCoach lo hanno soprannominato. E l'attesa viene ripagata abbondantemente. Lo Slam Dunk non è mai una prova facile, soprattutto per la necessità di sorprendere con qualche invenzione particolare, compito che però Griffin sembra lasciare all'ispirato JaVale McGee, per buttarsi in una vera e propria opera di citazionismo cestistico, scorrendo i migliori annali del Dunk Contest e passando dal 360 alla schiacciata terminata col braccio dentro al canestro fino al gomito, come Vince Carter fece nella gara delle schiacciate del 2000, probabilmente la migliore di ogni tempo. Ma i concorrenti sembrano tenere il passo più che egregiamente, al punto che doverne eliminare subito due è un grosso dispiacere: Ibaka sfodera la schiacciata dalla linea del tiro libero, DeRozan mostra le doti più esplosive tra tutti i partecipanti raggiungendo sicuramente il livello più alto in quanto a bellezza estetica e McGee, da underdog designato, sbatte in faccia a tutti una performance leggendaria per fantasia, ma non meno per atletismo e armonia. In finale con la Snapping Turtle (altro soprannome affibbiato a Griffin per via dell'espressione molte volte assunta durante una schiacciata) ci arriva proprio il centro degli Washington Wizards, che sfodera il suo colpo migliore e lascia tutti senza fiato. Ma a quel punto scatta la magia: sul parquet vengono fatti entrare una Kia Optima e un coro gospel che si mette a intonare le note di I Believe I Can Fly, pezzo di R.Kelly che nella memoria di tutti vuol dire Space Jam. Tutto il pubblico, allo Staples Center e a casa, finisce per trovarsi in una specie di trance evocata dallo speaker-reverendo Kenny Smith. È un attimo, Baron Davis dal tettuccio aperto della macchina alza la palla e Blake Griffin, sorvolando il cofano, la schiaccia per entrare nella leggenda.


Una schiacciata non poi così difficile, hanno detto alcuni. E a ripensarci è forse vero, ma ciò che resta è il momento, il secondo in cui tutto il mondo, incredulo, si è fermato, prima che il Barone esplodesse in un urlo liberatorio e Spike Lee cominciasse a impazzire a bordocampo. Poco importa se forse, in un'ottica più indirizzata verso la creatività, il premio sarebbe dovuto andare nelle mani di McGee. La lega ha visto l'ascesa di Griffin, e agendo come l'azienda che ora di fatto è, non ha fatto altro che agevolarla, schierandosi forse per la prima volta in maniera così esplicita dalla parte di un suo giocatore, aggiungendo un altro importante mattone attorno all'aura mistica di The Quake, alimentata sicuramente dall'aver vinto quello che è stato a conti fatti uno degli Slam Dunk Contest più equilibrati, vari ed intrattenenti della storia dell'All Star Game. A questo punto la strada è tutta spianata per Griffin: certo gli hater aumentano già a dismisura, ma i sostenitori fanno altrettanto, e i Clippers sono ormai la seconda squadra di chiunque (oltre a Milkshake, non dimentichiamoci di Eric Gordon, DeAndre Jordan e, ovviamente, Baron Davis). Era dai tempi di LeBron che non si vedeva un rookie dall'impatto mediatico così forte, ma solo il futuro ci dirà quanto importante sarà stato l'arrivo nella NBA di questo re delle schiacciate. Il potenziale c'è, il tempo pure, so sky's the limit...

sabato 19 febbraio 2011

Black Swan (Darren Aronofsky, 2010)



Con Black Swan, viene a completarsi l'opera di redenzione intrapresa da Darren Aronofsky per farsi perdonare The Fountain, un film che se vi è piaciuto non vi voglio neanche parlare. Fare un film più riuscito di The Wrestler non era facile, ma il regista newyorkese ci riesce alla stragrande, con un progetto arditissimo che più di uno, forse non del tutto a torto, ha paragonato proprio alla sua precedente pellicola per la non eccessiva differenza tra le due "performance art" al centro delle due vicende. In Black Swan, Aronofsky ricrea una New York buia e inquietante, adibita a palco per l'esibizione di un cast insuperabile: da non trascurare le due spalle, la conturbante Mila Kunis e il Re dei facciadaculo Vincent Cassel, ma parliamo soprattutto di lei, Natalie Portman, che si porta già automaticamente a casa una statuetta non tanto per la trasfigurazione fisica e l'immedesimazione per la parte (già di per sè allucinanti), ma per la potenza con cui ha saputo incarnare tutte le nature di questo film. Film che di facce in effetti ne ha un bel po', due soprattutto: l'horror del soprannaturale (notevoli sono le implicazioni della psicologia) e l'ossessiva lotta per qualcosa che finisce per essere una lotta contro noi stessi, i nostri fantasmi e i nostri limiti. In entrambi gli aspetti, Aronofsky si dimostra maestro, dosando alla perfezione gli elementi nei vari casi cospargendo il film di riferimenti più o meno marcati, nonchè di una tensione sempre palpabile, che mantiene vivo l'interesse per l'aspetto horror senza dover compromettere un secondo della velenosa fragilità di questo film, lasciando sempre lo spettatore nel dubbio ma senza dargli alla fine la necessità di capire tutto ciò che gli è passato davanti agli occhi. Ma la bravura dell'Aronofsky regista sta soprattutto nel continuare il suo percorso cinematografico come ha sempre fatto, andando dietro ai personaggi ed entrandogli dentro al punto da non far percepire più quel che c'è intorno: ci sono solo Nina, le sue cicatrici e le sue ossessioni trasposte su un'altra persona, demone antagonista di un cigno bianco sul punto di spalancare le ali da un momento all'altro. La metamorfosi del personaggio segue un corso travagliato, che và di pari passo col parallelismo tra l'opera de Il Lago dei Cigni e le vicende dei personaggi, intrecciandosi dalla maestosa sequenza iniziale fino alla fine roboante, con la platea in piedi ad applaudire la sua beniamina. Uno dei film dell'anno, posto prenotato nella top ten già a febbraio.

giovedì 10 febbraio 2011

Donuts Are Forever



Cinque anni fa, il 10 Febbraio 2006, moriva James Dewitt Yancey, noto ai più come Jay Dee e successivamente J Dilla, uno dei più grandi e influenti produttori della storia della musica hip-hop. Per uno scherzo del destino, tre giorni prima, nel giorno del suo compleanno, era stato dato alle stampe il suo ultimo album, intitolato Donuts, composto interamente utilizzando un mini-studio portatile messo insieme affinchè James, afflitto dal 2004 da una grave forma di Lupus, potesse continuare a fare ciò che gli stava più a cuore: produrre musica. Si può dire che Jay incarnasse in vari modi l'anima più positiva dell'hip-hop, ed uno di questi era sicuramente l'amore sconfinato per la musica, che non l'ha abbandonato fino all'ultimo giorno.
Dopo aver cominciato a farsi notare nella scena americana underground con il suo gruppo, gli Slum Village (di cui farà parte fino al 2002), Jay Dee si guadagnò le luci della ribalta producendo una serie di singoloni per artisti affermati del panorama black americano dell'epoca, da Busta Rhymes (Woo-Hah!!) a Janet Jackson (Got 'Til It's Gone). Tra le collaborazioni più illustri del periodo annoveriamo però anche pilastri della Native Tongues come A Tribe Called Quest (Stressed Out) e De La Soul (Stakes Is High), realtà al picco della loro creatività artistica come i Pharcyde (che con Labcabincalifornia bissarono il successo di Bizzarre Ride II The Pharcyde grazie proprio ai singoli da lui prodotti, Drop e Runnin'), nonchè quella che diventerà poi per diverso tempo la sua famiglia: i Soulquarians, composti fra gli altri dai Roots e da Mos Def, Talib Kweli, D'Angelo, Erykah Badu e Common. Proprio con il rapper di Chicago si instaurerà un sodalizio artistico destinato a dare vita a uno degli migliori album rap dei cosiddetti anni zero: sto ovviamente parlando di Like Water For Chocolate, in cui i due toccano la vetta nell'unione della consciousness di Common con lo stile soulful di Dilla.



Chiusa la parentesi Soulquarians, Dilla inizia anche a distaccarsi dai suoi Slum Village, in cui prenderanno sempre più importanza altri membri come Baatin' (deceduto purtroppo anche lui, nel 2009) e eLZhi; in questo senso, Fantastic Vol. 2 (comunque una delle opere più significative dell'intera carriera del produttore di Detroit) chiude in maniera degna il ciclo, per aprire alla prima vera svolta della carriera di Jay. Nel 2001, infatti, pubblica il suo primo album solista, Welcome 2 Detroit, che pone le basi per quello che in futuro diventerà il suo trademark sound, e che influenzerà tutta una generazione di produttori della D-Town. Si va da campionamenti soul tutto sommato classici (anche se il taglio è tutto alla sua maniera), a suoni ruvidi e pestosi e break beats scatenati, inframezzati da escursioni sonore in generi veramente impensabili come l'elettronica, la samba o la musica africana. Tra i featuring, alcuni tra quelli che diventeranno i più importanti MC della new-new school, come Blu e il già citato eLZhi. A questo punto della sua carriera, forte di una street cred così solida, torna a spingere l'hip-hop dal basso, cominciando al tempo stesso le sperimentazioni che lo porteranno ad espandere in maniera decisa i confini del genere. Sempre nell'ottica di questa svolta, arriva la firma con la Stones Throw, etichetta che va affermandosi come la più prolifica del periodo, per quanto riguarda la scena rap underground americana. E subito nel 2003 arriva una combo micidiale di album, perchè nel giro di 12 mesi il nostro produce Ruff Draft (in cui spicca il capolavoro Nothing Like This), interamente prodotto e rappato da lui, ma soprattutto Champion Sound, collaborazione a quattro mani con Madlib, in cui ognuno produce le tracce su cui l'altro rapperà. Quel che ne esce fuori è un disco dalla potenza inaudita, che ancora oggi spiega benissimo come anche l'hip-hop coi controcoglioni possa aspirare ad essere suonata nei club per muovere i culi. In quanto ad emceeing, le carenze di entrambi non sono così marcate, per quanto ovvie (Jay è forse un poco meglio di Madlib, che però come Quasimoto si dimostrerà capace di ben altre prove), ma il tutto viene compensato da due produttori in stato di grazia, ispiratissimi. In particolare, J Dilla porta forse qui al massimo livello il suo lavoro sulle batterie che costituirà una delle sue più grosse eredità all'hip-hop. Proprio in quel periodo si inizia però a vociferare di problemi di salute che affliggerebbero Dilla, notevolmente calato di peso. Al ritorno dal tour in supporto a Champion Sound, il produttore di Detroit si sottopone ad alcuni esami, che confermano una grave forma di Lupus. Pur consapevole della sua grave condizione, James non si perde d'animo e continua a produrre collaborando con artisti del calibro di Pete Rock, uno dei suoi idoli di sempre. Ma la sua salute si aggrava, tanto da costringerlo a suonare ad alcune date europee seduto in sedia a rotelle. Passerà gli ultimi mesi della sua vita in ospedale, producendo fino all'ultimo giorno il suo ultimo capolavoro, uscito beffardamente il giorno prima della sua morte. Dal 2006 in poi, è tutto un susseguirsi di pubblicazioni postume, tributi vari e manifestazioni di affetto da parte di gente che l'ha conosciuto e ci ha lavorato (ormai di culto la copertina della rivista Scratch, per la quale i Roots si fecero fotografare con addosso delle t-shirt "J Dilla R.I.P.").


Ma notevole fu anche la battaglia legale scatenatasi in seguito alla morte dell'artista per la proprietà e la gestione dei diritti sulle sue opere compiute e non, su tutto il materiale non utilizzato in vita.


Talento irripetibile, dotato di una conoscenza della musica (black e non) sconfinata, iniziatore di quel tipo di rap ora dominante a Detroit e che vede in Black Milk il suo erede designato, ha rappresentato assieme a Madlib il modello di producer a cavallo tra il vecchio millennio e il nuovo per una quantità infinita di motivi. Primo fra tutti, la capacità di farsi attraversare da tutte le influenze assorbite e rimescolarle tutte, non tanto amalgamandole in un unico stile (operazione pregevole, ma non certo unica nella storia della musica), quanto tenendole tutte sullo stesso piano e dando sfogo ora ad una, ora all'altra, in un tripudio di suoni che indicano senza mezzi termini il futuro. Un genio dotato di una disarmante urgenza espressiva, che gli imponeva di sporcarsi le mani in tutto ciò che lo interessasse al fine di arricchire la sua tavolozza di colori. Con queste sue propensioni, era chiaramente destinato a costruire qualcosa di grande. Di più grande. Ma purtroppo una malattia ce l'ha portato via. Una morte tutto sommato silenziosa, rispetto a quelle a cui il rap ci ha abituato fin dagli albori. Ma forse proprio per questo ancor più significativa, data la risonanza emotiva che l'evento ha avuto nel mondo della musica. Forse è proprio questa scossa a dare l'idea della portata dell'opera di Dilla. Lui è stato la svolta, ora bisogna continuare seguendo la linea da lui tracciata. Perchè il futuro dell'hip-hop, signore e signori, sembra dover passare inevitabilmente per le strade di Detroit, dove un tempo camminava il genio che Common, in una commovente intervista, non si vergogna a definire il più grande produttore di tutti i tempi...

domenica 30 gennaio 2011

Blasteroids - Blasteroids (2010)


Quelli che, al sentire di una collaborazione tra i L.A.S.E.R., Mistaman e Cali, speravano di ritrovarsi tra le mani qualcosa di rivoluzionario, almeno per l'hip-hop di casa nostra, rimarranno irrimediabilmente delusi. E nonostante la fusione di rap ed electro potesse destare dubbi, i problemi di questo album non sembrano provenire da lì, almeno in apparenza. Mi spiego meglio: i beat dei L.A.S.E.R. sono di per sè fantastici, e non sembrano inadatti come tappeto sonoro per rapparci sopra; tuttavia, le sonorità club sembrano aver spinto più del dovuto i due rapper di famiglia Unlimited Struggle ad adattare il loro rap all'atmosfera in questione, con l'unico risultato di una continua alternanza tra esibizione della propria coolness e dissing dello scrauso (in versione 2010), certo due temi cari al rap ma pur sempre monotoni, specie se trattati senza alcun particolare spunto (come avviene, spiace dirlo, proprio in Blasteroids). Ma qui va fatta una doverosa precisazione: in realtà Mista, anche su temi triti e ritriti riesce (quasi) sempre a tirar fuori strofe interessanti (e questo è forse uno dei suoi pregi più evidenti come MC in senso stretto); purtroppo, lo stesso non si può dire del suo compagno di crew, Cali, un vero disastro tanto nelle parti da spaccone quanto in quelle introspettive, inascoltabile sia come MC che come (wannabe) vocalist e, alla fin fine, specchio fedele di tutta una generazione di rapper che ormai infestano la scena italiana compensando la loro totale incapacità semplicemente tentando di "fare brutto".
Detto questo, in realtà in Blasteroids gli episodi degni di nota non mancano: gli esperimenti più puramente sonori (Back Into Time e Back Into The Future), infatti, risultano assolutamente perfetti, ed è interessante notare la riuscita dell'unione tra l'elettronica con un altro elemento fondante dell'hip-hop, non il rap ma bensì lo scratch, con due grandi rappresentanti del turntablism italiano come Tsura e Rockdrive; la concept track This Is A Journey Into Sound, in cui Mista ipotizza di venire convertito in impulsi sonori, cogliendo l'occasione di condensare la sua tecnica mostruosa in un esperimento che gli è cucito addosso (qualcuno ricorda Te-Le-Co-Man-Do?), senza risparmiare frecciatine a Jay-Z e T-Pain; infine, la straordinaria Rohypnol (a conti fatti la miglior traccia dell'album), dove un funambolico Ghemon si esibisce in acrobazie liriche che non ci saremmo mai aspettati da lui, il che dimostra ancora una volta come la sua conoscenza da grande ascoltatore e il suo approccio gli permettano, in qualsiasi contesto, di far emergere il suo sconsiderato talento.
Capitolo featuring: oltre ai già citati Ghemon, Tsura e Rockdrive, il disco vede le ospitate di DJ Shocca (scratch former in Our Mission, pezzo di cui è stato girato un video che, assieme a quello di Rohypnol, è andato ad anticipare l'uscita del progetto passando diverse volte in rotazione su Deejay TV), Nex Cassel (lo stesso discorso fatto per Cali, forse persino peggio), Frank Siciliano (ormai lo sappiamo, la voce è una meraviglia, ma scrivere testi, o anche solo ritornelli, non è proprio il suo mestiere) e Giuann Shadai (neanche il suo caleidoscopico flow può far passare inosservata questa brutta prova, ma tutti sappiamo di cosa è capace).
Insomma, un progetto non certo riuscito, con alcuni alti ma troppi bassi, sicuramente un divertissement più per i membri coinvolti che non per gli ascoltatori. I tanti pezzi che vorrebbero essere catchy ma non riescono a far presa fanno sembrare lunghissimo un album che, per la sua stessa natura, avrebbe dovuto proporsi di passare via in un attimo. L'auspicio è che Mista, dopo questi esperimenti (oltre a Blasteroids, non dimentichiamo il singolo Bomba! con gli Useless Wooden Toys) con cui sembra aver presto gusto, torni a collaborazioni importanti e soprattutto alla stesura del suo terzo album ufficiale, per renderlo degno di seguire una pietra angolare come Anni Senza Fine; che i L.A.S.E.R. continuino su questa strada raccogliendo il successo che meritano, magari sfruttando la scia di gruppi come i connazionali Crookers; che Cali, semplicemente, si renda conto che il rap non fà per lui.

mercoledì 26 gennaio 2011

The Walking Dead: Season 1 (AMC, 2010)


Quando si è saputo che dietro al progetto di una serie su The Walking Dead avremmo visto Frank Darabont, alcune volte anche in veste di regista e scrittore, sembrava non esserci nessun dubbio sul successo dell'esperimento. Un po' per la sicurezza trasmessa da Darabont, dietro alla macchina da presa in indimenticati capolavori ma, soprattutto (visto il tema), uno dei pochi ad essere riuscito ad adattare in maniera efficace un libro di Stephen King (nello specifico, The Mist); un po' perchè a spalleggiare Darabont trovavamo AMC, network che negli ultimi tempi sembra sfornare solo grandi titoli (oltre al pluripremiato Mad Men, il cult Breaking Bad e il più recente Rubicon).
Ci ritroviamo quindi con un progetto, sulla carta, potenzialmente rivoluzionario, perchè si presenta finalmente la possibilità di creare un mondo apocalittico popolato di zombie senza dover richiudere lo sguardo su di esso dopo un paio d'ore, come accaduto in decine di film. Volendo aprire poi una parentesi più nerd, uno dei punti di forza del serial sono proprio gli walker, tra i migliori mai visto sullo schermo, visivamente realistici nella resa, equilibrati nella caratterizzazione: non sono lenti, impacciati o stupidi come quelli di Romero, e le loro specifiche contestuali (l'origine dell'infezione e la sua trasmissione, la loro capacità di percepire gli umani e le modalità con cui è possibile ucciderli) sono state costruite in maniera abbastanza sensata.


A differenza di tutte le calamità attorno a cui è possibile costruire un film o una serie, l'invasione degli zombie ha il fascino di essere un fenomeno irreversibile, dove va già male può solo andare peggio, e la speranza di sopravvivere lascia presto posto alla rassegnazione. La volontà di Darabont di mostrare questa lenta propagazione del disincanto è forte, persino troppo, al punto che dopo i primi due episodi gli zombie scompaiono, ce li dimentichiamo come fossero spariti e nemmeno la visione di un'Atlanta devastata riuscisse a ricordarceli. Oltretutto, questo focus sulla psicologia dei personaggi sembra andare almeno parzialmente a vuoto a causa dell'insistenza non richiesta, soprattutto quando questa s'incunea nei soli sei episodi della prima stagione che, per quanto lunghi, appaiono tremendamente insufficienti per addentrarsi nella storia, e spingono la sceneggiatura a continue toccate e fughe. Non potendo ottenere più episodi, la scelta migliore sarebbe forse stata quella di costruire un solido preludio che guardasse a solide fonti di ispirazione come poteva essere il vecchio Io Sono Leggenda, quello del '71, senza ancorare subito il dinamismo della serie alla pesantezza di un gruppo forzatamente eterogeneo. Pur ammettendo la mia ignoranza riguardo la graphic novel di Walking Dead, penso di non dire eresie nell'ammettere che, a sentirne parlare, questo prodotto sembrava promettere ben altre potenzialità, al di là dell'adattamento riuscito o meno. La speranza per le prossime stagioni è ch su un numero più alto di episodi possa essere stesa una sceneggiatura degna di tale nome, in grado di tirar fuori le possibili attrattive di un prodotto così atipico, mascherando i difetti dove possibile e trovando il giusto equilibrio tra zombie e personaggi, tra azione e riflessione.


lunedì 17 gennaio 2011

Bassi Maestro & DJ Shocca - Musica Che Non Si Tocca (2010)


Sembra essere un'usanza ormai consolidata, almeno nell'hip-hop americano, quella per cui due pilastri del genere uniscono i loro sforzi per dare vita a un progetto che, sulla carta, dovrebbe risultare riuscitissimo. I precedenti dimostrano il rap non è semplice matematica che sommare semplicemente due artisti, per quanto grandi, non porta a risultati neanche minimamente soddisfacenti: sto parlando di KRS-One e Buckshot, di Masta Ace ed Edo G, di O.C. e A.G. Ma ovviamente stiamo parlando di un altro continente, di personalità molto più vecchie e variegate, e soprattutto di coppie di MC, qui invece assistiamo a un ritorno, nel suo piccolo, alla canonica forma del duo hip-hop formato da un beatmaker e un rapper. E la cosa che sorprende, è che i due sembrano valere ancora di più che presi singolarmente, fatto affascinante se consideriamo che Bassi Maestro e DJ Shocca, nonostante i gusti in comune, vengano da due fasi completamente diverse del movimento hip-hop italico. Bassi, da sempre rappresentante numero uno della scena milanese, esordisce nel 1992 con il demo Furia Solista, e nel 1996 con il primo disco ufficiale Contro Gli Estimatori; produttore a suo modo classico, ha sempre fatto dell'elasticità un suo grande pregio, spaziando dal boom bap più ruvido al club più tamarro, evidenziando allo stesso tempo le sue non comuni ma forse un poco sopravvalutate doti di MC; Shocca, trevigiano d'origine come tutta la sua Unlimited Struggle, viene fuori nel '98 con l'embrionale Uno, DJ Shocca, ma arriva a imporsi solamente nel 2004, quando la compilation 60 Hz si propone come Novecinquanta del nuovo millennio, riunendo l'intero stivale hip-hop sopra i suoi beat e meritandosi l'appellativo di DJ Premier italiano, nonchè il titolo di miglior produttore italiano del decennio scorso (alla pari forse solo con Don Joe).
Sta di fatto che quello che ne esce fuori è un EP curatissimo in ogni dettaglio (a partire dalla grafica del solito Mecna), la cui unica pecca, secondo molti, sarebbe quella di durare troppo poco. Ci può stare, insomma, 23 minuti e 40 secondi sono oggettivamente pochi, soprattutto per quello che poi va a costare. Eppure, la sensazione è quella che, allungando il disco e magari tramutandolo in LP, se ne sarebbe persa la sua migliore qualità: la compattezza. Perchè, di queste sei tracce (otto, se contiamo anche Intro e Outro), non ce n'è davvero una da buttare. Musica Che Non Si Tocca (la canzone, non il disco) è un'incisiva dichiarazione d'intenti; Per La Vita una speciale dedica a Milano (in cui per verità la strofa di Bassi risulta un po' scadente, ma viene riscattata da tale Mic Geronimo); Wake Up! l'ottimo singolo che ha aperto la strada all'uscita, condito da scratch terrificanti; L'Amore Dov'è? (miglior beat del disco, nonchè una delle migliori produzioni di Shocca di tutti i tempi) è la perla che ci mostra un lato di Bassi che non avevamo mai conosciuto (se non in Foto Di Gruppo), oltre a farci notare come Ghemon sia troppo spesso sottovalutato come rapper nel senso letterale del termine; Il Suono Originale è un duetto degno della Golden Age del rap italiano, in cui Bassi si scambia il microfono con il torinese Maury B, ex Next Diffusion e Gate Keepaz che sfoggia ancora una tecnica invidiabile visti gli anni d'assenza dalle scene (ma ricordiamoci che negli anni Novanta, lui è stato probabilmente uno dei più grandi innovatori dell'MCing in italiano); infine, Così Vero non è altro che l'ennesima manifestazione di autenticità, di vero amore per chi supporta e per la doppia acca, che è un po' il marchio di fabbrica di Bassi. Ecco quindi che l'omogeneo livello di qualità avrebbe potuto essere compromesso nel caso si fosse allungato troppo il disco, e anche se qualche canzone in più non penso avrebbe guastato, preferisco accontentarmi. Bisogna cercare di avvicinarsi a questo album con l'ottica giusta, non si può pretendere (già solo per il formato scelto, l'EP) il capolavoro che riporterà il rap dello stivale sulla mappa, ma "solo" godersi quello che di fatto Bassi e Shocca vogliono darci: del rap solido, fatto come si deve, con criteri e scelte dal sapore old school, ma senza per questo suonare datate. Un esempio di rap che si prende sul serio ed è consapevole dell'eterno ruolo di veicolo che questa musica può svolgere, attraverso le parole come per mezzo della musica che ci sta sotto (i sample sono da sempre un ottimo modo per scoprire nuove canzoni). È questo che è legittimo pretendere da rapper navigati come Bassi: che a intervalli di tempo accettabili facciano uscire dischi di qualità medio-alta di questo tipo, che mantengano il genere e l'ambiente in salute nonostante tutte le pessime uscite che ne intaccano la credibilità, rap alla vecchia maniera che non sappia di stantio. Perchè se l'Italia ha bisogno di rivoluzioni, è giusto che non partano dai vecchi.


domenica 2 gennaio 2011

Tron Legacy (Joseph Kosinski, 2010)


Non è semplice trovare un modo per cominciare a parlare di Tron Legacy, perciò proviamo a partire da dove tutto è cominciato: il primo Tron esce nel 1982, ed è la rivoluzione sotto diversi punti di vista, con i suoi effetti speciali (assolutamente all'avanguardia per l'epoca, essendo anche il primo film Disney girato in computer grafica) e il suo stile cyberpunk, ma soprattutto per il suo proposito di sviscerare le possibilità offerte, nell'ambito visivo ma anche in quello della sceneggiatura, dalla realtà virtuale. Di fatto, all'epoca di Tron ci si poteva solo immaginare quale sarebbe stata l'influenza dell'informatica nella vita degli esseri umani nei successivi venti-trent'anni; proprio per questo, il film tende ancora a dividere marcatamente la realtà virtuale da quella umana, sensibile, con dei continui dentro-fuori che mettono in contrapposizione i due mondi, quasi a sottolineare la confindenza che ancora si aveva, inevitabilmente, verso le macchine che cominciavano appena a prendere piede. Tron Legacy riparte anche e soprattutto da qui: decenni dopo gli avvenimenti del primo Tron, i computer sono entrati a far parte della vita di tutti (certo che è difficile raccontare Tron senza spoilerare niente), e questo favorisce il mantenimento di una sorta di dittatura, solo molto più sottile e meglio mascherata. Qui sta la grande importanza politica di tutta l'operazione, una critica non certo nuova ma comunque pesante al mondo dell'informatica (passato e attuale) e un'osservazione meno ovvia ai sostenitori del libero file sharing senza frontiere, attraverso un'ipotesi su cosa potrebbe succedere nel caso la condivisione di informazioni fosse possibile in ogni modo, in ogni momento. Ma tornando a un possibile parallelo tra il vecchio e il nuovo Tron, troviamo che la "diffidenza" manifestata nell'82 è, per forza di cose, scomparsa, per lasciare invece posto a una compenetrazione notevole con il nostro mondo umano, a indicarci che le macchine non sono il male, ma dentro di loro possono nascondere una minaccia tanto quanto una soluzione.
Come opera cinematografica indipendente, Tron Legacy non rivoluziona il cinema di genere come forse era legittimo aspettarsi, ma si colloca senza timore tra i migliori film di fantascienza degli ultimi dieci anni, secondo forse solo a Matrix. I suoi maggiori punti di forza sono la capacità di essere il film giusto nel momento giusto, in grado di ravvivare lo stagnante mondo Sci-Fi, e l'unicità come esperimento audio-visivo: infatti, l'esperienza di Tron Legacy non è paragonabile a nessun'altra vista in precedenza, tale è l'immersione nel mondo cibernetico grazie al comparto degli effetti speciale e alla chiacchieratissima colonna sonora dei Daft Punk, che hanno chiaramente preso parte anche a tutta la lavorazione sonora al fine di rendere l'audio un tutt'uno avvolgente, uno strumento in grado quanto il video di favorire l'immersione tridimensionale. Nel prendersi il posto che si merita, il film è quasi consapevole della propria importanza assunta fin da subito come ultimo baluardo di un genere morente, e infatti gli omaggi ai vecchi capolavori (da 2001: Odissea Nello Spazio fino a Matrix, passando per Blade Runner) che hanno tenuto alto lo stendardo nei decenni precedenti. Non si può quindi che rimanere sorpresi davanti a questo gioiello confezionato dall'esordiente Joseph Kosinski, ex pupillo di David Fincher che aveva all'attivo solo spot pubblicitari, e da un cast di tutto rispetto, a partire dall'orientaleggiante Jeff Bridges che rappresenta il più grosso ponte con il primo Tron, e viene per l'occasione ringiovanito (diciamolo, senza molto successo), ma senza trascurare l'apporto del giovane Garrett Hedlund e della meravigliosa Olivia Wilde (non soltanto per merito della tutina attillata che ha fatto sbavare i nerd di mezzo mondo). E alla fine non si poteva davvero chiedere di più a questo Tron Legacy, che in fin dei conti fà quello che i film di fantascienza sono ideati per fare: creare un mondo impossibile e convincerci che possa esistere rendendocelo credibile, catturando la nostra immaginazione e cristallizzandola su pellicola.