
Cinque anni fa, il 10 Febbraio 2006, moriva James Dewitt Yancey, noto ai più come Jay Dee e successivamente J Dilla, uno dei più grandi e influenti produttori della storia della musica hip-hop. Per uno scherzo del destino, tre giorni prima, nel giorno del suo compleanno, era stato dato alle stampe il suo ultimo album, intitolato
Donuts, composto interamente utilizzando un mini-studio portatile messo insieme affinchè James, afflitto dal 2004 da una grave forma di Lupus, potesse continuare a fare ciò che gli stava più a cuore: produrre musica. Si può dire che Jay incarnasse in vari modi l'anima più positiva dell'hip-hop, ed uno di questi era sicuramente l'amore sconfinato per la musica, che non l'ha abbandonato fino all'ultimo giorno.
Dopo aver cominciato a farsi notare nella scena americana underground con il suo gruppo, gli Slum Village (di cui farà parte fino al 2002), Jay Dee si guadagnò le luci della ribalta producendo una serie di singoloni per artisti affermati del panorama black americano dell'epoca, da Busta Rhymes (Woo-Hah!!) a Janet Jackson (Got 'Til It's Gone). Tra le collaborazioni più illustri del periodo annoveriamo però anche pilastri della Native Tongues come A Tribe Called Quest (Stressed Out) e De La Soul (Stakes Is High), realtà al picco della loro creatività artistica come i Pharcyde (che con Labcabincalifornia bissarono il successo di Bizzarre Ride II The Pharcyde grazie proprio ai singoli da lui prodotti, Drop e Runnin'), nonchè quella che diventerà poi per diverso tempo la sua famiglia: i Soulquarians, composti fra gli altri dai Roots e da Mos Def, Talib Kweli, D'Angelo, Erykah Badu e Common. Proprio con il rapper di Chicago si instaurerà un sodalizio artistico destinato a dare vita a uno degli migliori album rap dei cosiddetti anni zero: sto ovviamente parlando di Like Water For Chocolate, in cui i due toccano la vetta nell'unione della consciousness di Common con lo stile soulful di Dilla.
Chiusa la parentesi Soulquarians, Dilla inizia anche a distaccarsi dai suoi Slum Village, in cui prenderanno sempre più importanza altri membri come Baatin' (deceduto purtroppo anche lui, nel 2009) e eLZhi; in questo senso,
Fantastic Vol. 2 (comunque una delle opere più significative dell'intera carriera del produttore di Detroit) chiude in maniera degna il ciclo, per aprire alla prima vera svolta della carriera di Jay. Nel 2001, infatti, pubblica il suo primo album solista,
Welcome 2 Detroit, che pone le basi per quello che in futuro diventerà il suo trademark sound, e che influenzerà tutta una generazione di produttori della D-Town. Si va da campionamenti soul tutto sommato classici (anche se il taglio è tutto alla sua maniera), a suoni ruvidi e pestosi e break beats scatenati, inframezzati da escursioni sonore in generi veramente impensabili come l'elettronica, la samba o la musica africana. Tra i featuring, alcuni tra quelli che diventeranno i più importanti MC della new-new school, come Blu e il già citato eLZhi. A questo punto della sua carriera, forte di una street cred così solida, torna a spingere l'hip-hop dal basso, cominciando al tempo stesso le sperimentazioni che lo porteranno ad espandere in maniera decisa i confini del genere. Sempre nell'ottica di questa svolta, arriva la firma con la Stones Throw, etichetta che va affermandosi come la più prolifica del periodo, per quanto riguarda la scena rap underground americana. E subito nel 2003 arriva una combo micidiale di album, perchè nel giro di 12 mesi il nostro produce
Ruff Draft (in cui spicca il capolavoro
Nothing Like This), interamente prodotto e rappato da lui, ma soprattutto
Champion Sound, collaborazione a quattro mani con Madlib, in cui ognuno produce le tracce su cui l'altro rapperà. Quel che ne esce fuori è un disco dalla potenza inaudita, che ancora oggi spiega benissimo come anche l'hip-hop coi controcoglioni possa aspirare ad essere suonata nei club per muovere i culi. In quanto ad emceeing, le carenze di entrambi non sono così marcate, per quanto ovvie (Jay è forse un poco meglio di Madlib, che però come Quasimoto si dimostrerà capace di ben altre prove), ma il tutto viene compensato da due produttori in stato di grazia, ispiratissimi. In particolare, J Dilla porta forse qui al massimo livello il suo lavoro sulle batterie che costituirà una delle sue più grosse eredità all'hip-hop. Proprio in quel periodo si inizia però a vociferare di problemi di salute che affliggerebbero Dilla, notevolmente calato di peso. Al ritorno dal tour in supporto a
Champion Sound, il produttore di Detroit si sottopone ad alcuni esami, che confermano una grave forma di Lupus. Pur consapevole della sua grave condizione, James non si perde d'animo e continua a produrre collaborando con artisti del calibro di Pete Rock, uno dei suoi idoli di sempre. Ma la sua salute si aggrava, tanto da costringerlo a suonare ad alcune date europee seduto in sedia a rotelle. Passerà gli ultimi mesi della sua vita in ospedale, producendo fino all'ultimo giorno il suo ultimo capolavoro, uscito beffardamente il giorno prima della sua morte. Dal 2006 in poi, è tutto un susseguirsi di pubblicazioni postume, tributi vari e manifestazioni di affetto da parte di gente che l'ha conosciuto e ci ha lavorato (ormai di culto la copertina della rivista Scratch, per la quale i Roots si fecero fotografare con addosso delle t-shirt "J Dilla R.I.P.").

Ma notevole fu anche la battaglia legale scatenatasi in seguito alla morte dell'artista per la proprietà e la gestione dei diritti sulle sue opere compiute e non, su tutto il materiale non utilizzato in vita.

Talento irripetibile, dotato di una conoscenza della musica (black e non) sconfinata, iniziatore di quel tipo di rap ora dominante a Detroit e che vede in Black Milk il suo erede designato, ha rappresentato assieme a Madlib il modello di producer a cavallo tra il vecchio millennio e il nuovo per una quantità infinita di motivi. Primo fra tutti, la capacità di farsi attraversare da tutte le influenze assorbite e rimescolarle tutte, non tanto amalgamandole in un unico stile (operazione pregevole, ma non certo unica nella storia della musica), quanto tenendole tutte sullo stesso piano e dando sfogo ora ad una, ora all'altra, in un tripudio di suoni che indicano senza mezzi termini il futuro. Un genio dotato di una disarmante urgenza espressiva, che gli imponeva di sporcarsi le mani in tutto ciò che lo interessasse al fine di arricchire la sua tavolozza di colori. Con queste sue propensioni, era chiaramente destinato a costruire qualcosa di grande. Di più grande. Ma purtroppo una malattia ce l'ha portato via. Una morte tutto sommato silenziosa, rispetto a quelle a cui il rap ci ha abituato fin dagli albori. Ma forse proprio per questo ancor più significativa, data la risonanza emotiva che l'evento ha avuto nel mondo della musica. Forse è proprio questa scossa a dare l'idea della portata dell'opera di Dilla. Lui è stato la svolta, ora bisogna continuare seguendo la linea da lui tracciata. Perchè il futuro dell'hip-hop, signore e signori, sembra dover passare inevitabilmente per le strade di Detroit, dove un tempo camminava il genio che Common, in una commovente intervista, non si vergogna a definire il più grande produttore di tutti i tempi...