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domenica 20 febbraio 2011

Milkshake: The Legend of Blake Griffin


Tra i tanti motivi per cui mi piace il basket, soprattutto quello americano, c'è la particolare capacità di questo sport di riscrivere la propria storia ogni notte. Le statistiche, fattore così importante, sono i numeri più volatili che esistano, nuovi record possono essere stabiliti in ogni momento. E così come a meritarsi ogni sera la gloria di stampa e pubblico ci sono le stelle più brillanti del firmamento cestistico, capita che per una sera anche l'ultimo dei panchinari possa imbroccare la serata giusta e attirare su di sè, le luci della ribalta, cancellando almeno per una notte l'immagine di perdente che magari si porta dietro. Tutto può cambiare in un secondo. E ieri sera (ieri notte, per noi italiani), durante il sabato dell'All Star Game, qualcosa è cambiato, ed è nata una nuova stella: Blake Griffin. Intendiamoci, in realtà il nome del rookie in forza ai Clippers è sulla bocca di tutti da mesi, anche da un paio d'anni. Arrivato a furor di popolo da Oklahoma, viene scelto come prima pick assoluta al primo giro dalla franchigia sfigata di Los Angeles, designato come uomo che dovrà risollevarne le sorti. Ma i Clippers sono i Clippers mica per niente, e dopo essere stato nominato MVP della Summer League, Griffin si procura una frattura da stress alla rotula atterrando da una schiacciata, infortunio per il quale non vorrebbe farsi operare; a Gennaio 2010 è però costretto ad andare sotto i ferri, perdendo di fatto tutta la stagione 2009-2010 e rinviando alla successiva il suo debutto in NBA. Ma nel tempo trascorso nella riabilitazione, il ragazzo non resta certo con le mani in mano, e lavora strenuamente per migliorarsi dal punto di vista tecnico, lui già atleta straordinario ma anche giocatore consolidato. Finalmente, arriva il momento di giocare tra i grandi, e le cifre sembrano subito dare ragione a tutti quelli che tanto a lungo l'hanno atteso. Ma il primo, vero botto, arriva il 20 Novembre: in una partita comunque persa dai suoi Clippers (ebbè, che vi credevate?), il nostro mette insieme 44 punti, 15 rimbalzi e 7 assist, ma soprattutto illuminando per la prima volta lo Staples Center con i suoi highlights: una poster dunk su Mozgov (già entrata nella leggenda) prima, ed un fastbreak in palleggio con perno e schiacciata in testa al nostro inerme Danilo Gallinari.


Da qui in poi, è tutto un susseguirsi di schiacciate incredibili, alley oop ai confini della realtà (spesso i suoi compagni gli passano delle pessime palle, ma lui riesce a inchiodarle ugualmente) e highlights pregevolissimi quali un 360 layup che, finchè lo fa J.R. Smith va bene, ma con uno della stazza di Blake come la mettiamo? Il 17 Gennaio arriva un'altra grande prova di forza, quando l'ormai più chiacchierato schiacciatore della lega, già certo partecipante dello Slam Dunk Contest, dimostra di non essere solo uno schiacciatore di prima grandezza, ma anche un giocatore completissimo: durante un match con gli Indiana Pacers, oltre a catturare 14 rimbalzi per la solita doppia doppia (testa a testa con Kevin Love per il titolo di leader della lega in questa statistica), mette a segno di 47 punti, dei quali solo due arrivati da una schiacciata; è una prova maiuscola che mette finalmente in luce il giocatore nella sua completezza, eccelso giocatore di post con a disposizione power moves spalle a canestro sorprendenti per un secondo anno, ma anche un tiro più che affidabile dalla media e, perchè no, anche dalla lunga distanza. L'hype intorno al prodotto di Oklahoma è tale che i coach della Western Conference lo votano inserendolo tra le riserve dell'Ovest per il match dell'All Star Game: non accadeva dai tempi di Duncan, che un rookie partecipasse alla partita della domenica.
Ed eccoci quindi arrivati al weekend dell'All Star Game, in cui la stella dei Clippers è l'unico giocatore ad essere impegnato in tutti e tre i giorni. Si comincia il venerdì, con il consueto Rookie Game tra i migliori giocatori del primo contro i migliori del secondo, e nonostante a Blake venga concesso un minutaggio limitato (nell'ottica di risparmiarlo per gli impegni che lo attendono per tutto il fine-settimana), è proprio a lui (e all'assistman John Wall, poi nominato MVP della gara) che si deve l'highlight migliore della serata, un bounce alley oop della point guard degli Wizards che Blake Griffin, come ci ha naturalmente abituati, schiaccia inesorabilmente a canestro in reverse.


Ma è ovviamente il sabato il momento della verità, perchè nonostante la completezza che abbiamo potuto ammirare in questa prima parte di regular season, ciò che più risalta agli occhi di tutti sono ovviamente le schiacciate, ed era quindi ovvio aspettarsi una grande performance da parte di Milkshake, come i blogger di Got'EmCoach lo hanno soprannominato. E l'attesa viene ripagata abbondantemente. Lo Slam Dunk non è mai una prova facile, soprattutto per la necessità di sorprendere con qualche invenzione particolare, compito che però Griffin sembra lasciare all'ispirato JaVale McGee, per buttarsi in una vera e propria opera di citazionismo cestistico, scorrendo i migliori annali del Dunk Contest e passando dal 360 alla schiacciata terminata col braccio dentro al canestro fino al gomito, come Vince Carter fece nella gara delle schiacciate del 2000, probabilmente la migliore di ogni tempo. Ma i concorrenti sembrano tenere il passo più che egregiamente, al punto che doverne eliminare subito due è un grosso dispiacere: Ibaka sfodera la schiacciata dalla linea del tiro libero, DeRozan mostra le doti più esplosive tra tutti i partecipanti raggiungendo sicuramente il livello più alto in quanto a bellezza estetica e McGee, da underdog designato, sbatte in faccia a tutti una performance leggendaria per fantasia, ma non meno per atletismo e armonia. In finale con la Snapping Turtle (altro soprannome affibbiato a Griffin per via dell'espressione molte volte assunta durante una schiacciata) ci arriva proprio il centro degli Washington Wizards, che sfodera il suo colpo migliore e lascia tutti senza fiato. Ma a quel punto scatta la magia: sul parquet vengono fatti entrare una Kia Optima e un coro gospel che si mette a intonare le note di I Believe I Can Fly, pezzo di R.Kelly che nella memoria di tutti vuol dire Space Jam. Tutto il pubblico, allo Staples Center e a casa, finisce per trovarsi in una specie di trance evocata dallo speaker-reverendo Kenny Smith. È un attimo, Baron Davis dal tettuccio aperto della macchina alza la palla e Blake Griffin, sorvolando il cofano, la schiaccia per entrare nella leggenda.


Una schiacciata non poi così difficile, hanno detto alcuni. E a ripensarci è forse vero, ma ciò che resta è il momento, il secondo in cui tutto il mondo, incredulo, si è fermato, prima che il Barone esplodesse in un urlo liberatorio e Spike Lee cominciasse a impazzire a bordocampo. Poco importa se forse, in un'ottica più indirizzata verso la creatività, il premio sarebbe dovuto andare nelle mani di McGee. La lega ha visto l'ascesa di Griffin, e agendo come l'azienda che ora di fatto è, non ha fatto altro che agevolarla, schierandosi forse per la prima volta in maniera così esplicita dalla parte di un suo giocatore, aggiungendo un altro importante mattone attorno all'aura mistica di The Quake, alimentata sicuramente dall'aver vinto quello che è stato a conti fatti uno degli Slam Dunk Contest più equilibrati, vari ed intrattenenti della storia dell'All Star Game. A questo punto la strada è tutta spianata per Griffin: certo gli hater aumentano già a dismisura, ma i sostenitori fanno altrettanto, e i Clippers sono ormai la seconda squadra di chiunque (oltre a Milkshake, non dimentichiamoci di Eric Gordon, DeAndre Jordan e, ovviamente, Baron Davis). Era dai tempi di LeBron che non si vedeva un rookie dall'impatto mediatico così forte, ma solo il futuro ci dirà quanto importante sarà stato l'arrivo nella NBA di questo re delle schiacciate. Il potenziale c'è, il tempo pure, so sky's the limit...

lunedì 18 ottobre 2010

A New Hope: The Bite Of Durantula



Al via della nuova stagione NBA, troviamo in prima fila per un posto di riguardo nella Western Conference gli Oklahoma City Thunder, chiamati a ripetere l'ottima stagione passata, magari con un miglior piazzamento in regular season per evitare i temuti Lakers. Se gli ex (sigh) Seattle Supersonics sono arrivati fin qui, lo devono soprattutto al loro giovane roster, capitanato dai freschi campioni del mondo Russell Westbrook e, soprattutto, Kevin Durant.
Durant che, compiuti poche settimane fa 22 anni, ha già trascinato OKC ai playoff, risultando il top scorer della lega e rischiando di rubare il trono di MVP a sua maestà LeBron James, conquistando poi il Mondiale in Turchia come leader del Team USA, vincendo (manco a dirlo) il titolo di miglior giocatore del torneo. Tutto questo, ripeto, appena compiuti ventidue anni.

Redeem Team: Part II


Dopo un digiuno di ben sedic'anni, gli Stati Uniti tornano al trionfo nella rassegna intercontinentale, sempre un po' snobbata in favore delle Olimpiadi, e lo fanno senza l'ausilio delle loro più grandi stelle, ma con un buon gruppo dall'età media davvero bassa. L'abilità di coach K è stata soprattutto quella di saper amalgamare l'esuberanza dei giovani con l'esperienza dei giocatori più navigati. Le statistiche e gli highlights indicano chiaramente Durant come most valuable player, ma il contributo del resto della squadra è tutt'altro che trascurabile. Dalla cabina di regia, dove abbiamo visto alternarsi il veterano Chauncey Billups (vera chioccia del gruppo, tiratore ancora degno del soprannome di Mr. Big Shot, ma anche intelligente penetratore, consapevole delle proprie percentuali ai liberi), l'esplosivo Derrick Rose (in realtà quasi bocciato come point guard) e l'incontenibile Russell Westbrook (schiacciatore principe della squadra, puntuale nel dare una scossa alle partite), fino ai lunghi nel pitturato (tra tutti, il reparto forse più carente di questo team, orfano di un vero centro), la sensazione di avere davanti una squadra, piuttosto che una semplice somma di giocatori, è stata sicuramente più forte che nelle ultime uscite della Nazionale. Molti giocatori si sono adattati alle circostanze, sacrificandosi quando il bene della squadra lo richiedeva: su tutti Lamar Odom, che ha dovuto per quasi tutta la durata della rassegna occupare il ruolo di centro, svolto peraltro in maniera più che decente (del resto Lamarvelous, ad oggi, è l'unico in NBA assieme a LeBron a poter ricoprire tutti e cinque i ruoli della pallacanestro); a dargli il cambio, un Tyson Chandler mai davvero in partita e un sorprendente Kevin Love, il quale lottando sotto canestro ha messo insieme cifre di assoluto rispetto. In mezzo, un Andre Iguodala in grande spolvero grazie alla straripante forma fisica e ad una grande motivazione, e una gran quantità di tiratori, da Eric Gordon a Rudy Gay (l'uomo che a Memphis, più che strappare un ottimo contratto, ha proprio rubato un camion pieno di soldi!), dal rookie Stephen Curry fino, ovviamente, a Durant.
Nonostante quindi potremmo dire che questo USA Team fosse imbottito di seconde quando non terze linee, è apparso evidente il divario tecnico, e soprattutto atletico, tra gli americani e il resto del mondo. Nulla possono le pretese dei fanatici dell'area FIBA contro lo strapotere a stelle e strisce, i migliori fondamentali e la presunta superiorità tattica vengono così annichilite. E del resto, se a ogni partenza in palleggio degli americani, gli avversari ci vedono dei passi in partenza, forse non è solo colpa della diversa interpretazione del regolamento, ma anche dell'incapacità degli europei di ammettere i propri limiti di fronte a qualcosa che ancora non riescono a comprendere, tanto meno ad arginare.


The King falling from the throne


A detta di tutti i General Manager dell'NBA, Durant è già il top player della lega, scalzando LeBron nelle preferenze di un po' tutte le personalità autorevoli del basket americano. Ma perchè la gente ha cominciato a preferire KD a LBJ. Buona parte del "merito" è da attribuire al Chosen One e alla sua "The Decision", ed è innegabile che, essendo Durant un giocatore in completa antitesi con James, è ancor più giustificata l'ascesa della giovane small forward proveniente dall'università del Texas. Giocatore straordinariamente duttile e straordinariamente atletico (ma allo stesso tempo elegante come pochi), come LeBron si dimostra efficacissimo su entrambi i lati del campo: in attacco per le penetrazioni insidiose e per un tiro da tre assolutamente immarcabile, in difesa per la presenza fisica e per quelle braccia così lunghe che generano tanti intercetti e palle rubate.
Si è spesso detto che LeBron James è l'uomo degli highlights, mentre Kevin Durant è quello del tabellino delle statistiche. I due incarnano modi completamente diversi di intendere il concetto di uomo squadra: uno più accentratore e condizionante, l'altro più inserito in un sistema di squadra di cui è "solo" il principale terminale offensivo. Ma la domanda rimane: cos'ha Durant in più di James? Sicuramente, ha dalla sua una personalità più apprezzabile, quella di un bravo ragazzo con i piedi ben piantati per terra nonostante contratti multimilionari (Nike in primis) e luci della ribalta puntate su di lui; grande lavoratore, instancabile nel suo continuo tentativo di migliorarsi; un ottimo compagno di squadra, leader nato, ma con un carattere non troppo egocentrico che gli permette di funzionare anche in un sistema di cui non è la stella principale (come probabilmente accadrà nel Team USA che si presenterà ai Giochi Olimpici di Londra 2012). Ma forse, potremmo dire che Durant ha semplicemente avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto: quando tutta una lega, una nazione intera, si è ritrovata con le speranze infrante, disilluse, da un uomo che non è stato in grado di diventare il nuovo Jordan e contrastare il dominio di Kobe Bryant. KD rappresenta quindi la nuova speranza, incarnata in un ragazzo meno megalomane, più umile e cosciente del fatto che il suo immenso talento potrebbe essere vanificato da scelte negative, ascrivendolo al firmamento di fenomeni post-jordaniani che, forti sì, ma non hanno mai vinto niente.

sabato 2 ottobre 2010

Dal Diario Dell'Uomo Che Volle Farsi Re: The Decision (The Day After)


Sono ormai passati tre mesi dal valzer dei free agent che ha sconvolto gli equilibri dell'NBA, in particolare portando Chris Bosh e LeBron James a lasciare (rispettivamente) Toronto e Cleveland per raggiungere Dwyane Wade ai Miami Heat, con la speranza di costruire una nuova dinastia in grado di dominare la lega per anni. Tale mossa ha destato una quantità notevole di critiche da parte di esperti e Hall of Famer ex giocatori (Michael Jordan in persona ha dichiarato: "Non mi sarebbe mai venuto in mente di andare a giocare con Magic e Larry; aevo troppa voglia di batterli!"), soprattutto per il modo in cui il due volte MVP della Regular Season ha deciso di rendere nota la sua scelta per il futuro: uno speciale televisivo di un'ora, trasmesso da ESPN e intitolato "The Decision".


LeBron ha quindi deciso non solo di distruggere le speranze della propria città, ma di farlo addirittura in diretta nazionale, dando sfogo al suo ingombrante ego, dopo una stagione in cui l'osannato uomo-franchigia dei Cavs non aveva fatto altro che rassicurare i tifosi riguardo la sua permanenza nella capitale dell'Ohio, una città talmente brutta da essere ribattezzata "The Mistake On The Lake".
James avrebbe forse potuto attendere ancora un anno che Cleveland, con un nuovo coach (Byron Scott, di cui l'amico Chris Paul era sempre stato entusiasta) e gli ultimi rinforzi che un modesto Salary Cap poteva consentire (magari trovando secondi violini migliori di Mo Williams e Antawn Jamison), gli permettesse di conquistare il tanto agoniato anello. Avrebbe potuto, certo, ma la comprensibile paura di giocarsi gli anni migliori della propria carriera senza mai vincere nulla lo ha portato a cercare, forse un po' codardamente, una strada più facile del doversi caricare una squadra, una franchigia, un'intera città sulle spalle e portarla nell'Olimpo degli Dei del basket. Qui appare evidente uno dei più grossi difetti di James, che hanno sempre caratterizzato l'eroe di Akron fin dall'inizio della sua carriera: il suo ego smisurato lo ha sempre spinto a cercare di essere di tutto, senza mai essere davvero niente. Non il giocatore serioso, il maniaco della tattica ossessionato dalla vittoria, ma nemmeno il totale scoppiato accendi-spegni; ne il multimiliardario, ne quello concentrato solo sul parquet che lascia ad altri tutte le questioni di business. La smania di provare a sembrare un po' tutte queste cose assieme, gli ha reso difficile trovare una vera identità, distaccata da qualsiasi giocatore e in grado di brillare di luce propria non solo in quanto giocatore di basket. E questo trasferimento a Miami può essere per questo visto come un'ennesima fuga da tutte le responsabilità e i problemi, dalla difficoltà del dover conquistarsi l'anello tutto da solo. Certo però, che forse le difficoltà in quel di South Beach non sono tanto inferiori. Tutta la lega guarda ora verso la Florida, quasi coalizzandosi contro questo Dream Team che appare in grado di farla da padrone per anni. Ma il vero problema sarà il funzionamento interno della squadra, in cui i nuovi Big Three dovranno mettere da parte il loro ego e le loro pretese da superstar per conseguire un obiettivo comune.


E questo potrebbe, per LeBron, rivelarsi un compito più arduo del previsto, dato il rischio di passare per la "Second Banana", lo Scottie Pippen per un Michael Jordan in questo caso interpretato da Dwyane Wade, uno che dopo aver strappato una partita con un buzzer beater clamoroso, salì sul tavolo dei commentatori ed esplose in un'esultanza verso il pubblico di Miami, ricordando a tutti "This is my house!". Insomma, un padrone di casa alquanto scomodo, che LeBron non può proprio andare lì a Miami e fare la cosa del talco che faceva a Cleveland. Ma sta proprio a LBJ la responsabilità di "spodestarlo", fugando ogni dubbio e dimostrando di essere "still the best in the game"; l'orologio della storia già ticchetta, e James non può mancare il suo appuntament con la storia, che lo vorrebbe come MJ del nuovo millennio, alla faccia di Kobe. Già quest'anno gli Heat hanno la possibilità di chiudere la Regular Season con il miglior record e vincere il titolo, ma non sono ancora attrezzati per fondare una nuova dinastia. I Tre Amigos dovranno essere coadiuvati da un miglior bench, e in panchina dovrà sedere un head coach vincente, capace di gestire un tale concentrato di talento, e metterlo nella situazione adatta a farli diventare una delle squadre più vincenti di sempre.