
Ecco quindi che, in questa contrapposizione tra Disney Pixar e resto del mondo, si insinua per una volta una realtà leggermente esterna, che sa di boccata d'aria in un senso preciso: come per il cinema normale, ogni tanto c'è bisogno di qualcosa di medio tendente al buono, ben fatto ma che non faccia gridare al miracolo (anche per avere la possibilità di poterlo poi riconoscere, il miracolo, quando arriva). Rango è così, e anche un bel po' di più. Eggià, perchè parlarne in questi termini appare comunque riduttivo: Rango è un film ambizioso, che tranne forse per il finale un po' scricchiolante, mantiene candidamente le non banali aspettative create.
La storia di un camaleonte d'acquario, ritrovatosi d'improvviso in mezzo al deserto, che finisce per diventare l'eroe straniero senza nome (in un perfetto atto di mimetismo camaleontico, appunto) di una cittadina west che ne ha disperatamente bisogno, si snoda tra due idee in apparenza inconciliabili di western: quella a schema più classico, fatta di mezzogiorni di fuoco, saloon e sceriffi, con quella più jimjarmuschana (qualcuno ricorda Dead Man?) dove il deserto è un luogo mortale dove trovare se stessi, alla fine di un'esperienza quasi mistica. Le citazioni illustri si sprecano, e se il riferimento più imponente è sempre quello di Sergio Leone (anche nella concezione di western fatto non di spazi ma di volti, ben rappresentata dalla corposa introduzione di personaggi secondari, adorabili caratteri che nel loro piccolo sarebbero già dei mini-cult, se non ripercorressero anch'essi i topoi del western), da nerd non ho potuto fare a meno di notare gli occhiolini a Ritorno al Futuro 3 e Paura e Delirio a Las Vegas. Nonostante i rimandi, oltre alla spiccata tendenza metacinematografica, Rango è però un film che sa stare sulle sue gambe, è capace di intrattenere distribuendo abilmente azione e risate; e la mano di Verbinski si vede soprattutto in questo, nella maestria con cui vengono dosati gli elementi che avevano reso un caso il suo primo Pirati dei Caraibi. A pochi mesi dall'uscita del primo episodio della saga Disney dopo la trilogia di Verbinski, credo che possiamo tutti renderci conto di quanto fosse esigua la sua colpa, e quanto fosse invece macroscopica quella dell'odiato produttore Jerry Bruckheimer, nello sputtanamento di un fenomeno che negli anni è già diventato simbolo del franchise super sfruttato a suon di sequel. Con questa piccola perla del cinema d'animazione non-pixariano Verbinski si prende quindi la sua rivincita, dimostrando ancora una volta il suo talento in un'impresa ormai non più così atipica, ma che ha comunque del curioso: negli anni il fenomeno di quelli che da noi vengono ancora volgarmente definiti cartoni animati, è stato sdoganato dagli studios appositi, tanto che molti registi non interni all'ambiente hanno voluto cimentarsi (l'ultimo caso è stato quello di Wes Anderson). Ad affacciarsi a questa realtà è stato stavolta un colosso degli effetti speciale, la Industrial Light & Magic di George Lucas, incredibilmente al suo primo film d'animazione. L'esperimento può dirsi riuscito in pieno, quindi perchè non proseguire?
Nessun commento:
Posta un commento