giovedì 26 agosto 2010

Uncharted 2: Among Thieves (Naughty Dog, 2007)


Quanto, negli ultimi anni, il cinema si è avvicinato ai videogiochi? Parecchio direi, visti i numerosi tentativi di trasposizione su celluloide dei nostri beniamini videloudici, con risultati, per usare un garbato eufemismo, demotivanti. E quanto i videogiochi, soprattutto dall'avvento delle console di nuova generazione (che comincia ora ad apparire non tanto nuova), hanno fatto passi verso il cinema? Titoli come Uncharted 2, farebbero esclamare “Parecchi!”. Uncharted 2 è un film.
La storia ritrae nuovamente, dopo il fortunato episodio di “Drake's Fortune”, le gesta di Nathan Drake, stavolta alle prese con il tesoro disperso di Marco Polo, che lo porterà fin sull'Himalaya alla ricerca della misteriosa pietra Cintamani. Al suo seguito, compagni fedeli e altri un po' meno; alle calcagna, un esercito di mercenari comandato dallo spietato Lazarevic.
Storia avvincente, ma niente di che fino a qui. Dove sta la particolarità, quindi? Be, nel fatto che la sceneggiatura (perchè di sceneggiatura ormai parliamo, anche in campo videoludico) sia scritta come Dio comanda (dalla caratterizzazione dei personaggi ai dialoghi), tanto per cominciare; inoltre, il gioco riesce a spaziare in maniera dignitosa tra i generi più diversi, in un mix di platform, enigmi e sparatutto incredibilmente ben riuscito. Il ritmo è elevatissimo fin dai primi minuti, nei quali si viene calati in medias res proprio al centro dell'azione. Le sequenze d'azione, spesso concatenate fra loro in un continuo susseguirsi di momenti al cardiopalma, sono organizzate benissimo, risultando emozionanti e spettacolari, anche grazie al comparto grafico da antologia. Se infatti mi ritrovo a dire che Uncharted 2 è un maledetto film, è anche perchè il motore grafico viene sfruttato all'inverosimile raggiungendo una qualità media mai vista, sia nelle sequenze di gioco che nei (frequenti) filmati. Incredibile a dirsi, ma i numerosissimi filmati presenti tra una parte e l'altra del gioco non spezzano minimamente il ritmo, riuscendo anzi in alcuni momenti perfino a intensificarlo, e in generale amalgamando molto bene le varie parti del gioco.
Tutti questi elementi portano ad individuare la peculiarità di Uncharted 2 nella sua capacità di essere coinvolgente, al punto che anche le pur piccole carenze del gioco in sede di giocabilità e libertà vengono tranquillamente ignorate, in favore di una visione di insieme più amplia e di quel tocco cinematografico di cui sopra. Certo Uncharted 2 non è un apripista, ma nemmeno è un definitivo punto di arrivo; allo stesso tempo, sarebbe riduttivo definirlo a metà strada nel passaggio di cinematografizzazione del videogame; rimane quindi un decisivo passo su questa via, una perla di gioco che vi lascerà senz'altro soddisfatti.

domenica 22 agosto 2010

Kick-Ass (Matthew Vaughn, 2010)


Ormai coi film sui supereroi ci abbiamo fatto il callo, no? Ci muoviamo più o meno agilmente negli intricati universi immaginari creati dai cari Stan Lee & Co, dico bene? E ciò nonostante, Kick-Ass risulta difficile da approcciare proprio per essere un film di supereroi che non è come gli altri film sui supereroi. Perchè nonostante alcuni passaggi ricalchino in maniera abbastanza fedele (ma comunque con un'impronta ben riconoscibile) gli stilemi dei superhero movie, Kick-Ass affonda le sue radici in territori assolutamente sconosciuti a blockbusteroni come Spiderman e X-Men: la pellicola fonde infatti una storia cupa, violenta e rabbiosa ad un impianto da film "adolescenziale" (di quelli cazzoni, alla "Superbad", per non andare sempre a citare "American Pie"); due elementi in apparenza inaccostabili, che invece contribuiscono in maniera decisiva all'unicità di questo film.
Ogni dettaglio appare riuscito in ogni sua più piccola sfaccettatura, in Kick-Ass, al punto che viene da chiedersi se i risultati sarebbero sempre questi, nel cercare di sdoganare i film cazzoni americani, dotandoli oltre tutto di un budget di tutto rispetto. Le scene d'azione sono spettacolari, girate e montate a rotta di collo con estrema libertà, cosa strana per un film che si propone comunque l'intento di essere un blockbuster. La sceneggiatura non è certo da meno, dimostrandosi matura e capace di dare un ritratto psicologico molto vivido dei personaggi, dei loro timori e dei loro bisogni, esplorando anche gli angoli più bui senza dare nulla per scontato. Il tutto è infine condito da una colonna sonora esplosiva (Prodigy, Primal Scream, Dickies, oltre al felicissimo cameo di Morricone con "Per qualche dollaro in più") e da un cast su cui è perfino difficile esprimersi a parole: dal protagonista Aaron Johnson (qui alla sua prima prova con una produzione importante) al sempre ben voluto Christopher Mintz-Plasse (il McLovin del già sopracitato "Superbad"), dal redento Nicolas "Parrucchino" Cage fino alla vera stella del film, la sorprendente Chloe Moretz, classe 1997, che nei panni di Hit-Girl cattura tutte le luci della ribalta, lasciando agli altri solo le briciole.
Nonostante il film sia uscito ormai quattro mesi fa, ancora non c'è traccia di una distribuzione italiana, anche e soprattutto a causa della censura, che rischierebbe di far passare il film solo con un divieto per i minori di 18 anni. Fatto sta che ad oggi, l'Italia è uno dei pochissimi paesi a non aver distribuito il film. Speriamo che ciò possa accadere in tempi brevi, e speriamo anche che i titolisti e i traduttori possano non snaturare troppo la vera essenza di questo film.
Per concludere, mi sbilancio in un pronostico, e dico che, ad eccezione di Inception (che non ho ancora visto, ma l'hype è talmente alto!), non ci sarà film che a fine anno potrà piazzarsi davanti a Kick-Ass in un'ipotetica classifica. Avete capito bene: film dell'anno, e tutti a casa.

sabato 14 agosto 2010

The Naismith Memorial Basketball Hall of Fame 2010

Ci sono i momenti, nella storia, in cui ad essere celebrati sono solamente i campioni, le figure principali, i simboli. Ma, se la storia è stata benevola, verrà anche il momento per i rivali di quei campioni, gli eterni secondi, i compagni di tante battaglie, quelli che nella storia non sono entrati dalla porta principale per un motivo molto semplice: furono oscurati da stelle più luminose. E questo è il destino di alcuni dei più grandi campioni della storia della National Basketball Association, che negli anni '90, nel pieno della loro folgorante carriera, videro i loro sogni di gloria infrangersi di fronte alla travolgente marea dei Chicago Bulls, capitanati dal più grande atleta del ventesimo secolo: His Airness, Michael Jordan. Ma, come dicevamo, a volte la storia è benevola, e si ricorda di chi, se non avesse avuto la sfortuna di vivere sotto l'ombra di tali mostri sacri, sarebbe certamente rimasto scolpito nella memoria collettiva per gli anni a venire. E così accade che, nell'anno di grazia 2010, vengano introdotti nella Hall of Fame dell'NBA alcuni di questi sventurati, tutti per qualche motivo destinati ad essere ricordati come comprimari, secondi violini, acerrimi nemici e niente più dei veri vincenti. Sto parlando principalmente di Karl Malone, Scottie Pippen e Dennis Johnson.
Andiamo per ordine, e cerchiamo di ricordare il più grande marcatore della storia dell'NBA dopo Kareem Abdul-Jabbar, due volte MVP della regular season e All-Star per ben 14 (QUATTORDICI) volte: "The Mailman" ("Il Postino"), Karl Malone. Fa quasi rabbia che Malone non abbia mai avuto l'occasione di vincere un anello, ma del resto rimane nella storia la Gara 6 delle finali del '98, con Jordan che strappa la palla dalle mani di Malone stesso e va a segnare il canestro che di fatto chiude la serie; un manifesto estetico, di quelli che sono non solo nella storia del basket ma impressi nelle pupille di chiunque abbia mai palleggiato con una palla a spicchi. Ma tornando più nello specifico al nostro postino, che altro ci rimane? Statistiche impressionanti, certo, due titoli olimpici vinti (uno dei quali nel Dream Team originale, quello di Barcelona '92, all'unanimità ritenuta la squadra di basket più forte di tutti i tempi), ma soprattutto gli storici anni del duo Stockton-Malone, una delle coppie playmaker-ala grande più devastanti dell'intera storia della pallacanestro, nonchè uno dei pick'n'roll meglio giocati e più prolifici che si siano mai visti. Insomma non si commetterebbe reato a inserire Malone in un'ipotetica lista dei 10, o al massimo 20 giocatori più forti di ogni tempo, eppure resta un mistero come un giocatore dal talento tanto smisurato possa essere rimasto all'asciutto di titoli; certo è però che questa mancanza non ne sminuisce il valore di campione sportivo eccezionale, in campo ma anche fuori, e perciò salutiamo il suo ingresso nella Hall of Fame come un gesto dovuto e assolutamente necessario.
E da uno che "per colpa" di Jordan non ha mai avuto il titolo che meritava, passiamo invece ad un altro che, "per merito" di Jordan (ma non soltanto suo, è giusto ricordarlo), può vantare la bellezza di sei titoli NBA. Parliamo ovviamente di Scottie Pippen, il giocatore che forse più di ogni altro incarna alla perfezione la definizione di "secondo violino" che ormai molto spesso ricorre nell'immaginario cestistico delle squadre che hanno fatto la storia. Ma ridurre Scottie Pippen all'essere "solo" la miglior Second Banana di sempre, il Robin nelle avventure del Batman jordaniano, è un gesto ingeneroso. Giocatore di una versatilità estrema, in grado di mettere il punto decisivo nei momenti in cui Jordan non lo era, difensore perimetrale sopraffino e, soprattutto, il giocatore che meglio ha saputo difendere Magic Johnson: storica l'introduzione, nelle Finali del 1991 (proprio contro i Lakers di Johnson), del suo raddoppio sul portatore di palla a metà campo (Magic, ovviamente), primo tassello di una rotazione difensiva che farà la storia, non solo dei Bulls ma anche della Lega stessa. Anche Pippen può vantare due ori alle Olimpiadi, come Malone, nel '92 e nel '96, oltre a sette presenze all'All Star Game (una volta concluso da MVP, nel 1994) e dieci nel miglior quintetto difensivo dell'NBA. Si spera che questa sua inclusione nell'Olimpo degli Dei del basket possa permettergli di essere rivalutato a livello storico come uno dei tasselli più importanti del basket degli anni '90.
Ma come dimenticarsi, pur in una cerimonia piena di irrinunciabili, di Dennis "DJ" Johnson, passato purtroppo a miglior vita nel 2007? Giocatore dalla storia controversa, la cui reputazione è forse stata troppo pregiudicata da quell'episodio di violenza sulla moglie dopo la quale lei stessa lo ha perdonato, ma a quanto pare il resto del mondo proprio no. Ma come spesso andrebbe fatto, rimaniamo nell'ambito sportivo, lasciando alla leggenda un uomo fondamentale nello scacchiere dei titolati Sonics '84 e Celtics '86, 5 volte All Star, 9 volte nell'All Defensive Team della Lega e perfino MVP delle Finals del '79; ciò nonostante, anch'egli è rimasto oscurato, nel grande libro della storia, da atleti semplicemente superiori come Larry Bird, non ottenendo forse la ribalta che meritava anche appunto a causa dei suoi problemi personali.
Per dovere di cronaca, non è toccato solo a questi tre campioni di essere introdotti nell'Arca della Gloria. Quest'anno, assieme a loro, anche Bob Hurley, Cynthia Cooper, Gus Johnson, Dr. Jerry Buss e i team olimpici del 1960 e del 1992 (il sopra decantato Dream Team).
La commozione per questo evento sta, a parer mio, tutta nel fatto che un po' chiunque si trova provare affetto smisurato per gli underdog, quelli sottovalutati e mai onorati nonostante i loro grandi meriti; e quindi, il vedere questi perdenti finalmente celebrati, in un certo senso ricompensati, è qualcosa di enormemente gratificante.

venerdì 13 agosto 2010

Dave Eggers - L'opera struggente di un formidabile genio (2000)


Penso che già il titolo potrebbe rendere, in maniera molto più efficace di molte recensioni, la bellezza e insieme la potenza di questo libro. Dave Eggers è uno dei più importanti narratori americani di questa generazione, nella sua carriera ha sfornato diversi cult, primo dei quali proprio questo "L'opera struggente di un formidabile genio", opera prima fondamentalmente autobiografica, e sentitissima dalla prima all'ultima pagina. Eggers ci racconta una parte molto importante della sua vita, il passaggio dall'essere un cazzone collegiale al dover compiere una svolta decisiva nella sua vita, assumendosi delle responsabilità notevoli soprattutto nella cura del fratellino Toph. E nonostante la storia abbia in sè una forte connotazione drammatica, accentuata nella parte finale del libro, i risvolti (tragi)comici non possono non mancare, e la trama è condita da aneddoti indimenticabili almeno quanto la storia stessa: The Real World e MTV, Might Magazine e la finta morte di Adam Rich, i Chicago Bulls e Mr. T, ecc. Un'altra particolarità del raccontare di Eggers, è il quanto la componente autobiografica faccia sentire la sua presenza, in un vortice di paranoie e pensieri assurdi, flussi di coscienza che giungono a formulare le ipotesi più assurde, nonchè spassose. Infine, ci rimane un vivido spaccato di un'epoca così inspiegabilmente ignorata come gli anni Novanta, in tutte le sue contraddizioni, con la sua gioventù sempre pronta al momento in cui dovrà spaccare in due il mondo, un momento che mai arriverà...

P.S. Il tanto paventato calo dopo le prime cento pagine è effetivamente presente, ma non così drastico come vorrebbero farvi credere.