Andiamo per ordine, e cerchiamo di ricordare il più grande marcatore della storia dell'NBA dopo Kareem Abdul-Jabbar, due volte MVP della regular season e All-Star per ben 14 (QUATTORDICI) volte: "The Mailman" ("Il Postino"), Karl Malone. Fa quasi rabbia che Malone non abbia mai avuto l'occasione di vincere un anello, ma del resto rimane nella storia la Gara 6 delle finali del '98, con Jordan che strappa la palla dalle mani di Malone stesso e va a segnare il canestro che di fatto chiude la serie; un manifesto estetico, di quelli che sono non solo nella storia del basket ma impressi nelle pupille di chiunque abbia mai palleggiato con una palla a spicchi. Ma tornando più nello specifico al nostro postino, che altro ci rimane? Statistiche impressionanti, certo, due titoli olimpici vinti (uno dei quali nel Dream Team originale, quello di Barcelona '92, all'unanimità ritenuta la squadra di basket più forte di tutti i tempi), ma soprattutto gli storici anni del duo Stockton-Malone, una delle coppie playmaker-ala grande più devastanti dell'intera storia della pallacanestro, nonchè uno dei pick'n'roll meglio giocati e più prolifici che si siano mai visti. Insomma non si commetterebbe reato a inserire Malone in un'ipotetica lista dei 10, o al massimo 20 giocatori più forti di ogni tempo, eppure resta un mistero come un giocatore dal talento tanto smisurato possa essere rimasto all'asciutto di titoli; certo è però che questa mancanza non ne sminuisce il valore di campione sportivo eccezionale, in campo ma anche fuori, e perciò salutiamo il suo ingresso nella Hall of Fame come un gesto dovuto e assolutamente necessario.
E da uno che "per colpa" di Jordan non ha mai avuto il titolo che meritava, passiamo invece ad un altro che, "per merito" di Jordan (ma non soltanto suo, è giusto ricordarlo), può vantare la bellezza di sei titoli NBA. Parliamo ovviamente di Scottie Pippen, il giocatore che forse più di ogni altro incarna alla perfezione la definizione di "secondo violino" che ormai molto spesso ricorre nell'immaginario cestistico delle squadre che hanno fatto la storia. Ma ridurre Scottie Pippen all'essere "solo" la miglior Second Banana di sempre, il Robin nelle avventure del Batman jordaniano, è un gesto ingeneroso. Giocatore di una versatilità estrema, in grado di mettere il punto decisivo nei momenti in cui Jordan non lo era, difensore perimetrale sopraffino e, soprattutto, il giocatore che meglio ha saputo difendere Magic Johnson: storica l'introduzione, nelle Finali del 1991 (proprio contro i Lakers di Johnson), del suo raddoppio sul portatore di palla a metà campo (Magic, ovviamente), primo tassello di una rotazione difensiva che farà la storia, non solo dei Bulls ma anche della Lega stessa. Anche Pippen può vantare due ori alle Olimpiadi, come Malone, nel '92 e nel '96, oltre a sette presenze all'All Star Game (una volta concluso da MVP, nel 1994) e dieci nel miglior quintetto difensivo dell'NBA. Si spera che questa sua inclusione nell'Olimpo degli Dei del basket possa permettergli di essere rivalutato a livello storico come uno dei tasselli più importanti del basket degli anni '90.
Ma come dimenticarsi, pur in una cerimonia piena di irrinunciabili, di Dennis "DJ" Johnson, passato purtroppo a miglior vita nel 2007? Giocatore dalla storia controversa, la cui reputazione è forse stata troppo pregiudicata da quell'episodio di violenza sulla moglie dopo la quale lei stessa lo ha perdonato, ma a quanto pare il resto del mondo proprio no. Ma come spesso andrebbe fatto, rimaniamo nell'ambito sportivo, lasciando alla leggenda un uomo fondamentale nello scacchiere dei titolati Sonics '84 e Celtics '86, 5 volte All Star, 9 volte nell'All Defensive Team della Lega e perfino MVP delle Finals del '79; ciò nonostante, anch'egli è rimasto oscurato, nel grande libro della storia, da atleti semplicemente superiori come Larry Bird, non ottenendo forse la ribalta che meritava anche appunto a causa dei suoi problemi personali.
Per dovere di cronaca, non è toccato solo a questi tre campioni di essere introdotti nell'Arca della Gloria. Quest'anno, assieme a loro, anche Bob Hurley, Cynthia Cooper, Gus Johnson, Dr. Jerry Buss e i team olimpici del 1960 e del 1992 (il sopra decantato Dream Team).
La commozione per questo evento sta, a parer mio, tutta nel fatto che un po' chiunque si trova provare affetto smisurato per gli underdog, quelli sottovalutati e mai onorati nonostante i loro grandi meriti; e quindi, il vedere questi perdenti finalmente celebrati, in un certo senso ricompensati, è qualcosa di enormemente gratificante.
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