






Eccoci all'inizio di un'altra pre-season, l'ultima prima del probabile lockout. E non c'era modo migliore di iniziare, di una trasferta NBA in Italia. Ancor più appetibile l'evento, se la squadra a sbarcare nel Bel Paese sono i New York Knicks, sì la squadra dell'uomo da cento milioni di dollari, Amar'e Stoudemire, ma soprattutto in questo caso la squadra di Danilo Gallinari, guidata in panchina da Mike D'Antoni. Proprio per questi ultimi è tutta la festa, visto il doppio ritorno: Gallinari, dopo due anni di NBA (uno abbastanza fallimentare a causa di continui infortuni, uno ad altissimi livelli), torna sul parquet del Forum di Milano, di fronte alla squadra che lo ha definitivamente lanciato, permettendogli di essere draftato come sesta scelta assoluta; Mike D'Antoni torna all'ombra della Madonnina dopo aver fatto la storia dell'Olimpia, da giocatore (per ben 12 stagioni, giocando fra l'altro con il padre di Gallinari, Vittorio, e facendosi allenare da Dan Peterson) e poi da allenatore (quattro anni). Commovente il saluto che la città e il Forum hanno riservato ai due figli prediletti, in un tripudio di applausi e cori riconoscenti. Finiti i convenevoli, lo scambio di regali, e terminate la comparsata di Giorgio Armani e l'insopportabile introduzione dello speaker (sempre della serie “non facciamoci riconoscere”), comincia finalmente la partita.
I Knicks, nonostante il fattore pre-season sia un'attenuante da tenere in considerazione, destano molti dubbi fin dai primi minuti: tante le facce nuove, parecchi i giocatori che non sembrano propriamente adatti al sistema d'antoniano, un secondo quintetto troppo basso e con poche soluzioni offensive, ed il forte sentore che la produttività del pick'n'roll Felton-Stoudemire non possa essere neanche vagamente paragonata a quella che l'ala cresciuta da D'Antoni a Phoenix aveva con Steve Nash. La sensazione, insomma, è quella di una squadra incompleta, in attesa del vero uomo-franchigia che chiaramente Stoudemire non può essere. Ma il Gallo, inizialmente un po' emozionato, ingrana bene, mettendo tiri importanti e piazzando un And One con l'esperienza di uno che dimostra più degli anni che ha. Pur avendo sbagliato le prime triple, sceglie di non sedersi in panchina, si prende la responsabilità di tirarne altre due e le mette, e nessuno è stupito. A detta di tutti, Gallinari ha sempre avuto la stoffa del leader. Ma come farà a imporsi in una squadra che, oltre a Stoude, punta a portare un altro big nella Grande Mela (i nomi sono quelli di Chris Paul e Carmelo Anthony, entrambi in partenza durante l'estate, ma alla fine rimasti nelle rispettive franchigie)? Il destino del Gallo è probabilmente un altro, un po' meno altisonante ma non meno di sostanza: diventare un uomo squadra, collante per tutto l'ambiente e lo spogliatoio, con la possibilità di occupare il ruolo di secondo o terzo violino in una squadra da titolo.
Passando invece a parlare dell'Armani Jeans, che quest'anno pare non avere più alibi nel caso non dovesse vincere il titolo: la rivoluzione di Siena, e l'arrivo di Hawkins, Jaaber e del giovane Melli, sembrano designare l'ex Olimpia come la più concreta pretendente al titolo. Ma il campo, per adesso, dice altro: la squadra deve ancora trovare l'amalgama, oltre che una condizione fisica decisamente da migliorare. Ma venendo alla partita di domenica, il match non è mai realmente in discussione, perchè anche se fino all'intervallo il punteggio rimane sempre intorno alla parità, Milano non sembra potersi opporre alle penetrazioni veloci e agli scarichi dei nuiorchesi, che dalla distanza tirano con percentuali ottime. Il contropiede di D'Antoni e la prepotenza di Stoudemire fanno il resto, scavando il solco poi intuibile dal 125-113. Le impressioni migliori le danno Hawkins, Jaaber e il redivivo Mancinelli per Milano, Stoudemire (32 punti come niente), Anthony Randolph (la possibile sorpresa di questa squadra), Felton, il lungo Mozgov e ovviamente il padrone di casa, Danilo Gallinari, davvero commosso al ritorno in patria in mezzo alla sua gente.
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È passato più di un mese dalla conclusione del Pardo, il Festival del film che ogni anno ha sede a Locarno, e la rassegna è stata ricca di proposte interessanti. Sfortunatamente, noi lombardi squattrinati e privi di mezzi di trasporto autonomi, abbiamo potuto concederci solamente una serata di cortometraggi, per la rassegna Pardi di domani. Causa traffico, nostro scarso senso della puntualità e pessima organizzazione all'interno della location del festival, giungiamo con un considerevole ritardo alla proiezione, perdendoci un corto (fra l'altro, probabilmente il più interessante) e mezzo.
Entriamo in sala verso la fine di Todos iguair a dormir (titolo inglese, abbastanza letterale: All Equals While Asleep), produzione portoghese diretta da tale Jeanne Waltz, e quello che ci troviamo davanti uno spettacolo non so quanto volontariamente comico: una decina di persone, in un bosco, che fanno una piramide umana, e poi si fanno fare una foto. Non sembra niente di malvagio, ma rimanendo totalmente slegata dal contesto precedente (avendo noi perso gran parte del film), risultava solo come qualcosa di molto grottesco e sinceramente esilarante.
Il primo film che vediamo iniziare è l'israeliano Laharog Dvora (titolo inglese: To Kill a Bumblebee), diretto dai bravi Dvir Benedeck e Rami Heuberger, che utilizzano al meglio i soli 7 minuti del corto per costruire una riuscitissima commedia degli equivoci. Davvero spassoso, e senza ombra di dubbio il corto più onesto della serata, che senza strafare avrebbe fatto volare il tempo anche se fosse durato il doppio, o il triplo.
Arriviamo così a quello che è, probabilmente, il corto più riuscito della serata, o se non altro il più bello anche semplicemente secondo il canone estetico. Stiamo parlando di Katai, opera di Claire Doyon girata in Francia che, sospettiamo anche grazie a un budget considerevole, riesce a raggiungere i trenta minuti di durata senza cadute di tono né banali riempitivi. Una casa con parecchi scheletri nell'armadio, un dramma familiare a tinte quasi psichiche, che ci consuma sotto gli occhi di una ragazzina che, finita per lavoro dentro alla casa, finirà per esserne rapita e risucchiata.
Quinto film della serata, quarto per noi è il muto Tales; ancora una produzione francese, stavolta però dietro alla macchina da presa si alternano tre registi, che orchestrano questo onirico viaggio compiuto da una ragazza che, in seguito alla morte del suo fidanzato, si abbandona alla scia dei mormorii dei fantasmi nella speranza di ritrovarlo. Suggestivo, evocativo, ma resta il fatto che l'interpretazione non è delle più agevoli. (Liuk)
Nel girare un cortrometraggio, la difficoltà principale sta nel condensare un significato in pochi minuti di riprese. Il messaggio, a volte, è però così complesso da risultare eccessivo perfino se accostato ad una pellicola di più ore. E' questo il caso di Nem marcha nem chuta, corto di 8min realizzato dal regista brasiliano Helvécio Marins Jr: il film mostra un bambino, proprietario di una bancarella al mercato, in preda ad una noia straziante. Sotto di lui, una carcassa di vacca in decomposizione assediata dalle mosche. Sostanzialmente, questo è il resoconto di 8 minuti di riprese: gli unici movimenti apprezzabili, infatti, riguardano il bambino (che ad un certo punto decide di abbassarsi) e la telecamera (che ogni tanto si sposta per mostrare il resto della scena, lasciando sempre qualche elemento a metà dell'inquadratura). Ciò che ne esce è un noiosissimo ritratto di una scena di vita estremamente comune, privo di sentimenti e di significato. La visione lascia inoltre un senso di incompiutezza e di inutilità nello spettatore, che probabilmente si riterrà quantomeno indispettito per una visione così piatta. In verità, il corto contiene un forte messaggio: il problema è che esso è talmente metaforico da risultare distaccato, collocabile allo stesso livello di una qualsiasi altra interpretazione. Il corto vorrebbe infatti far riflettere sulla condizione di alcuni bambini brasiliani, costretti per povertà a passare l'infanzia lavorando. Il bambino del film pare infatti aver perso ogni interesse per la scoperta, ogni curiosità verso il mondo. Giace sulla sua bancarella, in una condizione simile a quella del teschio di vacca. Il film si chiude proprio con questa immagine, che rappresenta la morte dell'infanzia, di un periodo che dovrebbe essere felice e spensierato per ogni bambino.