domenica 30 gennaio 2011

Blasteroids - Blasteroids (2010)


Quelli che, al sentire di una collaborazione tra i L.A.S.E.R., Mistaman e Cali, speravano di ritrovarsi tra le mani qualcosa di rivoluzionario, almeno per l'hip-hop di casa nostra, rimarranno irrimediabilmente delusi. E nonostante la fusione di rap ed electro potesse destare dubbi, i problemi di questo album non sembrano provenire da lì, almeno in apparenza. Mi spiego meglio: i beat dei L.A.S.E.R. sono di per sè fantastici, e non sembrano inadatti come tappeto sonoro per rapparci sopra; tuttavia, le sonorità club sembrano aver spinto più del dovuto i due rapper di famiglia Unlimited Struggle ad adattare il loro rap all'atmosfera in questione, con l'unico risultato di una continua alternanza tra esibizione della propria coolness e dissing dello scrauso (in versione 2010), certo due temi cari al rap ma pur sempre monotoni, specie se trattati senza alcun particolare spunto (come avviene, spiace dirlo, proprio in Blasteroids). Ma qui va fatta una doverosa precisazione: in realtà Mista, anche su temi triti e ritriti riesce (quasi) sempre a tirar fuori strofe interessanti (e questo è forse uno dei suoi pregi più evidenti come MC in senso stretto); purtroppo, lo stesso non si può dire del suo compagno di crew, Cali, un vero disastro tanto nelle parti da spaccone quanto in quelle introspettive, inascoltabile sia come MC che come (wannabe) vocalist e, alla fin fine, specchio fedele di tutta una generazione di rapper che ormai infestano la scena italiana compensando la loro totale incapacità semplicemente tentando di "fare brutto".
Detto questo, in realtà in Blasteroids gli episodi degni di nota non mancano: gli esperimenti più puramente sonori (Back Into Time e Back Into The Future), infatti, risultano assolutamente perfetti, ed è interessante notare la riuscita dell'unione tra l'elettronica con un altro elemento fondante dell'hip-hop, non il rap ma bensì lo scratch, con due grandi rappresentanti del turntablism italiano come Tsura e Rockdrive; la concept track This Is A Journey Into Sound, in cui Mista ipotizza di venire convertito in impulsi sonori, cogliendo l'occasione di condensare la sua tecnica mostruosa in un esperimento che gli è cucito addosso (qualcuno ricorda Te-Le-Co-Man-Do?), senza risparmiare frecciatine a Jay-Z e T-Pain; infine, la straordinaria Rohypnol (a conti fatti la miglior traccia dell'album), dove un funambolico Ghemon si esibisce in acrobazie liriche che non ci saremmo mai aspettati da lui, il che dimostra ancora una volta come la sua conoscenza da grande ascoltatore e il suo approccio gli permettano, in qualsiasi contesto, di far emergere il suo sconsiderato talento.
Capitolo featuring: oltre ai già citati Ghemon, Tsura e Rockdrive, il disco vede le ospitate di DJ Shocca (scratch former in Our Mission, pezzo di cui è stato girato un video che, assieme a quello di Rohypnol, è andato ad anticipare l'uscita del progetto passando diverse volte in rotazione su Deejay TV), Nex Cassel (lo stesso discorso fatto per Cali, forse persino peggio), Frank Siciliano (ormai lo sappiamo, la voce è una meraviglia, ma scrivere testi, o anche solo ritornelli, non è proprio il suo mestiere) e Giuann Shadai (neanche il suo caleidoscopico flow può far passare inosservata questa brutta prova, ma tutti sappiamo di cosa è capace).
Insomma, un progetto non certo riuscito, con alcuni alti ma troppi bassi, sicuramente un divertissement più per i membri coinvolti che non per gli ascoltatori. I tanti pezzi che vorrebbero essere catchy ma non riescono a far presa fanno sembrare lunghissimo un album che, per la sua stessa natura, avrebbe dovuto proporsi di passare via in un attimo. L'auspicio è che Mista, dopo questi esperimenti (oltre a Blasteroids, non dimentichiamo il singolo Bomba! con gli Useless Wooden Toys) con cui sembra aver presto gusto, torni a collaborazioni importanti e soprattutto alla stesura del suo terzo album ufficiale, per renderlo degno di seguire una pietra angolare come Anni Senza Fine; che i L.A.S.E.R. continuino su questa strada raccogliendo il successo che meritano, magari sfruttando la scia di gruppi come i connazionali Crookers; che Cali, semplicemente, si renda conto che il rap non fà per lui.

mercoledì 26 gennaio 2011

The Walking Dead: Season 1 (AMC, 2010)


Quando si è saputo che dietro al progetto di una serie su The Walking Dead avremmo visto Frank Darabont, alcune volte anche in veste di regista e scrittore, sembrava non esserci nessun dubbio sul successo dell'esperimento. Un po' per la sicurezza trasmessa da Darabont, dietro alla macchina da presa in indimenticati capolavori ma, soprattutto (visto il tema), uno dei pochi ad essere riuscito ad adattare in maniera efficace un libro di Stephen King (nello specifico, The Mist); un po' perchè a spalleggiare Darabont trovavamo AMC, network che negli ultimi tempi sembra sfornare solo grandi titoli (oltre al pluripremiato Mad Men, il cult Breaking Bad e il più recente Rubicon).
Ci ritroviamo quindi con un progetto, sulla carta, potenzialmente rivoluzionario, perchè si presenta finalmente la possibilità di creare un mondo apocalittico popolato di zombie senza dover richiudere lo sguardo su di esso dopo un paio d'ore, come accaduto in decine di film. Volendo aprire poi una parentesi più nerd, uno dei punti di forza del serial sono proprio gli walker, tra i migliori mai visto sullo schermo, visivamente realistici nella resa, equilibrati nella caratterizzazione: non sono lenti, impacciati o stupidi come quelli di Romero, e le loro specifiche contestuali (l'origine dell'infezione e la sua trasmissione, la loro capacità di percepire gli umani e le modalità con cui è possibile ucciderli) sono state costruite in maniera abbastanza sensata.


A differenza di tutte le calamità attorno a cui è possibile costruire un film o una serie, l'invasione degli zombie ha il fascino di essere un fenomeno irreversibile, dove va già male può solo andare peggio, e la speranza di sopravvivere lascia presto posto alla rassegnazione. La volontà di Darabont di mostrare questa lenta propagazione del disincanto è forte, persino troppo, al punto che dopo i primi due episodi gli zombie scompaiono, ce li dimentichiamo come fossero spariti e nemmeno la visione di un'Atlanta devastata riuscisse a ricordarceli. Oltretutto, questo focus sulla psicologia dei personaggi sembra andare almeno parzialmente a vuoto a causa dell'insistenza non richiesta, soprattutto quando questa s'incunea nei soli sei episodi della prima stagione che, per quanto lunghi, appaiono tremendamente insufficienti per addentrarsi nella storia, e spingono la sceneggiatura a continue toccate e fughe. Non potendo ottenere più episodi, la scelta migliore sarebbe forse stata quella di costruire un solido preludio che guardasse a solide fonti di ispirazione come poteva essere il vecchio Io Sono Leggenda, quello del '71, senza ancorare subito il dinamismo della serie alla pesantezza di un gruppo forzatamente eterogeneo. Pur ammettendo la mia ignoranza riguardo la graphic novel di Walking Dead, penso di non dire eresie nell'ammettere che, a sentirne parlare, questo prodotto sembrava promettere ben altre potenzialità, al di là dell'adattamento riuscito o meno. La speranza per le prossime stagioni è ch su un numero più alto di episodi possa essere stesa una sceneggiatura degna di tale nome, in grado di tirar fuori le possibili attrattive di un prodotto così atipico, mascherando i difetti dove possibile e trovando il giusto equilibrio tra zombie e personaggi, tra azione e riflessione.


lunedì 17 gennaio 2011

Bassi Maestro & DJ Shocca - Musica Che Non Si Tocca (2010)


Sembra essere un'usanza ormai consolidata, almeno nell'hip-hop americano, quella per cui due pilastri del genere uniscono i loro sforzi per dare vita a un progetto che, sulla carta, dovrebbe risultare riuscitissimo. I precedenti dimostrano il rap non è semplice matematica che sommare semplicemente due artisti, per quanto grandi, non porta a risultati neanche minimamente soddisfacenti: sto parlando di KRS-One e Buckshot, di Masta Ace ed Edo G, di O.C. e A.G. Ma ovviamente stiamo parlando di un altro continente, di personalità molto più vecchie e variegate, e soprattutto di coppie di MC, qui invece assistiamo a un ritorno, nel suo piccolo, alla canonica forma del duo hip-hop formato da un beatmaker e un rapper. E la cosa che sorprende, è che i due sembrano valere ancora di più che presi singolarmente, fatto affascinante se consideriamo che Bassi Maestro e DJ Shocca, nonostante i gusti in comune, vengano da due fasi completamente diverse del movimento hip-hop italico. Bassi, da sempre rappresentante numero uno della scena milanese, esordisce nel 1992 con il demo Furia Solista, e nel 1996 con il primo disco ufficiale Contro Gli Estimatori; produttore a suo modo classico, ha sempre fatto dell'elasticità un suo grande pregio, spaziando dal boom bap più ruvido al club più tamarro, evidenziando allo stesso tempo le sue non comuni ma forse un poco sopravvalutate doti di MC; Shocca, trevigiano d'origine come tutta la sua Unlimited Struggle, viene fuori nel '98 con l'embrionale Uno, DJ Shocca, ma arriva a imporsi solamente nel 2004, quando la compilation 60 Hz si propone come Novecinquanta del nuovo millennio, riunendo l'intero stivale hip-hop sopra i suoi beat e meritandosi l'appellativo di DJ Premier italiano, nonchè il titolo di miglior produttore italiano del decennio scorso (alla pari forse solo con Don Joe).
Sta di fatto che quello che ne esce fuori è un EP curatissimo in ogni dettaglio (a partire dalla grafica del solito Mecna), la cui unica pecca, secondo molti, sarebbe quella di durare troppo poco. Ci può stare, insomma, 23 minuti e 40 secondi sono oggettivamente pochi, soprattutto per quello che poi va a costare. Eppure, la sensazione è quella che, allungando il disco e magari tramutandolo in LP, se ne sarebbe persa la sua migliore qualità: la compattezza. Perchè, di queste sei tracce (otto, se contiamo anche Intro e Outro), non ce n'è davvero una da buttare. Musica Che Non Si Tocca (la canzone, non il disco) è un'incisiva dichiarazione d'intenti; Per La Vita una speciale dedica a Milano (in cui per verità la strofa di Bassi risulta un po' scadente, ma viene riscattata da tale Mic Geronimo); Wake Up! l'ottimo singolo che ha aperto la strada all'uscita, condito da scratch terrificanti; L'Amore Dov'è? (miglior beat del disco, nonchè una delle migliori produzioni di Shocca di tutti i tempi) è la perla che ci mostra un lato di Bassi che non avevamo mai conosciuto (se non in Foto Di Gruppo), oltre a farci notare come Ghemon sia troppo spesso sottovalutato come rapper nel senso letterale del termine; Il Suono Originale è un duetto degno della Golden Age del rap italiano, in cui Bassi si scambia il microfono con il torinese Maury B, ex Next Diffusion e Gate Keepaz che sfoggia ancora una tecnica invidiabile visti gli anni d'assenza dalle scene (ma ricordiamoci che negli anni Novanta, lui è stato probabilmente uno dei più grandi innovatori dell'MCing in italiano); infine, Così Vero non è altro che l'ennesima manifestazione di autenticità, di vero amore per chi supporta e per la doppia acca, che è un po' il marchio di fabbrica di Bassi. Ecco quindi che l'omogeneo livello di qualità avrebbe potuto essere compromesso nel caso si fosse allungato troppo il disco, e anche se qualche canzone in più non penso avrebbe guastato, preferisco accontentarmi. Bisogna cercare di avvicinarsi a questo album con l'ottica giusta, non si può pretendere (già solo per il formato scelto, l'EP) il capolavoro che riporterà il rap dello stivale sulla mappa, ma "solo" godersi quello che di fatto Bassi e Shocca vogliono darci: del rap solido, fatto come si deve, con criteri e scelte dal sapore old school, ma senza per questo suonare datate. Un esempio di rap che si prende sul serio ed è consapevole dell'eterno ruolo di veicolo che questa musica può svolgere, attraverso le parole come per mezzo della musica che ci sta sotto (i sample sono da sempre un ottimo modo per scoprire nuove canzoni). È questo che è legittimo pretendere da rapper navigati come Bassi: che a intervalli di tempo accettabili facciano uscire dischi di qualità medio-alta di questo tipo, che mantengano il genere e l'ambiente in salute nonostante tutte le pessime uscite che ne intaccano la credibilità, rap alla vecchia maniera che non sappia di stantio. Perchè se l'Italia ha bisogno di rivoluzioni, è giusto che non partano dai vecchi.


domenica 2 gennaio 2011

Tron Legacy (Joseph Kosinski, 2010)


Non è semplice trovare un modo per cominciare a parlare di Tron Legacy, perciò proviamo a partire da dove tutto è cominciato: il primo Tron esce nel 1982, ed è la rivoluzione sotto diversi punti di vista, con i suoi effetti speciali (assolutamente all'avanguardia per l'epoca, essendo anche il primo film Disney girato in computer grafica) e il suo stile cyberpunk, ma soprattutto per il suo proposito di sviscerare le possibilità offerte, nell'ambito visivo ma anche in quello della sceneggiatura, dalla realtà virtuale. Di fatto, all'epoca di Tron ci si poteva solo immaginare quale sarebbe stata l'influenza dell'informatica nella vita degli esseri umani nei successivi venti-trent'anni; proprio per questo, il film tende ancora a dividere marcatamente la realtà virtuale da quella umana, sensibile, con dei continui dentro-fuori che mettono in contrapposizione i due mondi, quasi a sottolineare la confindenza che ancora si aveva, inevitabilmente, verso le macchine che cominciavano appena a prendere piede. Tron Legacy riparte anche e soprattutto da qui: decenni dopo gli avvenimenti del primo Tron, i computer sono entrati a far parte della vita di tutti (certo che è difficile raccontare Tron senza spoilerare niente), e questo favorisce il mantenimento di una sorta di dittatura, solo molto più sottile e meglio mascherata. Qui sta la grande importanza politica di tutta l'operazione, una critica non certo nuova ma comunque pesante al mondo dell'informatica (passato e attuale) e un'osservazione meno ovvia ai sostenitori del libero file sharing senza frontiere, attraverso un'ipotesi su cosa potrebbe succedere nel caso la condivisione di informazioni fosse possibile in ogni modo, in ogni momento. Ma tornando a un possibile parallelo tra il vecchio e il nuovo Tron, troviamo che la "diffidenza" manifestata nell'82 è, per forza di cose, scomparsa, per lasciare invece posto a una compenetrazione notevole con il nostro mondo umano, a indicarci che le macchine non sono il male, ma dentro di loro possono nascondere una minaccia tanto quanto una soluzione.
Come opera cinematografica indipendente, Tron Legacy non rivoluziona il cinema di genere come forse era legittimo aspettarsi, ma si colloca senza timore tra i migliori film di fantascienza degli ultimi dieci anni, secondo forse solo a Matrix. I suoi maggiori punti di forza sono la capacità di essere il film giusto nel momento giusto, in grado di ravvivare lo stagnante mondo Sci-Fi, e l'unicità come esperimento audio-visivo: infatti, l'esperienza di Tron Legacy non è paragonabile a nessun'altra vista in precedenza, tale è l'immersione nel mondo cibernetico grazie al comparto degli effetti speciale e alla chiacchieratissima colonna sonora dei Daft Punk, che hanno chiaramente preso parte anche a tutta la lavorazione sonora al fine di rendere l'audio un tutt'uno avvolgente, uno strumento in grado quanto il video di favorire l'immersione tridimensionale. Nel prendersi il posto che si merita, il film è quasi consapevole della propria importanza assunta fin da subito come ultimo baluardo di un genere morente, e infatti gli omaggi ai vecchi capolavori (da 2001: Odissea Nello Spazio fino a Matrix, passando per Blade Runner) che hanno tenuto alto lo stendardo nei decenni precedenti. Non si può quindi che rimanere sorpresi davanti a questo gioiello confezionato dall'esordiente Joseph Kosinski, ex pupillo di David Fincher che aveva all'attivo solo spot pubblicitari, e da un cast di tutto rispetto, a partire dall'orientaleggiante Jeff Bridges che rappresenta il più grosso ponte con il primo Tron, e viene per l'occasione ringiovanito (diciamolo, senza molto successo), ma senza trascurare l'apporto del giovane Garrett Hedlund e della meravigliosa Olivia Wilde (non soltanto per merito della tutina attillata che ha fatto sbavare i nerd di mezzo mondo). E alla fine non si poteva davvero chiedere di più a questo Tron Legacy, che in fin dei conti fà quello che i film di fantascienza sono ideati per fare: creare un mondo impossibile e convincerci che possa esistere rendendocelo credibile, catturando la nostra immaginazione e cristallizzandola su pellicola.