lunedì 18 ottobre 2010

A New Hope: The Bite Of Durantula



Al via della nuova stagione NBA, troviamo in prima fila per un posto di riguardo nella Western Conference gli Oklahoma City Thunder, chiamati a ripetere l'ottima stagione passata, magari con un miglior piazzamento in regular season per evitare i temuti Lakers. Se gli ex (sigh) Seattle Supersonics sono arrivati fin qui, lo devono soprattutto al loro giovane roster, capitanato dai freschi campioni del mondo Russell Westbrook e, soprattutto, Kevin Durant.
Durant che, compiuti poche settimane fa 22 anni, ha già trascinato OKC ai playoff, risultando il top scorer della lega e rischiando di rubare il trono di MVP a sua maestà LeBron James, conquistando poi il Mondiale in Turchia come leader del Team USA, vincendo (manco a dirlo) il titolo di miglior giocatore del torneo. Tutto questo, ripeto, appena compiuti ventidue anni.

Redeem Team: Part II


Dopo un digiuno di ben sedic'anni, gli Stati Uniti tornano al trionfo nella rassegna intercontinentale, sempre un po' snobbata in favore delle Olimpiadi, e lo fanno senza l'ausilio delle loro più grandi stelle, ma con un buon gruppo dall'età media davvero bassa. L'abilità di coach K è stata soprattutto quella di saper amalgamare l'esuberanza dei giovani con l'esperienza dei giocatori più navigati. Le statistiche e gli highlights indicano chiaramente Durant come most valuable player, ma il contributo del resto della squadra è tutt'altro che trascurabile. Dalla cabina di regia, dove abbiamo visto alternarsi il veterano Chauncey Billups (vera chioccia del gruppo, tiratore ancora degno del soprannome di Mr. Big Shot, ma anche intelligente penetratore, consapevole delle proprie percentuali ai liberi), l'esplosivo Derrick Rose (in realtà quasi bocciato come point guard) e l'incontenibile Russell Westbrook (schiacciatore principe della squadra, puntuale nel dare una scossa alle partite), fino ai lunghi nel pitturato (tra tutti, il reparto forse più carente di questo team, orfano di un vero centro), la sensazione di avere davanti una squadra, piuttosto che una semplice somma di giocatori, è stata sicuramente più forte che nelle ultime uscite della Nazionale. Molti giocatori si sono adattati alle circostanze, sacrificandosi quando il bene della squadra lo richiedeva: su tutti Lamar Odom, che ha dovuto per quasi tutta la durata della rassegna occupare il ruolo di centro, svolto peraltro in maniera più che decente (del resto Lamarvelous, ad oggi, è l'unico in NBA assieme a LeBron a poter ricoprire tutti e cinque i ruoli della pallacanestro); a dargli il cambio, un Tyson Chandler mai davvero in partita e un sorprendente Kevin Love, il quale lottando sotto canestro ha messo insieme cifre di assoluto rispetto. In mezzo, un Andre Iguodala in grande spolvero grazie alla straripante forma fisica e ad una grande motivazione, e una gran quantità di tiratori, da Eric Gordon a Rudy Gay (l'uomo che a Memphis, più che strappare un ottimo contratto, ha proprio rubato un camion pieno di soldi!), dal rookie Stephen Curry fino, ovviamente, a Durant.
Nonostante quindi potremmo dire che questo USA Team fosse imbottito di seconde quando non terze linee, è apparso evidente il divario tecnico, e soprattutto atletico, tra gli americani e il resto del mondo. Nulla possono le pretese dei fanatici dell'area FIBA contro lo strapotere a stelle e strisce, i migliori fondamentali e la presunta superiorità tattica vengono così annichilite. E del resto, se a ogni partenza in palleggio degli americani, gli avversari ci vedono dei passi in partenza, forse non è solo colpa della diversa interpretazione del regolamento, ma anche dell'incapacità degli europei di ammettere i propri limiti di fronte a qualcosa che ancora non riescono a comprendere, tanto meno ad arginare.


The King falling from the throne


A detta di tutti i General Manager dell'NBA, Durant è già il top player della lega, scalzando LeBron nelle preferenze di un po' tutte le personalità autorevoli del basket americano. Ma perchè la gente ha cominciato a preferire KD a LBJ. Buona parte del "merito" è da attribuire al Chosen One e alla sua "The Decision", ed è innegabile che, essendo Durant un giocatore in completa antitesi con James, è ancor più giustificata l'ascesa della giovane small forward proveniente dall'università del Texas. Giocatore straordinariamente duttile e straordinariamente atletico (ma allo stesso tempo elegante come pochi), come LeBron si dimostra efficacissimo su entrambi i lati del campo: in attacco per le penetrazioni insidiose e per un tiro da tre assolutamente immarcabile, in difesa per la presenza fisica e per quelle braccia così lunghe che generano tanti intercetti e palle rubate.
Si è spesso detto che LeBron James è l'uomo degli highlights, mentre Kevin Durant è quello del tabellino delle statistiche. I due incarnano modi completamente diversi di intendere il concetto di uomo squadra: uno più accentratore e condizionante, l'altro più inserito in un sistema di squadra di cui è "solo" il principale terminale offensivo. Ma la domanda rimane: cos'ha Durant in più di James? Sicuramente, ha dalla sua una personalità più apprezzabile, quella di un bravo ragazzo con i piedi ben piantati per terra nonostante contratti multimilionari (Nike in primis) e luci della ribalta puntate su di lui; grande lavoratore, instancabile nel suo continuo tentativo di migliorarsi; un ottimo compagno di squadra, leader nato, ma con un carattere non troppo egocentrico che gli permette di funzionare anche in un sistema di cui non è la stella principale (come probabilmente accadrà nel Team USA che si presenterà ai Giochi Olimpici di Londra 2012). Ma forse, potremmo dire che Durant ha semplicemente avuto la fortuna di trovarsi nel posto giusto al momento giusto: quando tutta una lega, una nazione intera, si è ritrovata con le speranze infrante, disilluse, da un uomo che non è stato in grado di diventare il nuovo Jordan e contrastare il dominio di Kobe Bryant. KD rappresenta quindi la nuova speranza, incarnata in un ragazzo meno megalomane, più umile e cosciente del fatto che il suo immenso talento potrebbe essere vanificato da scelte negative, ascrivendolo al firmamento di fenomeni post-jordaniani che, forti sì, ma non hanno mai vinto niente.

1 commento:

  1. Di gran lunga preferisco durant a lebron...sento che può diventare davvero forte..ovviamente,come dici tu,se piazzato bn in una squadra come si deve.
    è un grande marcatore secondo me..infatti nella scorsa stagione arriva fra i migliori e mi sembra a parimerito cn Nowitzky.
    è giovane ed ha bisogno solo di una buona squadra...lebron ormai i suoi anni d'oro li ha avuti :)...OTTIMO articolo!!! DURANT RULEZ

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