sabato 2 ottobre 2010

Dal Diario Dell'Uomo Che Volle Farsi Re: The Decision (The Day After)


Sono ormai passati tre mesi dal valzer dei free agent che ha sconvolto gli equilibri dell'NBA, in particolare portando Chris Bosh e LeBron James a lasciare (rispettivamente) Toronto e Cleveland per raggiungere Dwyane Wade ai Miami Heat, con la speranza di costruire una nuova dinastia in grado di dominare la lega per anni. Tale mossa ha destato una quantità notevole di critiche da parte di esperti e Hall of Famer ex giocatori (Michael Jordan in persona ha dichiarato: "Non mi sarebbe mai venuto in mente di andare a giocare con Magic e Larry; aevo troppa voglia di batterli!"), soprattutto per il modo in cui il due volte MVP della Regular Season ha deciso di rendere nota la sua scelta per il futuro: uno speciale televisivo di un'ora, trasmesso da ESPN e intitolato "The Decision".


LeBron ha quindi deciso non solo di distruggere le speranze della propria città, ma di farlo addirittura in diretta nazionale, dando sfogo al suo ingombrante ego, dopo una stagione in cui l'osannato uomo-franchigia dei Cavs non aveva fatto altro che rassicurare i tifosi riguardo la sua permanenza nella capitale dell'Ohio, una città talmente brutta da essere ribattezzata "The Mistake On The Lake".
James avrebbe forse potuto attendere ancora un anno che Cleveland, con un nuovo coach (Byron Scott, di cui l'amico Chris Paul era sempre stato entusiasta) e gli ultimi rinforzi che un modesto Salary Cap poteva consentire (magari trovando secondi violini migliori di Mo Williams e Antawn Jamison), gli permettesse di conquistare il tanto agoniato anello. Avrebbe potuto, certo, ma la comprensibile paura di giocarsi gli anni migliori della propria carriera senza mai vincere nulla lo ha portato a cercare, forse un po' codardamente, una strada più facile del doversi caricare una squadra, una franchigia, un'intera città sulle spalle e portarla nell'Olimpo degli Dei del basket. Qui appare evidente uno dei più grossi difetti di James, che hanno sempre caratterizzato l'eroe di Akron fin dall'inizio della sua carriera: il suo ego smisurato lo ha sempre spinto a cercare di essere di tutto, senza mai essere davvero niente. Non il giocatore serioso, il maniaco della tattica ossessionato dalla vittoria, ma nemmeno il totale scoppiato accendi-spegni; ne il multimiliardario, ne quello concentrato solo sul parquet che lascia ad altri tutte le questioni di business. La smania di provare a sembrare un po' tutte queste cose assieme, gli ha reso difficile trovare una vera identità, distaccata da qualsiasi giocatore e in grado di brillare di luce propria non solo in quanto giocatore di basket. E questo trasferimento a Miami può essere per questo visto come un'ennesima fuga da tutte le responsabilità e i problemi, dalla difficoltà del dover conquistarsi l'anello tutto da solo. Certo però, che forse le difficoltà in quel di South Beach non sono tanto inferiori. Tutta la lega guarda ora verso la Florida, quasi coalizzandosi contro questo Dream Team che appare in grado di farla da padrone per anni. Ma il vero problema sarà il funzionamento interno della squadra, in cui i nuovi Big Three dovranno mettere da parte il loro ego e le loro pretese da superstar per conseguire un obiettivo comune.


E questo potrebbe, per LeBron, rivelarsi un compito più arduo del previsto, dato il rischio di passare per la "Second Banana", lo Scottie Pippen per un Michael Jordan in questo caso interpretato da Dwyane Wade, uno che dopo aver strappato una partita con un buzzer beater clamoroso, salì sul tavolo dei commentatori ed esplose in un'esultanza verso il pubblico di Miami, ricordando a tutti "This is my house!". Insomma, un padrone di casa alquanto scomodo, che LeBron non può proprio andare lì a Miami e fare la cosa del talco che faceva a Cleveland. Ma sta proprio a LBJ la responsabilità di "spodestarlo", fugando ogni dubbio e dimostrando di essere "still the best in the game"; l'orologio della storia già ticchetta, e James non può mancare il suo appuntament con la storia, che lo vorrebbe come MJ del nuovo millennio, alla faccia di Kobe. Già quest'anno gli Heat hanno la possibilità di chiudere la Regular Season con il miglior record e vincere il titolo, ma non sono ancora attrezzati per fondare una nuova dinastia. I Tre Amigos dovranno essere coadiuvati da un miglior bench, e in panchina dovrà sedere un head coach vincente, capace di gestire un tale concentrato di talento, e metterlo nella situazione adatta a farli diventare una delle squadre più vincenti di sempre.

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