lunedì 27 settembre 2010

63° Festival Del Film di Locarno: 4-14/8/2010


È passato più di un mese dalla conclusione del Pardo, il Festival del film che ogni anno ha sede a Locarno, e la rassegna è stata ricca di proposte interessanti. Sfortunatamente, noi lombardi squattrinati e privi di mezzi di trasporto autonomi, abbiamo potuto concederci solamente una serata di cortometraggi, per la rassegna Pardi di domani. Causa traffico, nostro scarso senso della puntualità e pessima organizzazione all'interno della location del festival, giungiamo con un considerevole ritardo alla proiezione, perdendoci un corto (fra l'altro, probabilmente il più interessante) e mezzo.
Entriamo in sala verso la fine di Todos iguair a dormir (titolo inglese, abbastanza letterale: All Equals While Asleep), produzione portoghese diretta da tale Jeanne Waltz, e quello che ci troviamo davanti uno spettacolo non so quanto volontariamente comico: una decina di persone, in un bosco, che fanno una piramide umana, e poi si fanno fare una foto. Non sembra niente di malvagio, ma rimanendo totalmente slegata dal contesto precedente (avendo noi perso gran parte del film), risultava solo come qualcosa di molto grottesco e sinceramente esilarante.
Il primo film che vediamo iniziare è l'israeliano Laharog Dvora (titolo inglese: To Kill a Bumblebee), diretto dai bravi Dvir Benedeck e Rami Heuberger, che utilizzano al meglio i soli 7 minuti del corto per costruire una riuscitissima commedia degli equivoci. Davvero spassoso, e senza ombra di dubbio il corto più onesto della serata, che senza strafare avrebbe fatto volare il tempo anche se fosse durato il doppio, o il triplo.
Arriviamo così a quello che è, probabilmente, il corto più riuscito della serata, o se non altro il più bello anche semplicemente secondo il canone estetico. Stiamo parlando di Katai, opera di Claire Doyon girata in Francia che, sospettiamo anche grazie a un budget considerevole, riesce a raggiungere i trenta minuti di durata senza cadute di tono né banali riempitivi. Una casa con parecchi scheletri nell'armadio, un dramma familiare a tinte quasi psichiche, che ci consuma sotto gli occhi di una ragazzina che, finita per lavoro dentro alla casa, finirà per esserne rapita e risucchiata.
Quinto film della serata, quarto per noi è il muto Tales; ancora una produzione francese, stavolta però dietro alla macchina da presa si alternano tre registi, che orchestrano questo onirico viaggio compiuto da una ragazza che, in seguito alla morte del suo fidanzato, si abbandona alla scia dei mormorii dei fantasmi nella speranza di ritrovarlo. Suggestivo, evocativo, ma resta il fatto che l'interpretazione non è delle più agevoli. (Liuk)


Nel girare un cortrometraggio, la difficoltà principale sta nel condensare un significato in pochi minuti di riprese. Il messaggio, a volte, è però così complesso da risultare eccessivo perfino se accostato ad una pellicola di più ore. E' questo il caso di Nem marcha nem chuta, corto di 8min realizzato dal regista brasiliano Helvécio Marins Jr: il film mostra un bambino, proprietario di una bancarella al mercato, in preda ad una noia straziante. Sotto di lui, una carcassa di vacca in decomposizione assediata dalle mosche. Sostanzialmente, questo è il resoconto di 8 minuti di riprese: gli unici movimenti apprezzabili, infatti, riguardano il bambino (che ad un certo punto decide di abbassarsi) e la telecamera (che ogni tanto si sposta per mostrare il resto della scena, lasciando sempre qualche elemento a metà dell'inquadratura). Ciò che ne esce è un noiosissimo ritratto di una scena di vita estremamente comune, privo di sentimenti e di significato. La visione lascia inoltre un senso di incompiutezza e di inutilità nello spettatore, che probabilmente si riterrà quantomeno indispettito per una visione così piatta. In verità, il corto contiene un forte messaggio: il problema è che esso è talmente metaforico da risultare distaccato, collocabile allo stesso livello di una qualsiasi altra interpretazione. Il corto vorrebbe infatti far riflettere sulla condizione di alcuni bambini brasiliani, costretti per povertà a passare l'infanzia lavorando. Il bambino del film pare infatti aver perso ogni interesse per la scoperta, ogni curiosità verso il mondo. Giace sulla sua bancarella, in una condizione simile a quella del teschio di vacca. Il film si chiude proprio con questa immagine, che rappresenta la morte dell'infanzia, di un periodo che dovrebbe essere felice e spensierato per ogni bambino.

Vi sono però così pochi elementi per comprendere questo messaggio, che l'apprensione del corto diventa quasi impossibile. Nel valutare complessivamente l'opera, quindi, il significato ha poca valenza: ciò che conta maggiormente è il noioso e ripetitivo filmato che lo spettatore si trova davanti. Un filmato che, senza essersi informati, perde qualsiasi significato. (Ae)

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