mercoledì 23 marzo 2011

Damir Ivic - Storia Ragionata Dell'Hip-Hop Italiano (2010)



Libro totale che andrebbe letto sia da appassionati dell'hip-hop italiano, per rispolverare vecchi ricordi e comprendere meglio vicende e dischi del passato, che da completi novizi, che avrebbero così modo di entrare in contatto con le origini di un genere così in voga anche da noi, attualmente. Damir Ivic, storica penna di Aelle, del primo Groove e del Mucchio Selvaggio, si lancia in un'operazione ciclopica quanto fondamentale: tracciare una storiografia, forse non completa ma almeno esauriente, dell'hip-hop italiano, dalle origini ad oggi. L'approccio è assolutamente aperto, questo libro può essere letto davvero da chiunque, grazie anche all'ampia premessa in cui vengono forniti concetti e termini base, e le origini del genere (quelle slegate dal nostro paese) vengono narrate con quanta fedeltà è possibile fare. Il documento che ci troviamo tra le mani è di inestimabile valore per i motivi più svariati, ma penso che il merito più grande sia quello di raccontare per intero i momenti cruciali della storia del rap in Italia (vale a dire il periodo delle posse, la successiva esplosione del purismo, e la decadenza dei primi anni Duemila), riconoscendo i meriti ma anche le colpe di un po' tutti i membri della scena, rintracciando nell'eccessivo attaccamento al purismo il cancro forse più grande che ha pian piano finito per logorare dalle fondamenta il genere in Italia. Altro grande pregio di questo libro è quello di mettere in risalto le più grandi e variegate sfaccettature che l'hip-hop può assumere, nel bene e nel male, dimostrandosi il genere-contraddizione per eccellenza, dando nello stesso tempo tante vie di uscita e modi di espressione quanti sono i limiti e le restrizioni (auto)imposte. Con l'esperienza e la conoscenza di uno che la scena l'ha vista nascere, crescere, disintegrarsi da sè per poi raccoglierne i cocci, Damir Ivic pone quindi un autentico, importante mattone nella ricostruzione di un genere (e di una cultura, perchè l'hip-hop anche questo è, ed è bene non dimenticarselo) che, vuoi per la saturazione del mercato discografico, vuoi per la pochezza dei modelli, avrebbe solo bisogno di imparare dagli errori del proprio passato per assumere l'approccio giusto.

giovedì 17 marzo 2011

Rango (Gore Verbinski, 2011)



A guardarlo da lontano, leggendone e vedendone le prime immagini, Rango appariva come un'incontestabile schifezza. Ma zitto zitto quatto quatto, il film che ha rappresentato l'esordio nel cinema d'animazione da parte di Gore Verbinski, ha ricevuto fin da subito critiche positive, esaltanti, entusiaste. Certo, se si è partiti dall'estremo per cui questo film doveva fare per forza cagare, non si può poi di punto in bianco decidere di urlare al capolavoro. Un po' per una questione di coerenza, e un po' perchè Rango non è un capolavoro. Ma dico io: fare film d'animazione, al giorno d'oggi, dev'essere uno dei mestieri più difficili del mondo. Da quando la Pixar si è imposta come casa regina del settore, non ha più mollato il trono (e i pochi Oscar non dati a film Pixar sono comunque state scelte combattute, Shrek per esempio ha dovuto battere la concorrenza di una pietra miliare come Monster Inc.), ed è quindi ovvio come il paragone riesca ingeneroso per chiunque. Certo, non aiuta il fatto che la maggior parte delle altre case di produzione (Dreamworks in testa, se si esclude il già citato Shrek e le recenti sorprese di Kung Fu Panda e How To Train Your Dragon) abbia investito in un franchise sbagliato dopo l'altro, annacquando il mercato di prodotti brutti non solo al confronto coi cugini pixariani, ma orrendi già di per sè.
Ecco quindi che, in questa contrapposizione tra Disney Pixar e resto del mondo, si insinua per una volta una realtà leggermente esterna, che sa di boccata d'aria in un senso preciso: come per il cinema normale, ogni tanto c'è bisogno di qualcosa di medio tendente al buono, ben fatto ma che non faccia gridare al miracolo (anche per avere la possibilità di poterlo poi riconoscere, il miracolo, quando arriva). Rango è così, e anche un bel po' di più. Eggià, perchè parlarne in questi termini appare comunque riduttivo: Rango è un film ambizioso, che tranne forse per il finale un po' scricchiolante, mantiene candidamente le non banali aspettative create.
La storia di un camaleonte d'acquario, ritrovatosi d'improvviso in mezzo al deserto, che finisce per diventare l'eroe straniero senza nome (in un perfetto atto di mimetismo camaleontico, appunto) di una cittadina west che ne ha disperatamente bisogno, si snoda tra due idee in apparenza inconciliabili di western: quella a schema più classico, fatta di mezzogiorni di fuoco, saloon e sceriffi, con quella più jimjarmuschana (qualcuno ricorda Dead Man?) dove il deserto è un luogo mortale dove trovare se stessi, alla fine di un'esperienza quasi mistica. Le citazioni illustri si sprecano, e se il riferimento più imponente è sempre quello di Sergio Leone (anche nella concezione di western fatto non di spazi ma di volti, ben rappresentata dalla corposa introduzione di personaggi secondari, adorabili caratteri che nel loro piccolo sarebbero già dei mini-cult, se non ripercorressero anch'essi i topoi del western), da nerd non ho potuto fare a meno di notare gli occhiolini a Ritorno al Futuro 3 e Paura e Delirio a Las Vegas. Nonostante i rimandi, oltre alla spiccata tendenza metacinematografica, Rango è però un film che sa stare sulle sue gambe, è capace di intrattenere distribuendo abilmente azione e risate; e la mano di Verbinski si vede soprattutto in questo, nella maestria con cui vengono dosati gli elementi che avevano reso un caso il suo primo Pirati dei Caraibi. A pochi mesi dall'uscita del primo episodio della saga Disney dopo la trilogia di Verbinski, credo che possiamo tutti renderci conto di quanto fosse esigua la sua colpa, e quanto fosse invece macroscopica quella dell'odiato produttore Jerry Bruckheimer, nello sputtanamento di un fenomeno che negli anni è già diventato simbolo del franchise super sfruttato a suon di sequel. Con questa piccola perla del cinema d'animazione non-pixariano Verbinski si prende quindi la sua rivincita, dimostrando ancora una volta il suo talento in un'impresa ormai non più così atipica, ma che ha comunque del curioso: negli anni il fenomeno di quelli che da noi vengono ancora volgarmente definiti cartoni animati, è stato sdoganato dagli studios appositi, tanto che molti registi non interni all'ambiente hanno voluto cimentarsi (l'ultimo caso è stato quello di Wes Anderson). Ad affacciarsi a questa realtà è stato stavolta un colosso degli effetti speciale, la Industrial Light & Magic di George Lucas, incredibilmente al suo primo film d'animazione. L'esperimento può dirsi riuscito in pieno, quindi perchè non proseguire?