martedì 28 settembre 2010

La prise du pouvoir par Louis XIV (Roberto Rossellini, 1966)

Quando ci si avvicina ad un film storico, bisognerebbe intendersi su cosa si sta cercando. Un conto è cercare l'attendibilità storica, cosa quasi mai praticabile, e un altro è aspettarsi un buon operato cinematografico basato sulla storia, venendo ad alcuni compromessi necessari per la buona riuscita dell'opera. Se chi scrive generalmente spera che si vada nella seconda direzione (con le dovute eccezioni), Rossellini sembra essere di un altro avviso, sacrificando totalmente l'aspetto "estetico", chiamiamolo così, per puntare ad un ritratto storico, accurato e irto di un'affilata ironia nei confronti di un sovrano fin troppo mitizzato, nonchè frainteso nell'intento di semplificare la sua politica di "Re Sole" (quello delle pasticche, sì). E se l'intenzione sembra compiersi, ci si accorge che non è però una strada consigliabile lo scindere l'aspetto filologico da quello cinematografico, dal momento che la quasi assenza di avvenimenti (se non addirittura di trama) provoca un profondo di moto di stupore, quando alla fine del film non si può fare a meno di urlare "Ma come, finisce così?". L'impostazione è molto teatrale, sia nella messa in campo dell'ambientazione che nella recitazione stessa, dato che molto spesso la telecamera inchioda su dialoghi a due persone, al massimo circondate da altri personaggi tutt'altro che rilevanti. Forse lo scarso budget a disposizione di Rossellini (ricordiamoci che è un film prodotto per la televisione francese, proiettato solo occasionalmente in qualche cinema) lo ha portato alla ricerca di un'alternativa per dare un senso al progetto nell'ottica di una ricerca, quasi una "rivisitazione", storica. Ma, per quanto possa sembrare banale, il problema di questo film è un altro: nel cercare di far trasparire la pomposità, la cerimoniosità e l'ostentazione del regno di Luigi XIV, incappa infatti in diversi momenti di ilarità non dovuti all'intenzione di mettere in ridicolo il re, ma a delle scene ridicole in sè per quanto mal congeniate e mal pensate, che vanno ad accostare musiche epiche a momenti assolutamente ordinari, quasi sconfinando nel grottesco durante la scena della caccia al cerbiatto, e in quella delle numerose portate servite al re, con tutta la corte costretta a guardare il proprio sovrano che mangia. In mezzo a questi momenti, dove trattenere il riso è assolutamente impossibile, alcune trovate assolutamente apprezzabili, come quella del vestito del re, finiscono per sprofondare in un film che troppe volte finisce per azzopparsi da solo.

lunedì 27 settembre 2010

63° Festival Del Film di Locarno: 4-14/8/2010


È passato più di un mese dalla conclusione del Pardo, il Festival del film che ogni anno ha sede a Locarno, e la rassegna è stata ricca di proposte interessanti. Sfortunatamente, noi lombardi squattrinati e privi di mezzi di trasporto autonomi, abbiamo potuto concederci solamente una serata di cortometraggi, per la rassegna Pardi di domani. Causa traffico, nostro scarso senso della puntualità e pessima organizzazione all'interno della location del festival, giungiamo con un considerevole ritardo alla proiezione, perdendoci un corto (fra l'altro, probabilmente il più interessante) e mezzo.
Entriamo in sala verso la fine di Todos iguair a dormir (titolo inglese, abbastanza letterale: All Equals While Asleep), produzione portoghese diretta da tale Jeanne Waltz, e quello che ci troviamo davanti uno spettacolo non so quanto volontariamente comico: una decina di persone, in un bosco, che fanno una piramide umana, e poi si fanno fare una foto. Non sembra niente di malvagio, ma rimanendo totalmente slegata dal contesto precedente (avendo noi perso gran parte del film), risultava solo come qualcosa di molto grottesco e sinceramente esilarante.
Il primo film che vediamo iniziare è l'israeliano Laharog Dvora (titolo inglese: To Kill a Bumblebee), diretto dai bravi Dvir Benedeck e Rami Heuberger, che utilizzano al meglio i soli 7 minuti del corto per costruire una riuscitissima commedia degli equivoci. Davvero spassoso, e senza ombra di dubbio il corto più onesto della serata, che senza strafare avrebbe fatto volare il tempo anche se fosse durato il doppio, o il triplo.
Arriviamo così a quello che è, probabilmente, il corto più riuscito della serata, o se non altro il più bello anche semplicemente secondo il canone estetico. Stiamo parlando di Katai, opera di Claire Doyon girata in Francia che, sospettiamo anche grazie a un budget considerevole, riesce a raggiungere i trenta minuti di durata senza cadute di tono né banali riempitivi. Una casa con parecchi scheletri nell'armadio, un dramma familiare a tinte quasi psichiche, che ci consuma sotto gli occhi di una ragazzina che, finita per lavoro dentro alla casa, finirà per esserne rapita e risucchiata.
Quinto film della serata, quarto per noi è il muto Tales; ancora una produzione francese, stavolta però dietro alla macchina da presa si alternano tre registi, che orchestrano questo onirico viaggio compiuto da una ragazza che, in seguito alla morte del suo fidanzato, si abbandona alla scia dei mormorii dei fantasmi nella speranza di ritrovarlo. Suggestivo, evocativo, ma resta il fatto che l'interpretazione non è delle più agevoli. (Liuk)


Nel girare un cortrometraggio, la difficoltà principale sta nel condensare un significato in pochi minuti di riprese. Il messaggio, a volte, è però così complesso da risultare eccessivo perfino se accostato ad una pellicola di più ore. E' questo il caso di Nem marcha nem chuta, corto di 8min realizzato dal regista brasiliano Helvécio Marins Jr: il film mostra un bambino, proprietario di una bancarella al mercato, in preda ad una noia straziante. Sotto di lui, una carcassa di vacca in decomposizione assediata dalle mosche. Sostanzialmente, questo è il resoconto di 8 minuti di riprese: gli unici movimenti apprezzabili, infatti, riguardano il bambino (che ad un certo punto decide di abbassarsi) e la telecamera (che ogni tanto si sposta per mostrare il resto della scena, lasciando sempre qualche elemento a metà dell'inquadratura). Ciò che ne esce è un noiosissimo ritratto di una scena di vita estremamente comune, privo di sentimenti e di significato. La visione lascia inoltre un senso di incompiutezza e di inutilità nello spettatore, che probabilmente si riterrà quantomeno indispettito per una visione così piatta. In verità, il corto contiene un forte messaggio: il problema è che esso è talmente metaforico da risultare distaccato, collocabile allo stesso livello di una qualsiasi altra interpretazione. Il corto vorrebbe infatti far riflettere sulla condizione di alcuni bambini brasiliani, costretti per povertà a passare l'infanzia lavorando. Il bambino del film pare infatti aver perso ogni interesse per la scoperta, ogni curiosità verso il mondo. Giace sulla sua bancarella, in una condizione simile a quella del teschio di vacca. Il film si chiude proprio con questa immagine, che rappresenta la morte dell'infanzia, di un periodo che dovrebbe essere felice e spensierato per ogni bambino.

Vi sono però così pochi elementi per comprendere questo messaggio, che l'apprensione del corto diventa quasi impossibile. Nel valutare complessivamente l'opera, quindi, il significato ha poca valenza: ciò che conta maggiormente è il noioso e ripetitivo filmato che lo spettatore si trova davanti. Un filmato che, senza essersi informati, perde qualsiasi significato. (Ae)

domenica 26 settembre 2010

Inception (Christopher Nolan, 2010)


Ci sono pochi film, oppure proprio non ce ne sono, difficili da descrivere e raccontare come Inception, sia ovviamente per la complessità, che per l'impossibilità di non sminuirlo, rinchiudendo fra sbarre sillabiche tutta la maestà di questo capolavoro. Eh si, perchè se non ci si vorrebbe mai sbilanciare ad usare tali paroloni (o meglio, lo si vorrebbe sempre fare, ma poi a guardare ai grandi classici del passato non ci si sente all'altezza), capolavoro è la definizione meno inefficace per definire l'ultima fatica di Christopher Nolan. Nolan che qui compie il miracolo definitivo (in parte già riuscitogli con Il Cavaliere Oscuro): il conciliare in maniera perfetta il suo cinema "d'autore", cerebrale, che non sottovaluta il suo pubblico ma anzi lo valorizza e lo stimola, con il blockbuster monumentale, mantenendo una libertà pressochè illimitata nella gestione nonostante i sette zeri nell'ammontare del budget.
Da dove cominciare, quindi, a parlare di Inception? Forse dalla sua caratteristica più evidente: la stratificazione. Infatti, così come il plot si srotola su molteplici livelli narrativi, in un complicato gioco di scatole una dentro l'altra (il sogno dentro al sogno), anche la pellicola in sè è dotata di un tale numero di livelli di lettura, che risulta impossibile anche solo pensare di elencarli tutti: si passa dall'action thriller più puro al dramma familiare sullo straziante senso di colpa, dal cammino per la redenzione e la catarsi fino all'imponente esplorazione del territorio del sogno, e dello spingersi troppo lontani dal confine con la realtà. Tutto questo, in 148 minuti al fulmicotone, che non lasciano un secondo per respirare, specie nello strabiliante secondo tempo. La sceneggiatura è praticamente impeccabile, sì complessa ma anche coadiuvata da spiegoni degni de Gli Occhi Del Cuore. E poi, come non parlare del cast, che a mesi dall'uscita del film, solo a leggere i nomi uno in fila all'altro veniva la pelle d'oca: un Leonardo DiCaprio che ormai non sbaglia più un colpo (io sinceramente penso sia arrivata l'ora in cui l'Academy debba smettere di considerarlo il regazzino di Titanic, e dargli il benedetto Oscar che si merita, dopo non so quanti film grandiosi azzeccati e quanti progetti sposati con successo); Joseph Gordon-Levitt che, dismessi i panni della commedia indie e dei G.I. Joe si fa notare per una strabiliante rendition del suo ruolo da spalla; Cillian Murphy, con un ruolo chiaramente scritto su misura per lui, che appare sempre più in ascesa dopo titoli come Sunshine, Breakfast On Pluto e la saga di Batman; un Tom Hardy in grande spolvero, con quel pizzico di cazzonaggine che non guasta mai; un'insospettabile Ken Watanabe, perfettamente a suo agio nel ruolo del magnate orientale dell'energia; le incantevoli Ellen Page e Marion Cotillard, la prima nella sua più adorabile luce acqua e sapone, la seconda perfida e in grado di rubare la scena a tutti; e infine, il sempreverde Michael Caine, a cui Nolan ritaglia una particina così tanto per, ma che fa sempre la sua porca figura.
L'importanza dell'operato di Nolan risulterà percepibile solo a distanza di anni, quando la conciliazione di esigenze monetarie da blockbusteroni e la capacità di scrittura di registi affermati saranno più raggiungibili, grossa parte del merito dovrà andare a questo signore qua, che aggiunge un'altra perla alla sua filmografia che già di per sè lo proietta nell'Olimpo dei più grandi registi americani contemporanei. Mi piace pensare che Inception, per la materia di cui tratta quanto per la grandezza del film in sè, sia un po' l'Eternal Sunshine of the Spotless Mind di questo decennio, in grado di far ruotare attorno a sè dieci anni di cinema, ma senza permettere a nessuno di avvicinarsi, anche solo minimamente, a un tale livello di perfezione.

P.S. Film dell'anno, senza se e senza ma. Anche e soprattutto dopo i trailer a base di Creep, non riesco a credere che The Social Network possa essere un grande film, figuriamoci più grande di Inception.

P.P.S. Mi rendo conto che il cieco entusiasmo potrà sembrare esagerato, ma se vi risulta incomprensibile, o non avete ancora visto Inception, o siete degli indie-fighettini snob di quelli che andranno a cercare il pelo nell'uovo della continuity temporale e sticazzi, e in tal caso meritate solo di essere incollati ad una sedia a guardare all'infinito (sì, l'avete capito a cosa mi riferisco) Knocked Up e quegl'altri film che difendete solo voi.

sabato 11 settembre 2010

The Big Bang Theory: Season 3 (CBS, 2009-2010)


Poche serie hanno significato tanto per il panorama televisivo americano quanto Big Bang Theory, la nerd-serie per eccellenza che nel giro di due stagioni era già riuscita a guadagnarsi lo status di cult e il prolungamento del programma per altre due anni. Ed eccoci quindi alla terza serie, attesissima e carica di aspettative non facili da rispettare. Ciò nonostante, la teoria del Big Bang non delude nemmeno stavolta, seppure gli si possano muovere diverse critiche. L'impianto non si scosta di molto da quello delle due stagioni precedenti, ovvero dalla collisione dell'universo nerdy dei quattro protagonisti, fatto di comics, Klingon, Star Wars, Babylon 5 e quant'altro, con quello più superficiale della vicina Penny (interpretata da una sempre gradita Kaley Cuoco). La novità più rilevante è la tendenza della serie ad essere marcatamente Sheldon-centrica, con ripercussioni positive ma anche negative. Se infatti l'umorismo del personaggio di Sheldon (il sempre più bravo Jim Parsons, premiato con l'Emmy per questa interpretazione) e le situazioni che si vengono a creare intorno a lui sono quanto di più esilarante si possa desiderare, in particolare quando si fa uscire Shelly dal suo standard comico abituale per inserirlo in contesti inusuali, creando un contrasto ovviamente divertente; è però spiacevole notare come questo abbia necessariamente provocato un accantonamento dello sviluppo degli altri personaggi: la storia tra Leonard e Penny, dopo le prime puntate, viene pesantemente messa da parte, così come quella tra Howard e Bernadette, con quest'ultima silurata tutto d'un tratto con gli spettatori che lo scoprono 6 puntate dopo. Ma la vera miniera di gag che rimane un po' in ombra è forse Raj, che a causa di Bernadette perde un po' il ruolo di spalla di Howard e quindi viene per alcune puntate relegato a misero personaggio di contorno.
Stop, fermiamoci qua. Detto così, sembra un disastro. Ma la realtà ci mostra tutt'altro: una serie che sa ancora far ridere a crepapelle, che difficilmente presenta una puntata sotto tono (come invece la mamma How I Met Your Mother, nella quinta serie, ha fatto di frequente) e in ogni situazione, riesce a regalare momenti da antologia del nerdismo. Big Bang Theory è una serie che sa stare in piedi da sola, che riesce a presentare gag e situazioni molto spesso sconosciute alla serie comica americana tipo. Ma, forte della sua unicità, è anche capace di addentrarsi in territori già mille volte esplorati dalla sit-com a stelle e striscie, riuscendo ugualmente a brillare per originalità.
Certo però che un finale più azzeccato avrebbe forse potuto dare migliori speranze e maggior attesa in vista della quarta stagione, invece di uno Sheldon in procinto di uscire con una ragazza che puzza un tantino di salto dello squalo, e lascia in sospeso tutto il resto delle storyline che forse avrebbero meritato una degna conclusione di serie. Rimaniamo quindi abbastanza interdetti, aspettando che la quarta stagione possa sciogliere tutti i nostri dubbi, e con le dita incrociate perchè il livello di risate possa perlomeno eguagliare quello di questa terza, magnifica stagione, con una maggiore visibilità per tutti i personaggi.


giovedì 2 settembre 2010

The Expendables (Sylvester Stallone, 2010)


Non si può parlare razionalmente di The Expendables, perchè è troppa l'emozione nell'assistere a questa sfilata di totem dei film d'azione, quasi fosse un passaggio di testimone da una generazione di "veri duri" alla successiva. Vorremmo che per Sly questo fosse l'ultimo film della sua quarantennale carriera, poichè sarebbe semplicemente il modo perfetto per andarsene. Dopo aver regalato l'ultima perla, l'action movie per eccellenza, che sintetizza alla perfezione tutti i canoni del cinema di Stallone. Purtroppo non sarà così. Ed è un peccato.
Perchè The Expendables è meraviglioso. Nel suo essere una cagatona, si dimostra perfettamente realizzato da mani sapienti, che ormai conoscono il mestiere e orchestrano alla perfezione gli intermezzi comici (pochi, ma graditissimi) e romantico-emozionali (pochissimi, e ringraziamo) con le sequenze d'azione (davvero tante, ed una più bella dell'altra), che giungono al loro culmine nell'epico finale.
Un cast semplicemente eccezionale: a cominciare proprio da Sly, sempre pronto a stunt e prove ormai fuori dalla sua portata data la sua età; ma come non parlare del vero protagonista, quel Jason Statham, ormai consacrato nuovo eroe degli action movie, al suo meglio in questo film; senza trascurare le varie, graditissime spalle, da Jet Li a Mickey Rourke, da Terry Crews a Randy Couture, da Dolph Lundgren (l'indimenticabile Ivan Drago di Rocky IV) al brutalissimo "Stone Cold" Steve Austin, fino ai cameo (un po' deludenti, in realtà) di Bruce Willis e Arnold Schwarzenegger. Coltelli, fucili e pistole. Pallottole a pioggia, botte da orbi e tante, tante esplosioni. The Expendables è questo, ma anche molto di più. Questo film lascia vedere come pochi altri il buonismo di fondo che pervade tutta la filmografia di Stallone, banale direte voi, ma che ci fa emozionare e commuovere, rannicchiati nelle nostre poltrone per l'agitazione, mentre tifiamo come non mai per i nostri eroi spaccatutto, duri a morire fuori, ma realmente buoni dentro. Credo di non esagerare nel definire The Expendables il film più cazzone, tamarro e fracassone di tutti i tempi. Ma dannazione, questi sanno far divertire. Alla loro maniera, s'intende. Certo è, che un'ora e quaranta non m'è mai sembrata così breve.